Quando l'Italia infangata vinceva i Mondiali: 2006, il paradosso della redenzione

Vent’anni dopo il Mondiale conquistato nel pieno di Calciopoli, una storia che va oltre il calcio e interroga il rapporto degli italiani con la colpa, il perdono e il giudizio
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June 10, 2026
Quando l'Italia infangata vinceva i Mondiali: 2006, il paradosso della redenzione
Fabio Cannavaro alza la Coppa del Mondo a Berlino, 9 luglio 2006 / ANSA
E ravamo sporchi, nudi, travolti dalle macerie ancora fumanti di Calciopoli. Vent'anni dopo, sento ancora l’odore di quel giugno tedesco e il peso di un imbarazzo che si tagliava col coltello. Il ricordo più nitido di Germania 2006 non è il rigore di Grosso, né la testata di Zidane, né Fabio Cannavaro che alza la Coppa del Mondo sotto il cielo di Berlino. È il senso di disagio con cui l'Italia si presenta a quel Mondiale: con la coda tra le gambe.
L’inchiesta, le accuse e 134 indagati
Per capire l’aria che respiravamo in quei giorni, bisogna riavvolgere il nastro che per mesi aveva girato nei registratori delle Procure. Un'ondata di melma, nata dalle intercettazioni telefoniche che scoperchiavano un sistema di presunta corruzione nel mondo calcistico e arbitrale. Non era il solito scandalo estivo, era una metastasi sistemica. Coinvolgeva tutti: giocatori, arbitri, designatori, dirigenti e persino qualche giornalista, pronto a orientare i giudizi nei salotti tv per compiacere il potente di turno. Una corruzione che era più psicologica che economica: una totale, cronica sudditanza a un sistema marcio.
Alla fine, in quel tritacarne giudiziario, ci finirono 134 persone indagate. I vertici di club come Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina con ben 19 partite del campionato precedente. L’accusa iniziale faceva tremare i polsi: associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. E al centro di quella gigantesca tela si stagliava la figura monumentale di Luciano Moggi. Il gran manovratore, l’uomo capace di decidere le sorti del campionato per sé e per gli altri con un colpo di telefono. Un orchestratore principe di un meccanismo nemmeno tanto occulto per orientare le partite, un gioco di sponda che andava avanti già da alcuni anni.
A soli due mesi dalla gara d’esordio della Coppa del Mondo in Germania, il palazzo del pallone crolla di schianto: si dimettono il presidente della Federcalcio e il suo vice, salta persino la storica segretaria, seguiti a ruota dai vertici arbitrali e dai consigli di amministrazione di mezzo campionato. Il fango è arrivato così in alto da lambire la politica: tra gli intercettati spunta pure l’allora ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, che a Moggi chiedeva favori arbitrali per la sua Torres di Sassari, in Serie C1. A coordinare l’inchiesta, in quel clima da apocalisse sportiva, viene chiamato Francesco Saverio Borrelli, l’ex capo del pool di Mani Pulite.
In quel giugno del 2006, l'Italia si presenta esibendo le sue piaghe in mondovisione. Con Gianluigi Buffon in porta. Uno che – secondo i verbali e le indiscrezioni dell'epoca – scommette un 1 milione e 200mila euro in un anno sulle partite. Con il capitano, Fabio Cannavaro, il cui trasferimento d'oro alla Juventus è in quelle stesse ore al vaglio dell’Ufficio Indagini. E poi c'è l’allenatore, Marcello Lippi. Lui non ha pendenze dirette, ma un figlio indagato, Davide, come procuratore e titolare della Gea, la società che gestisce gli interessi di 232 giocatori professionisti, inclusi alcuni convocati in azzurro. Alla fine Davide verrà prosciolto da tutto, ma al momento di salire sulla scaletta dell'aereo per la Germania, la posizione del padre commissario tecnico è quantomeno imbarazzante.
Mentre la Nazionale prepara le valigie a Coverciano, fuori si scatena una caccia alle streghe senza precedenti. In Italia molti dubitano addirittura se sia il caso di presentarsi al Mondiale. Si invoca l'auto-ritiro, un gesto di purificazione laica. “Avvenire” e io eravamo tra quelli. Sostenevamo, con una punta di intransigenza, che bisognasse ritirarsi per dignità, per dare un segnale a un Paese abituato ai colpi di spugna. E i protagonisti di quell'avventura, non ce lo perdoneranno mai.
