Attualità

Il direttore risponde. Mai coi furbetti delle macchinette

Marco Tarquinio martedì 3 settembre 2013
Signor direttore,
il cosiddetto “condono” per i concessionari di slot, che dovrebbe portare all’Erario circa 600 milioni, non è affatto un “regalo”, come avete commentato in prima pagina con l’editoriale di Massimo Calvi (30 agosto) e come ha dichiarato al vostro giornale il professor Stefano Zamagni (31 agosto). E la prova sicura di questo è che le 10 società non sono in grado di pagare questa somma. Per rendersene conto, Zamagni – visto che è professore di economia – potrebbe leggersi i bilanci di qualcuna di questa società e si accorgerebbe che pagando questo “regalo” entro l’anno molte concessionarie dovrebbero portare i libri in tribunale perché il patrimonio netto sarebbe azzerato. Senza parlare dell’aspetto finanziario, essendo quasi tutte super esposte con le banche e non avendo cash per pagare la maximulta (chi glieli dà i 600 milioni?). Il pagamento della multa intera (circa 2 miliardi e mezzo, che nessuno sano di mente può pensare verrà mai pagata) porterebbe al sicuro fallimento di almeno 8 delle 10 concessionarie, con ovvie ricadute su un intero comparto produttivo, fatto anche di lavoratori e delle loro famiglie (parliamo di circa duecentomila persone). So che questi aspetti poco interessano a chi, come lei, fa dell’ideologia a buon mercato, al sicuro delle sue prebende, la stella polare del suo agire, che le porta ogni mese il suo sicuro e buono stipendio. Speriamo che chi deve decidere la pensi diversamente. So bene che questa lettera non verrà mai pubblicata...
Paolo Pendola, Frosinone
 
 
Ma che bella sfida... Gentile signor Pendola, le lettere che si chiudono così («tanto lo so che queste righe...») in genere non vanno in pagina, ma nel cestino. Stavolta faccio un’eccezione, e avrei anche la tentazione di lasciare le sue parole senza risposta visto che, a mio avviso, si commentano da sole (e, purtroppo per lei, non in modo sfavillante). Ma un paio di annotazioni mi sembrano d’obbligo. Secondo lei, dunque, sarebbe cosa buona e giusta incassare a più non posso con le macchinette succhiasoldi che appestano ormai città e paesini d’Italia, non pagare neanche le tasse dovute e minacciare sfracelli occupazionali nel settore dell’azzardo mettendo sul piatto il “rischio” (ma guarda un po’...) fallimento di «otto concessionarie su dieci». Una logica davvero azzardata. E io so che è proprio questo modo di (s)ragionare che sta facendo più brutta la nostra bella società civile e la nostra economia. Ma so anche che è doppiamente grave che a farsi beffe del fisco e a pretendere impunità siano i signori del gioco d’azzardo – che è una vera «tassa sui poveri», come abbiamo dimostrato in questi anni con pagine e pagine di dati e di documentate inchieste giornalistiche, come quella condotta da Nello Scavo sul tema della scandalosa maxievasione che ha sconvolto tanti e così poco turbato lei. L’importante è che più italiani possibile aprano presto, e definitivamente, gli occhi su questo pessimo e persino indecente mercato, e non si facciano più incantare.
Su di me, invece, pensi pure quel che le pare. Le ricordo solo che in questo nostro Paese sono davvero tanti i cittadini che ogni mese, secondo la Costituzione e le leggi, pagano inesorabilmente la propria quota di tasse in proporzione ai guadagni che realizzano. E lo fanno, pensi un po’, anche con civica convinzione. “Avvenire” – e Calvi, e Zamagni, e Scavo, e io... – sta con loro, non con i “furbetti delle macchinette”.