"I 4 Gianni" che hanno scritto e fatto la storia dello Sport

Brera, Clerici, Minà e Mura, sono "I 4 Gianni" della mitica redazione sportiva di Repubblica che a 50 anni dalla sua fondazione "rivivono" grazie al saggio di Giuseppe Smorto
February 5, 2026
"I 4 Gianni" che hanno scritto e fatto la storia dello Sport
La copertina del libro di Giuseppe Smorto "I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura. E lo Sport di Repubblica" (foto per gentile concessione dell'editore Minerva)
«La passione sportiva è un mistero nella sua purezza», parola del poeta, anche del gol, Giovanni Raboni. Citazione ripresa da Giuseppe Smorto, colonna storica per trent’anni del quotidiano La Repubblica (fondato nel 1976), il quale ha scritto un libro raro e per niente “piccolo”, come si schermisce, sui quattro giganti del giornalismo sportivo: I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica (Minerva). Quattro fuoriclasse di una redazione che oggi sarebbe “Il resto del mondo” nella sfida contro quel che resta della nazionale delle penne, pardon dei pc o degli smartphone, dello sport. Quattro firme lette anche da Giorgio Gaber che se fosse ancora qui sicuramente gli dedicherebbe Il signor G. I 4 Gianni sono stati i pilastri di una redazione sportiva che non doveva neppure esistere. Perché quando Repubblica venne aperta dall’aristotelico direttore-editore Eugenio Scalfari la pagina sportiva era stata messa al bando dall’obiettivo dichiarato di «un giornale senza immagini e senza sport». Scalfari interpellato dai colleghi Franco Recanatesi e Francesco Merlo si vantava come Winston Churchill di dovere la sua longevità al fatto di non aver mai praticato attività sportiva. Questa avversione endemica del sommo “Barbapapà”, come veniva chiamato il padre patron di Repubblica dai suoi giornalisti, veniva avallata anche dal consiglio accorato e antisportivo delle signore snob dei salotti che frequentava. Ma in uno di quei salotti romani una sera del ‘78 la voce aurea e autorevole del principe dei telecronisti azzurri, Nando Martellini, racconta una partita del Mundial d’Argentina appena concluso e la narrazione stupisce a tal punto Scalfari che incomincia a riflettere sulla possibilità di inserire pillole di sport a coronamento dello spot superbo: «O credi al tg o credi a Repubblica».
Smorto è stato testimone diretto dell’evoluzione della specie sportiva del giornale che da zero in condotta è passato al 110 con lode. Merito dello storico capo dello sport Mario Sconcerti che, con la complicità di Scalfari convinse Gianni Brera a lasciare il Giornale con la prospettiva allettante di diventare «un columnist che si occupa di sport come Bocca si occupa di politica e Biagi di costume». Scalfari rimase colpito dallo “stile Brera”, dalla capacità di coniare nomignoli e di condire gli articoli di calcio e di ciclismo con una filologia talmente ricercata quanto incomprensibile, persino a un filosofo come lui, che alla prima lettura sbottò nella riunione di redazione con un lapidario «io non ci capisco un…. (bip)». Pezzi forti e chiari invece quelli che il direttore lesse durante il Mundial di Spagna dell’82 in cui Brera davanti alla pochezza degli azzurri nel girone di qualificazione (3 pareggi contro Polonia, Perù e Camerun) si lasciò andare all’ironica promessa: «Se l’Italia vince andrò in processione il giorno di San Bartolomeo nel mio paese San Zenone Po». L’Italia di Bearzot conquistò la Coppa del Mondo e Brera vinse due volte: quella processione era stata soppressa, quindi pericolo scampato e in più si prese gli applausi non scontati di Scalfari «per la bravura con cui copri il servizio, con l’impegno del vecchio maestro e del ventenne entusiasta». L’allora trentenne cronista d’assalto Oliviero Beha si inventò un Mundialgate (la presunta combine di Italia-Camerun) forse anche per andare contro al nemico matusa che accolse così: «Di Brera non abbiamo bisogno, siamo un giornale giovane». Ma Brera fu stoico e monumentale fino alla fine, che lo colse di sorpresa, una notte di dicembre del 1992, un incidente d’auto di ritorno dopo una “pacciada”, l’arte sopraffina del mangiarebere. Una delle arti trasmesse all’unico erede professionale, Gianni Mura. Un Simenon del racconto