La meraviglia di quel backflip che rende giustizia a una donna
Pattinaggio artistico: ecco perchè il salto mortale all'indietro di Ilia Malinin, vietato fino a poco tempo fa, riconnette il passato al presente. E chiude un cerchio

Diario dai Giochi/5.
La parola del quinto giorno è meraviglia. Che poi altro non è che il modo con cui l’universo ci ricorda che quella cosa non l’avevamo mai vista prima. Ora c’è un atleta in questi Giochi consacrati fin dall’inizio all’armonia che sfugge alle regole dello sport e entra nella sfera dello stupore di chi lo guarda.
Si chiama Ilia Malinin, americano, 21 anni. Fa il pattinatore artistico per hobby, l’incantatore di mestiere. Quello che lo ha reso inimitabile sul ghiaccio l'altra sera non è stato soltanto un gesto tecnico riuscito. È stato un atto simbolico. Un salto che ha attraversato trent’anni di pattinaggio artistico e li ha messi in ordine, almeno per un istante. Perché quando ha ruotato all’indietro in aria, atterrando senza penalità, non ha sfidato solo la gravità: ha riscritto una regola non scritta dello sport, quella che per decenni aveva deciso cosa fosse accettabile e cosa no.
Per molto tempo il backflip è stato considerato una provocazione, un’esibizione da show più che da gara. Troppo spettacolare, troppo poco “puro”. Eppure il pattinaggio artistico è sempre vissuto di questa tensione irrisolta: tra disciplina e libertà, tra accademia e istinto. Malinin non ha fatto altro che portare quella tensione al centro della pista, nel luogo dove oggi finalmente è consentito farlo.
Il suo salto, inevitabilmente, riporta alla memoria Surya Bonaly. Negli anni ’90 la pattinatrice francese osò ciò che allora nessuno voleva vedere: eseguì il salto mortale all'indietro con due lame sotto i piedi quando era proibito, pagandolo con penalità e incomprensioni. Bonaly non era solo in anticipo sui tempi dal punto di vista tecnico; lo era anche culturalmente. Donna, nera, potente in uno sport che privilegiava altre estetiche: il suo gesto venne letto come ribellione più che come innovazione. Oggi sappiamo che era entrambe le cose.
Malinin, invece, atterra in un mondo diverso. Un mondo che ha bisogno di nuovi confini da superare, ma che è finalmente disposto a riconoscere il valore dell’audacia. E il backflip non è più una trasgressione: è una possibilità regolamentata. Ed è qui che la sua esecuzione assume un peso che va oltre il punteggio. Non è un colpo di genio isolato, ma il segno di uno sport che ha accettato di evolversi senza perdere identità.
Il pattinaggio artistico è sempre stato ossessionato dall’equilibrio tra tecnica e grazia, tra difficoltà e racconto. Ogni generazione ha avuto il suo “troppo”: troppo atletico, troppo acrobatico, troppo distante dall’idea romantica dello sport. Malinin, con il suo gesto tecnico impossibile, dimostra che quel confine è mobile, che ciò che ieri sembrava una minaccia oggi può diventare linguaggio condiviso.
C’è anche una giustizia tardiva in questo salto. Perché ogni volta che il pubblico applaude Malinin, applaude inconsapevolmente anche Surya Bonaly, che ha aperto una strada senza poterla percorrere fino in fondo. E ha pagato il prezzo dell’anticipo. Il backflip legale di Ilia Malinin non cancella il passato, non lo assolve completamente. Ma lo riconnette al presente. È un ponte tra ciò che era vietato e ciò che oggi è possibile, tra chi ha osato quando non si poteva e chi osa quando finalmente è permesso. Ed è in quel ponte, più che nella rotazione perfetta, che sta il vero valore di un attimo meraviglioso.
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