Agorà

Ritratti. Il sottosuolo di Dostoevskij si scopre nell'epistolario

Alessandro Zaccuri mercoledì 9 dicembre 2020

Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij

«Pare che un numero incredibile di lettere vada perduto», scrive nel 1869 da Firenze Fëdor Dostoevskij alla nipote Sof’ja Ivanova. La lamentela può essere circoscritta a una circostanza momentanea, ma ha anche un valore più ampio: fatti salvi alcuni casi eccezionali, l’epistolario è infatti il più lacunoso e incerto fra i generi letterari. Anzi, di per sé non è nemmeno un genere. Una collezione di documenti, piuttosto, principalmente di natura privata e non destinati alla pubblicazione. Eppure, nonostante tutto, è difficile resistere alla tentazione di leggere questa nuova edizione delle Lettere di Dostoevskij (il Saggiatore, pagine 1.372, euro 75) come «il romanzo di una vita». La definizione viene dal saggio introduttivo della curatrice Alice Farina, che ha partecipato alla traduzione insieme con Giulia De Florio ed Elena Freda Piredda, a loro volta autrici di una preziosa nota metodologica che aiuta a fare giustizia di molti luoghi comuni. Il primo e il più diffuso è quello relativo alla «fretta» da cui Dostoevskij sarebbe stato sempre incalzato nella sua attività e dalla quale deriverebbe lo stile concitato, non di rado a limite dell’anacoluto, che caratterizza la sua prosa. Si tratta, in effetti, di un risultato ottenuto attraverso un’incessante rielaborazione del testo, in una direzione che non coincide del tutto con quella in cui si muovono le lettere. Dostoevskij non ama scriverne e rimanda l’impegno fino a quando la missiva non assume proporzioni esorbitanti (è quello che accade con il lungo messaggio inviato nel 1865 all’amico Aleksandr Wrangel dopo anni di silenzio).

Nell’epistolario, però, lo scrittore può permettersi di essere veramente istintivo e irruente, tanto da confondersi con questo o quello dei suoi personaggi. Con Razumichin, per esempio, l’amico che in Delitto e castigo cerca di coinvolgere il disperato Raskol’nikov nell’impresa di tradurre alla buona un po’ di romanzi europei da smerciare agli editori russi: un progetto del tutto analogo a quello vagheggiato dal giovane Fëdor in compagnia del fratello Michail ed evocato a più riprese nel tratto iniziale dell’epistolario. Più tardi, all’epoca del matrimonio con la giovane Anna Snitkina, è la somiglianza con l’Aleksej del Giocatore e con l’Arkadij dell’Adolescente a prevalere, come dimostrano le lettere del 1867, l’anno infernale e febbrile che ispirò a Leonid Cypkin il magnifico romanzo breve Estate a Baden Baden. Nato nel 1821 e morto non ancora sessantenne nel 1881, già in vita Dostoevskij si ritrova a essere trasformato in personaggio d’invenzione. In un’incompiuta lettera di protesta a una non meglio precisata «rivista straniera», lo scrittore denuncia la mistificazione di cui è rimasto vittima a causa di un romanzaccio che promette di svelare i misteri del Cremlino e nel quale si specula sul suo ritorno dal confino in Siberia. Non per niente, anche all’interno dell’epistolario il decennio più drammatico rimane quello che va dal 1849 al 1859, ossia dall’arresto con l’accusa di cospirazione contro lo zar (la famosa falsa fucilazione è descritta in una lettera di impressionante lucidità) fino alla liberazione e al conseguente ritorno a San Pietroburgo.

Ma l’anno della tragedia è il 1864, quando nell’arco di poche settimane si susseguono le morti della prima moglie Marija e di Michail. È in questo frangente che in Dostoevskij matura la celebre svolta del “sottosuolo”, annunciata in un testo di abissale semplicità, nel quale la contemplazione del cadavere della sposa sembra mettere in dubbio la fede nella risurrezione: «Maša è distesa sul tavolo. Ci rivedremo io e Maša?». Siamo al di fuori del perimetro delle Lettere, è vero, ma non del tutto. L’ultimo testo conosciuto è la minuta del messaggio che Dostoevskij detta, ormai morente, alla moglie Anna, che era stata la sua stenografa: «Per circa 1/4 d’ora Fëdor Michajlovic è stato totalmente certo di morire; si è confessato e comunicato. [...] Ora è cosciente e in forze, ma teme che l’arteria scoppi di nuovo». Un resoconto su di sé, ma riferito in terza persona, come se si trattasse di un altro: di uno dei Karamazov, forse, o dell’«eterno marito» Pavlovia. Di sicuro non del principe Myškin, il protagonista dell’Idiota, al quale anche nelle lettere viene riservato il privilegio di «rappresentare un uomo completamente bello», così come l’«unico uomo positivamente bello» è Cristo. «Tutto il Vangelo di Giovanni – scrive ancora alla nipote Sof’ja – è in questo senso; tutto il miracolo è racchiuso nella sola incarnazione, nella sola apparizione del bello». Rispetto alla classica scelta di lettere allestita da Ettore Lo Gatto nel 1950 (e riproposta nel 2017 da Aragno con il titolo I demoni quotidiani), l’edizione del Saggiatore presenta un corpus più che raddoppiato, dal quale sono rimaste escluse solo le comunicazioni di carattere meramente pratico.

Non per questo è messo a tacere il tumulto delle incombenze e degli assilli, specie economici. Tutto si mescola, nelle lettere di Dostoevskij: le richieste di denaro e le riflessioni sul destino della Russia, le perdite alla roulette e la struttura dei capolavori. «Il romanzo o lo rovino fino in fondo, da vergognarmene (ho già iniziato a farlo) o la spunterò e allora ne verrà fuori qualcosa di buono. Affido la scrittura al caso», dichiara durante la stesura dei Demoni. È un linguaggio da giocatore («Che dire, Anja? L’ho indovinata una decina di volte di seguito, persino lo zéro ho indovinato», confida alla moglie nel 1871, reduce dal tavolo verde), ma anche una dichiarazione di poetica che non contraddice la crescente sicurezza che Dostoevskij nutre rispetto all’importanza della propria opera. Lo si comprende quando, a proposito del discorso in memoria di Puškin pronunciato a Mosca pochi mesi prima di morire, rivendica di aver dato voce a «qualcosa di assolutamente nuovo». Nell’epistolario ci sono lettere di mirabolante strategia editoriale (un indizio: quando è davvero in difficoltà, Dostoevskij si mette a numerare i paragrafi) e altre di straordinaria lungimiranza teologica, come il piccolo trattato del 1876 su «le pietre e il pane» a commento dell’episodio evangelico delle tentazioni: «Poiché Cristo in Sé e nella Sua Parola ha portato l’ideale della Bellezza, ha deciso che sarebbe stato meglio instillare nelle anime questo ideale; avendolo nell’anima, tutti diventeranno fratelli e, finalmente, lavorando l’uno per l’altro, saranno anche ricchi». Una visione che Dostoevskij sintetizza in modo inappellabile in risposta a una madre che gli chiede consigli per l’educazione del figlio: «Non potete escogitare nulla di meglio di Cristo, credeteci.