Usa: basket e gesuiti, Santa Clara sulle orme di Nash

Tra le sorprese del campionato universitario Ncaa il ritorno tra le grandi dei Broncos, la squadra dell'ateneo cattolico californiano che lanciò la star Nba
April 10, 2026
Usa: basket e gesuiti, Santa Clara sulle orme di Nash
I Broncos, la squadra di basket dell'ateneo gesuita di Santa Clara in California /Santa Clara Athletics - AJ Tinio
È il torneo che più di ogni altro fa impazzire gli States. Non a caso il mese in cui si disputa la fase finale del campionato universitario di basket della Ncaa è conosciuto come March Madness (“follia di marzo”). Un rito collettivo che coinvolge proprio tutti negli Usa: 40 milioni di lavoratori - secondo uno studio citato da Fox – di cui circa un terzo prende almeno un giorno di ferie per guardare le partite. Un seguito popolare di cui non gode nemmeno il blasonato mondo dei professionisti della Nba. Un grande ballo (“the big dance” appunto) con più di 300 college che diventano 68 nella fase finale. Una vetrina certo per i giovani talenti del basket mondiale ma non necessariamente. Questa è una rassegna in cui gli eroi di oggi non è detto che diventeranno domani giocatori di pallacanestro, ma magari solo bravi medici, ingegneri o avvocati. Lo spettacolo però è garantito e ormai contagia anche fuori confine: in Italia quest’anno le partite della March Madness sono state trasmesse tutte in diretta televisiva su Dazn. La finale si è giocata allo stadio del football di Indianapolis, davanti a oltre 70mila spettatori. Ha vinto Michigan contro Connecticut (campione in due delle precedenti tre edizioni). Secondo titolo per i Wolverines che interrompono un digiuno di 37 anni. L’epilogo di un torneo che ha regalato tanti momenti palpitanti. Come la vittoria ai quarti di UConn contro Duke (dell’italiano Dame Sarr) con l’assurdo tiro vincente da quasi metà campo a tre decimi dalla fine.
Ma a confermarsi sono stati ancora una volta gli atenei cattolici: l’edizione 2026 ha visto nel tabellone dodici squadre – sette maschili e cinque femminili. La storia della Ncaa ricorda sempre che c’è stato un tempo in cui la pallacanestro era davvero una missione. Sin dal XIX secolo agostiniani, maristi, gesuiti hanno proposto questo sport nei loro college. Il basket si è rivelato un formidabile strumento di evangelizzazione e integrazione: per migliaia di immigrati provenienti dall’Europa ma anche per gli stessi afroamericani, in anni in cui erano ancora esclusi. I college cattolici nella pallacanestro Usa sono una presenza tutt’altro che marginale. Anche solo vedendo l’albo d’oro degli ultimi dieci anni: spiccano i due titoli dei Wildcats di Villanova, l’università agostiniana dove si è laureato Papa Leone XIV. Quest’anno però brilla il ritorno dopo trent’anni dei Broncos di Santa Clara, la più antica università della California. Fondata nel 1851 dalle missioni della Compagnia di Gesù, l’ateneo ha da sempre considerato lo sport (circa venti le discipline praticate) come parte integrante del percorso formativo.
I biancorossi non approdavano nel tabellone finale della Ncaa dal 1996 quando in campo c’era un ragazzo destinato a cambiare il basket moderno: Steve Nash. Nasce nel 1974 a Johannesburg (Sudafrica), ma i suoi genitori, britannici, stanchi dell’apartheid si trasferiscono in Canada dopo pochi anni. Qui il piccolo Steve pratica qualsiasi sport dall’hockey su ghiaccio al calcio prima della folgorazione per la palla a spicchi. Il ragazzo ha talento ma sebbene il suo allenatore del liceo avesse inviato lettere di richiesta e video delle sue azioni migliori a più di 30 università americane, Nash non viene reclutato da nessun ateneo. Solo Santa Clara con il suo allenatore Dick Davey ne intuisce il potenziale pregando che nessun altro lo prendesse: «Non ci voleva un premio Nobel per capire che questo ragazzo era piuttosto bravo. Si trattava solo di sperare che nessuno dei grandi nomi si facesse avanti». L’università gesuita gli offre una borsa di studio. Nash guiderà i Broncos per quattro anni dal 1992 al 1996, portandoli per tre volte alla fase finale e compiendo imprese memorabili (come contro Arizona).
L’icona Nba Steve Nash (Phoenix Suns) lanciato dal college gesuita di Santa Clara
L’icona Nba Steve Nash (Phoenix Suns) lanciato dal college gesuita di Santa Clara

In campo sciorina tutto un repertorio di magie che lo renderanno un’icona anche in Nba: più di 17 mila i punti realizzati con oltre 10 mila assist in carriera ne fanno uno dei playmaker più forti di tutti i tempi. Si ritira a 41 anni dopo aver illuminato i parquet statunitensi con le sue visioni geniali. Un direttore d’orchestra dal fisico normale (191 cm) ma con doti non comuni di creatività e improvvisazione. Uno che dà sempre l’idea di divertirsi in campo. È lui il regista della rivoluzione dei Phoenix Suns di Mike d’Antoni dove la filosofia offensiva e spettacolare del “Seven seconds or less” (sette secondi o meno) cambia la pallacanestro moderna lasciando un bagliore indelebile. Due volte Mvp Nba (2005, 2006), al suo ingresso tra i grandi della Hall of Fame Nash ha avuto parole di elogio per Santa Clara e il suo coach.
Oggi a 52 anni si è emozionato nel vedere i suoi Broncos alla March Madness dopo trent’anni. Ha anche confidato di avere una chat di gruppo con i compagni di allora: «Siamo grati di aver vissuto in quell’epoca. La nostra amicizia, che è durata nel tempo, è stata una parte importante del nostro successo. Avevamo un grande spirito, una grande intesa e un forte senso di fratellanza». Generoso e altruista, i suoi allenatori gli hanno sempre rimproverato di tirare poco rispetto alle sue ottime percentuali. Un coach è arrivato persino a minacciare di multarlo se non avesse tirato abbastanza. Le statistiche dicono che avrebbe raggiunto ben altri primati individuali. Ma non è mai stato un suo rimpianto: «Il mio modo di giocare era quello di servire i miei compagni, mi piaceva inserirmi negli spazi, essere creativo e rendere la partita divertente per loro».
Nash si è laureato alla Santa Clara University in sociologia nel 1996, un’esperienza che, a suo dire, gli ha «aperto gli occhi» sul mondo. E come diretta conseguenza dopo essersi ritirato ha fondato la Steve Nash Foundation per aiutare e dare speranza soprattutto ai bambini svantaggiati. È significativo che pur non avendo mai vinto un titolo Nba abbia lasciato il segno comunque. Facendo tesoro della sua formazione ha messo in mostra un basket dell’anima: costruito sul passaggio, sulla relazione, sulla capacità di migliorare chi ci sta intorno. Una lezione valida anche per la vita. Esiste un altro modo di giocare e di vincere, parola di Nash.

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