La terra del Roland Garros, il rosso dell'anima
Glamour e partite costruite un punto alla volta e una lezione sportiva: la grandezza nasce dalla resistenza, che ha bisogno del suo tempo

C’è un momento, ogni anno, in cui Parigi smette di guardarsi allo specchio e si sporca le scarpe di rosso. Accade tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, il tempo del Roland Garros, torneo che appartiene al tennis (e che quest’anno sta esaltando i giocatori italiani) ma che racconta soprattutto un modo di stare al mondo.
Se gli altri Slam celebrano l’idolatria contemporanea della velocità, della potenza cinetica e del prestigio immediato, la terra battuta parigina impone un’eresia: celebra la pazienza. Su questa superficie la vittoria non si conquista con un lampo; si edifica mattone su mattone, respiro su respiro. È un fango nobile che non perdona la fretta, che costringe l’uomo a misurarsi con il tempo, con l’attesa logorante, con il peso specifico della fatica.
In un’epoca che premia il consumo istantaneo e l’efficienza algoritmica, la polvere rossa dei suoi campi di gioco continua a insegnare la virtù dimenticata della perseveranza. C’è qualcosa di profondamente umano, persino di spirituale, in questa imperfezione visibile: le palline che si consumano, i corpi che scivolano, cadono e si rialzano, portando addosso i segni della battaglia. È l’antidoto più autentico alla sterilità di uno sport moderno ossessionato dalla performance e spaventato dalla inevitabile fragilità di questi super atleti, spremuti dallo stress e dalla fatica.
Non è un caso, allora, che il Roland Garros sia il torneo più letterario del circuito. Quel “Quarante-Trente” pronunciato da ogni arbitro di sedia con inflessione parigina trasforma anche il punteggio più drammatico in un verso di Prévert. Un lirismo che si respira anzitutto sugli spalti, dove il pubblico resta un unicum: esigente fino alla crudeltà, sempre pronto a mettere sotto esame il campione consacrato e ad adottare lo sconosciuto sfavorito, purché metta in campo l’anima. Perché il pubblico di Parigi non perdona la mancanza di cuore. Se avverte la resa mentale, fischia. Se scorge il sacrificio, si commuove.
Sugli spalti del Philippe-Chatrier, il campo centrale, non si va soltanto a vedere una partita. Si va a partecipare a un rito collettivo. C’è il brusio delle attese, il silenzio improvviso prima del servizio, il mormorio che accompagna una smorzata ben riuscita. E poi gli applausi, che non sempre premiano il vincitore ma quasi sempre riconoscono la bellezza di un gesto.
Intorno ai campi si muove una folla che è già un trattato sociologico. C’è la société che si ritrova nelle logge Vip nascosta dietro occhiali da sole monumentali, sorseggiando champagne tra un “Ah, oui!” e un drammatico “Ooh là là”. Ma il vero cuore pulsa altrove: tra gli appassionati che fanno la fila all’alba per i campi secondari, dove il tennis conserva una dimensione quasi artigianale. O tra le serre ottocentesche del Simonne-Mathieu, il terzo in ordine di importanza, a caccia di un match-maratona tra due “operai della racchetta” che si scambiano i colpi e il destino.
Il resto lo fanno i piccoli riti profani che Parigi custodisce con gelosia squisitamente francese. Le baguette consumate in fretta, le discussioni interminabili davanti ai maxischermi, i giovanissimi e concentratissimi raccattapalle che si muovono all’unisono con la grazia liturgica di un corpo di ballo dell’Opéra.
E poi ci sono i cappelli, un dettaglio essenziale nel look del torneo. Negli Anni Trenta i Borsalino avevano due compiti: farsi vedere, o scomparire tra la folla. Oggi trionfa l’egemonia del Panama bianco di paglia, offerto dagli sponsor e sfoggiato con fiera vanità, salvo poi sentirsi dire dallo spettatore della fila dietro che, per colpa di quello che ti sei messo in testa, lui non vede niente.
C’è una sensualità quasi tattile in questo rito collettivo. La terra rossa ha un profumo tutto suo: sa di pioggia estiva e di polvere calda, e ha il vizio romantico di non restare confinata nelle righe bianche. Si alza col vento, si impasta col sudore, si attacca ai calzini come un certificato di presenza a una delle ultime feste umane che conservano il gusto della lentezza.
Quando la sera comincia a scendere e le luci artificiali si accendono, l’atmosfera cambia di colpo. L’aria rinfresca, i cappelli di paglia lasciano il posto ai maglioni di cachemire poggiati sulle spalle. E mentre la folla defluisce lentamente verso i taxi o la metropolitana, si comprende finalmente perché questo luogo sia unico. Non è solo questione di chi domenica alzerà al cielo la Coppa dei Moschettieri. È il trionfo di un’estetica e di un’etica.
Al Roland Garros la vittoria è importante, certo, ma il modo in cui ci si muove per raggiungerla lo è sempre un po’ di più. Ricorda a tutti che la grandezza non nasce solo dal talento naturale, ma dalla capacità di resistere. Che la bellezza richiede tempo. E che perfino nella capitale mondiale della moda, almeno per due settimane all’anno, il colore più elegante resta quello della polvere.
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