Opinioni

Verso la riforma del senato. Ancora più duro dire «no»

Marco Tarquinio martedì 1 aprile 2014
C’è chi ancora dice "no" al nuovo e diverso ruolo del Senato della Repubblica delineato dal disegno di riforma costituzionale messo in campo dal governo Renzi. Ma sarà difficile continuare a dire "no" e, soprattutto, a motivare questo diniego dopo che ieri il premier stesso ha sottolineato di voler piantare solo quattro essenziali "paletti" sulla strada che il Parlamento (cioè tutti gli attuali parlamentari, quelli di maggioranza e quelli delle diverse opposizioni) sono chiamati a percorrere per dare risposte a ormai più mature attese di larghissima parte dell’opinione pubblica italiana. Paletti, in questo senso, assai importanti e decisamente ragionevoli. Prefigurare, come ha fatto Matteo Renzi, un Senato del futuro prossimo che, in quanto Camera delle autonomie, non parteciperà al voto di fiducia agli esecutivi e neanche al voto sulle leggi di bilancio, che sarà un assemblea non eletta direttamente perché già basata su rappresentanze elettive dei grandi Enti locali (Regioni e Comuni) e che non avrà costi imponenti perché nessun membro di quell’Assemblea percepirà ulteriori indennità di funzione per l’esercizio del suo alto servizio significa, appunto, assicurare una vera svolta e, al tempo stesso, dimostrare che c’è la possibilità di operare sensati bilanciamenti nel rapporto sia tra potere esecutivo e legislativo sia tra i soggetti istituzionali che esercitano quest’ultimo. Qui ci limitiamo a sottolineare che c’è spazio, in particolare, perché si fissi un iter garantito con l’intervento (in forme da valutare attentamente) della Camera politica e del Senato ogni qual volta si tratti di legiferare su materie attinenti ai diritti umani fondamentali e ai princìpi cardine della Costituzione repubblicana. Auguri, dunque, di "buon lavoro" a tutto il Parlamento. Un lavoro saggio, spedito, fattivo.