sportivo sui campi di calcio e per le strade del Tour de France, che come Brera ha saputo creare un rapporto di fidelizzazione con il lettore di Repubblica deliziandolo per 37 anni con la rubrica più longeva del giornalismo italiano, “Sette giorni di cattivi pensieri”. Un assist di Sconcerti anche quelle due colonne settimanali che Mura colorava con calembour e mnemoniche di libri, dischi e personaggi di un suo canone inverso, in cui gli ultimi erano i primi. A volte nei Cattivi pensieri ci trovavi più Club Tenco che club di calcio e come scrive Smorto da quella torre di Montaigne, Mura criticava «il benaltrismo, il qualunquismo, l’altrovismo, prima che diventino scienza politica». Un guerriero leale che combatté fino all’ultima battuta dalla sua Olivetti lettera 32 “l’anotizia” con il mestiere del narratore, del giocoliere enigmistico e del gourmet. Leggansi i suoi 92 anagrammi di Eugenio Scalfari o le recensioni della rubrica Mangia e bevi (firmata con la moglie Paola Gius) «uno dei tanti motivi per cui abbiamo ritirato la maglia, anche sul Venerdì, come si fa per i campioni», scrive Smorto che è stato capo dell’inserto di Repubblica. Era stato anche un campione, di tennis, lo scriba massimo dei gesti bianchi, Gianni Clerici , il quale rivendicava la sua vena narrativa anche quando scriveva per Repubblica. «Queste sono storie, chissà, perché li chiamiamo articoli, mai usare la parola articolo perché fa pensare a due lettere». Transfugo dalla nobile redazione sportiva del Giorno Scalfari lo accolse con un «potresti diventare il nuovo Brera», e lui sagace ribatteva con uno smash da n.1 del ranking: «Ma Brera è vivo e vegeto».
Per la pubblica ottusità, Clerici è rimasto Quello del tennis, e lui con la sua scorta inesauribile di seconde battute ci ha intitolato uno splendido volume autobiografico in cui tra i ritratti per i campioni del passato, annotava le sue passioni letterarie, come l’incontro con il Nobel Hermann Hesse. Un altro gigante di Repubblica come il critico Beniamino Placido recensendo il suo best seller, I gesti bianchi, scriveva: «Possiamo dire che Clerici è uno scrittore, ma se ogni volta bisogna riaffermarlo vuol dire che il problema c’è». Clerici fu cronista certo, ma letterato più affine a Kipling di cui aveva fatto sua la celebre frase incisa sopra l’ingresso del Centre Court a Wimbledon: «Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta e trattare queste due bugiarde allo stesso modo». Un motto che nel lungo e avventuroso cammino di reporter ha fatto suo anche Gianni Minà. Maestro, e come i poeti brasiliani coltivatore diretto dell’arte dell’incontro (iconica la foto della cena da lui “diretta” da Checco er Carrettiere: Minà con Muhammad Ali, Garcia Marquez, Bob De Niro e Sergio Leone). Un Maradona del racconto televisivo, ma Minà sapeva anche scrivere e inventare, da fantasista di redazione. Beppe Smorto lasciò Repubblica per seguirlo: un “Blitz” di due anni e mezzo a Torino a Tuttosport di cui Minà fu direttore etnico con la «prevalenza del latinoamericano», ma rimarcando sempre quell’etica professionale che gli faceva dire: «Mai fregare le persone in nome di un titolo. L’aggressività del giornalismo moderno è cretina». Anche per questo Diego Armando Maradona si fidava solo di lui e di Fidel Castro, e ad entrambi Minà li ha omaggiati con docufilm da Oscar che alla Rai stanno ancora cercando di decifrare. Il mio mentore olimpico Adalberto Scemma è convinto che Brera e Mura siano patrimonio delle università, ma lo stesso discorso vale anche per Clerici e Minà sui quali si stanno scrivendo tesi di laurea e completando archivi storici. «Ci consola che i 500 anni di tennis continuino ad essere tradotti in tutto il mondo. E che i quattro Gianni restino immortali a modo loro. Siamo invece pieni di premi Strega dimenticati», proclama Smorto. Questo ci consola, specie davanti al tetro scenario in cui librerie indipendenti spariscono e le edicole chiudono e perciò redazioni sportive come quella di Repubblica non se ne vedranno più, anche perché nei giornali, conclude Smorto «ormai dipendiamo dai ragionieri, invece di migliorare andiamo indietro. Dispiace per i nostri figli».

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