Opinioni

Al via un Giro d'Italia con l'ombra del doping. Ciclisti senza inganni

Massimiliano Castellani sabato 7 maggio 2011
«Una bici è una dama, falla vincere, falla ridere...», canta il superbo ciclofilo Paolo Conte. Dopo la quinta tappa della nostra inchiesta, “Emergenza doping” (titolo: «L’amatore tradito dal ciclismo drogato»), a noi quella bici appare sempre più come una vecchia, nobile dama decadente che la malattia – l’abuso di sostanze – ha reso sdentata: impossibile ridere. Il nostro pentito, il cicloamatore anonimo – ha subìto minacce – ha confessato ai Nas e poi ad Avvenire che nel ciclismo dilettantistico «si dopano quasi tutti». Che esiste un mercato nero che comincia dagli armadietti delle corsie degli ospedali dove alcuni infermieri scellerati simulano furti di farmaci che in realtà sono già stati spacciati a medici poco sportivi e dirigenti che li passano criminalmente ai loro corridori. Una catena massacrante, o sarebbe meglio dire Massacro alla catena, titolo del libro choc di Willy Voet, l’ex preparatore atletico che rivelò di essere stato per trent’anni un somministratore di droghe a tantissimi ciclisti professionisti.Il ciclismo, come ha ampiamente dimostrato la nostra inchiesta, è uno dei tanti sport (forse tutti) dove si abusa di sostanze dopanti, ma quello italiano, che è anche il più controllato, detiene il triste primato mondiale di 65 corridori trovati positivi all’antidoping dal 2000 a oggi. Solo la Spagna regge il nostro confronto, seconda con 53 casi di positività. Ma non è mica un caso che sia spagnolo, Alberto Contador, il favoritissimo del 94° Giro d’Italia che oggi parte dalla Reggia di Venaria. Il possibile vincitore della Corsa rosa è anche uno dei più sospettati per doping. Ma ormai, insieme ai farmaci, se c’è un abuso attorno al ciclismo è proprio quello del termine «sospetto». Un abisso di interrogativi cominciato a Madonna di Campiglio, il 5 giugno del 1999, quando Marco Pantani, con il Giro praticamente in tasca, alla penultima tappa venne fermato per ematocrito alto. Tecnicamente Pantani non risultò mai dopato, ma subì un processo per quell’ematrocrito anomalo che andava oltre il valore consentito di 50. Da quel processo Pantani uscì assolto, ma il suo dramma umano che lo ha condotto alla morte, d’un tratto è come se avesse investito un intero movimento.Dal ciclismo di poesia, cantato da Alfonso Gatto, passando per Dino Buzzati fino a Gianni Brera, siamo finiti in cronaca nera. Le pagine di letteratura sulle vittorie epiche di Bartali e Coppi avevano come unico dubbio chi dei due avesse passato all’altro la mitica borraccia lassù sull’Alpe d’Huez. Oggi il sospetto dilagante, frutto delle decine di inchieste sulla tragica correlazione doping e ciclismo, induce tanti a chiedersi perfino cosa contenesse quella borraccia. La maglia nera non è più quella di Malabrocca, l’eterno ultimo classificato al Giro, ma è diventata quella della vergogna per uno sport inquinato da medici stregoni e da dirigenti che inculcano nei corridori, fin da giovani, che c’è una scorciatoia per arrivare primi, quella dell’aiutino farmaceutico. «Un grande inganno», ci hanno detto tutti coloro che nello sport hanno sperimentato questo finto elisir per diventare campioni. Di doping ci si ammala e si muore.Siamo a un punto di non ritorno? Forse siamo ancora in tempo per un ultimo sprint pulito. Ma per tornare a un ciclismo e a uno sport di poesia, servono tanti piccoli eroi esemplari e prestazioni cristalline. Il leggendario Carlo Oriani, che vinse il Giro del 1913, viene ricordato come un caduto di Guerra: diede la sua vita per la patria nella battaglia di Caporetto. Un secolo dopo, invece, siamo condannati ad aggiornare quotidianamente i nomi dei ciclisti “caduti per doping”. Nell’anno in cui il Giro omaggia i 150 anni dell’Unità d’Italia, il nostro sogno è tornare a raccontare uno sport letterario, con le sue storie di vincitori e vinti, uniti al traguardo dalla maglia bianca del candido «no al doping».