Opinioni

La realtà in un cimitero di periferia. Ecco il Covid che cosa è

Marina Corradi martedì 20 luglio 2021

Milano, domenica 18 di luglio, le dieci del mattino, già trenta gradi. Il cielo di uno sbiadito azzurro grava pregno d’afa sulla città. Il cimitero di Bruzzano è estrema periferia, tra i campi verdi del Parco Nord: senza il navigatore non l’avrei trovato. Mattoni e cemento nudi, desolati, la facciata, come tutti i cimiteri metropolitani moderni. Cerco un amico morto di Covid a primavera: per la prima volta, ancora non ne avevo avuto il coraggio.

In questa bollente domenica mi aspetto di trovare un deserto fra le tombe: i cimiteri del resto a Milano li ho sempre visti deserti, tranne che il giorno dei Morti. Ma alla rotonda d’ingresso c’è traffico, e tante auto parcheggiate. Un modesto ma continuo via vai di visitatori che comprano fiori alle bancarelle e si avviano nei viali, sotto al sole. Quanta gente, mi meraviglio, ben conoscendo il silenzio dei colombari del Monumentale, dove avverti solo il rumore dei tuoi passi. Con i fiori nelle mani cerco esitante il campo 27. Un’area del cimitero allinea ordinate tombe in marmo, di vecchia data. Ma il flusso dei visitatori converge verso destra, dove in una vasta area i defunti sono stati sepolti in terra, e non c’è stato tempo per mettere una lapide. Una croce di legno e il nome, la foto, un fiore; per alcuni neanche quello – solo un numero, ed erbe selvatiche, che crescono fra i sassi. Centinaia di tombe così, in fila, scavate da poco, in emergenza, tra febbraio e marzo 2021, e una grossa ruspa gialla ancora lì, accanto, immota. Guardo sbalordita: sembra un cimitero di guerra, o di paesi alluvionati, quando tanti muoiono, tutti assieme, e occorre seppellire in fretta.

La tomba del mio amico la trovo subito perché è coperta di fiori, e perfino è stato piantato un piccolo ulivo. Da una foto in cornice di plexiglas lui mi guarda con la sua faccia sorridente e buona. No, non ci credo davvero che tu sia qui, fra i sommersi dell’onda di piena che ha travolto Milano, tu che ancora a Natale ancora eri così vivo.

Depongo i miei fiori e, improvvisamente stanca, mi siedo sulla terra. Vorrei restare un po’ qui, zitta. Ma il sole già picchia, e dopo poco – le brevi parole intimidite con cui ci si rivolge a un morto caro, come si gridasse nel vuoto, da molto lontano – mi rialzo.
Cammino fra le tombe. Accanto al mio amico c’è un nonno, i nipotini gli hanno lasciato girandole colorate e palloncini.
Vado oltre, guardo le date di nascita vergate a mano: quanti, e anche ancora giovani. 1962, 1968. Incredibile, dei bambini del ’68, l’anno della rivoluzione, sono già qui. E perfino gente degli anni Settanta, e un ragazzo dell’82. Le tombe dei giovani si distinguono perché hanno tanti fiori, su quelle dei più vecchi a volte non c’è niente.

E quanto dolorose quelle contrassegnate solo da un numero: un numero e, dietro, una madre, un padre, fratelli, amori, una vita intera. Io non avevo mai visto un cimitero così in Italia, ma immagino che ce ne siano tanti simili nelle grandi città e nelle zone che sono state più provate dalla pandemia (quella pandemia che alcuni scrivono solo tra virgolette, o negano del tutto). Aree allestite in fretta, fosse scavate in fila, la benna della ruspa sporca di terra fresca. E in questa mattina di luglio, mentre chi può è tornato al mare, vedo ciò che è il Covid come non l’ho mai visto: un Vajont fra le nostre case, con i sommersi, e i salvati. Ora mi rendo conto, e sono grata, perché in casa ci siamo tutti. Mi meraviglia, anche, questo continuo via vai di passi, in una domenica d’estate, di gente silenziosa e assorta.

Sempre ho visto cimiteri vuoti, città dei morti in cui entravano i più straziati, mentre gli altri se ne rimanevano lontani quasi quel cancello fosse un invalicabile confine. Davvero il Covid non ci ha nemmeno un poco cambiati? Ci sono metamorfosi che non si vedono sul web, e non fanno rumore. Perché quale schiaffo, è stato: questo cimitero di periferia milanese lo racconta nudamente, in uno sguardo che ti si deposita dentro. Ritorno all’uscita adagio. Leggo all’ingresso: i cani sono ammessi, col guinzaglio. Allora, mi dico, come tanti che vedo qui stamane, tornerò presto. Col mio cane, amico mio – cui tu facevi, sempre, una carezza.