Opinioni

Il presunto tradimento di Trump. Casa Bianca nel gorgo

Giorgio Ferrari mercoledì 10 agosto 2022

La perquisizione degli agenti del Fbi avvenuta l’8 agosto nella residenza di Donald Trump di Mar-a-Lago in Florida trascina bruscamente la corsa alla nomination dell’ex presidente in una grottesca replica dei giorni bui che precedettero le dimissioni di Richard Nixon. La data stessa – l’8 agosto – tradisce un significato simbolico: fu in quel giorno che Nixon, travolto dalle conseguenze dello scandalo Watergate rassegnò nel 1974 le dimissioni. In entrambi i casi la smoking gun (la "pistola fumante" come amano definire gli americani la prova incontrovertibile di colpevolezza) riguarda documenti celati: Nixon rifiutò fino all’ultimo di consegnare i nastri delle conversazioni avvenute nello Studio Ovale; Trump viene messo sotto indagine per aver trafugato documenti della Casa Bianca coperti da segreto di Stato. Documenti che potrebbero far riferimento alle responsabilità personali del tycoon prima e durante l’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill.

Una "pistola fumante" – ammesso che lo sia – piuttosto ingombrante, visto che il Fbi ha prelevato dalla villa di Trump alcune casse di documenti. Se e quando si saprà cosa contengono quelle casse si capirà meglio quali e quante imputazioni potrebbero raggiungere l’ex presidente. La sottrazione illegale di documenti governativi è un reato che comporta una pena fino a tre anni. Se provata, l’immagine di qualunque aspirante alla Casa Bianca ne sarebbe inevitabilmente compromessa.

Ma non è il caso di Donald Trump. L’uomo ci ha abituato a eccessi e strappi a regole e leggi (come l’abitudine di gettare documenti nelle toilette della Casa Bianca) che semmai hanno il potere di eccitare ulteriormente i suoi sostenitori. A beneficio dei quali ha evocato – non a caso – il Watergate: «Sono tempi oscuri per la nostra nazione. Nel Watergate i repubblicani avevano fatto irruzione negli uffici del quartier generale democratico, qui sono i democratici che hanno fatto irruzione nella casa del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti». Su una cosa Trump non ha torto: mai prima d’ora gli agenti federali avevano fatto irruzione nella residenza di un ex presidente. Non per nulla lo scontro politico fra i repubblicani e i dem si è fatto ancor più rovente. I sostenitori di Trump reclamano il taglio di fondi al Fbi e l’impeachment per Joe Biden, accusato di radicalizzare le forze dell’ordine federali per eliminare gli avversari.

Ma non scandalizziamoci troppo. La Casa Bianca è da sempre avvezza a pizzini che scompaiono e carte segrete che cambiano mano. Il pensiero corre sia allo scandalo Iran-Contras (anche lì si trafugarono documenti imbarazzanti per Ronald Reagan), sia al cosiddetto emailgate, di cui fu protagonista tra il 2009 e il 2013 Hillary Clinton: decine di migliaia di messaggi riservati dell’allora segretario di Stato incautamente (o forse no) transitati e poi cancellati su un server non protetto e resi noti da WikiLeaks, senza che il Fbi ravvisasse motivi di colpevolezza. E lo scandalo non impedì alla signora Clinton di candidarsi contro Trump.

Nessuno peraltro si illude che il pesante sospetto che avvolge il suo operato basti a fermare la corsa di Trump alla rielezione. Lo stesso ordinamento giuridico americano non gli nega simile possibilità: in qualità di detenuto in un carcere federale Donald Trump avrebbe la possibilità costituzionale di candidarsi e perfino di vincere, di prestare giuramento, di emanare executive orders, anche se impossibilitato a muoversi.

Sembra fantapolitica, ma non lo è; è soltanto uno scenario un po’ surreale, peraltro già visto: nel 1992 il controverso Lyndon LaRouche si candidò alla guida della Casa Bianca dal carcere. Correva per i democratici. Di certo da oggi Trump può comodamente indossare uno degli abiti che meglio gli si attagliano quando è in difficoltà: quello della vittima del neomaccartismo liberal e della caccia alle streghe. È possibile tuttavia che la pur nutrita pattuglia di sostenitori di 'The Donald' non sia più sufficiente a persuadere i repubblicani a riconfermarlo alla nomination. Che cioè il Grand Old Party si stia avvicinando alla sua personale 'opzione zero', ovvero il trumpismo senza Trump, con nuove figure emergenti come il quarantaquattrenne governatore della Florida Ron De Santis, ex militare, ex tea-party, popu-lista e conservatore, antiabortista radicale, sostenitore accanito dell’incoercibile libertà di possedere armi da fuoco. Un Trump ancora in miniatura, ma chissà...