Intanto la politica e l'opinione pubblica alzano i toni: la Lega Nord di Bossi e il quotidiano comunista “Il Manifesto” protestano uniti, sventolando lo sdegno contro la spedizione azzurra. “La Padania” titola ferocemente: “Fratelli di cosa?”, spezzando quel briciolo di unità nazionale rimasta. Oliviero Toscani si augura pubblicamente una nostra sconfitta per 3-0 all’esordio contro il Ghana, per accelerare il lavacro della vergogna. Eppure, in quel manicomio di ipocrisia e fango, nessuno nel clan azzurro sembrava vergognarsi o chiedere asilo. Anzi. Mento in alto e petto in fuori, gli offesi sembrano loro: i giocatori (meno) e il tecnico (soprattutto).
L’esilio volontario nel castello di Duisburg
Si parte, comunque. Destinazione Germania. La Nazionale decide di sparire dai radar e si accampa in Renania: un castello a Duisburg, a 28 chilometri da Düsseldorf. Un posto grigio, industriale, perfetto per chi deve nascondersi o per chi deve pianificare un riscatto medievale. Lippi alza subito i ponti levatoi. Trasforma quel castello in un bunker psicologico, tagliando i fili con l'esterno, istituendo una clausura che somiglia a un esilio volontario.
All'arrivo della squadra, migliaia di emigrati italiani avevano aspettato per ore sotto il sole. Nessun giocatore si ferma per una foto o un autografo. Anche gli allenamenti sono rigorosamente a porte chiuse. Lippi predica il distacco come una virtù. A me sembra uno schiaffo alla gente, e una prova di insensibilità da parte di chi, in quel momento, ha molto da farsi perdonare e una reputazione da ricostruire.
Poi, finalmente, si accendono i riflettori del campo. E la parabola morale del fango inizia a trasformarsi in un'epopea agonistica di rara ferocia. L'esordio contro il Ghana è l’11 giugno ad Hannover. Pirlo disegna un arcobaleno dal limite dell'area e Iaquinta chiude i conti per il 2-0 finale. È un'Italia spietata, che corre per scacciare i fantasmi. Ma la catarsi è ancora lontana.
Noi eravamo lì a fare i moralisti di professione, a contare i millimetri del sigaro spento di Lippi che sapeva di nervosismo e tabacco gelido, convinti di incarnare la parte sana del Paese. Non potevamo ancora sapere, in quelle fredde mattine della Renania di vent'anni fa, che stavamo assistendo, ignari, alla nascita di un capolavoro di psicologia militare, quasi ascetica. Quello schifo di esordio, quel muro di gomma, quella spocchia ostentata non erano un errore di comunicazione: erano il piano d'azione. Lippi stava usando il nostro disprezzo, la nostra richiesta di purezza, come benzina per il motore della squadra. Più l'Italia li disprezzava, più quel gruppo si stringeva dentro, si perdonava a vicenda e si compattava.
La seconda partita è contro gli Stati Uniti. A Kaiserslautern, è una rissa da saloon: l'autorete di Zaccardo, la gomitata sanguinosa di De Rossi che gli costa quattro giornate di squalifica. Finiamo in dieci contro nove, strappando però solo un pareggio per 1-1. È una squadra fragile, nervosa, presuntuosa. Nel frattempo, i deferimenti di Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina sono imminenti, ma nel ritiro azzurro è vietato parlarne. Ogni giorno il confine tra calcio e realtà diventa più sottile.
Il 22 giugno arriviamo ad Amburgo per la sfida con la Repubblica Ceca. È forse il giorno più imbarazzante di tutto il Mondiale italiano. La magistratura aspetta il fischio finale della partita per comunicare le richieste del procuratore federale Stefano Palazzi. Juventus, Milan, Lazio e Fiorentina rischiano la retrocessione. La Juventus addirittura la Serie C. In campo l'Italia gioca male. Molto male. Nella prima mezz'ora non supera mai la metà campo. Poi gli avversari restano in dieci. Materazzi segna. Inzaghi raddoppia. L'Italia passa agli ottavi. In conferenza stampa un giornalista straniero domanda a Lippi se i suoi giocatori abbiano pensato a Calciopoli durante quei giorni. Il commissario tecnico risponde: «Non è che i giocatori stiano tutto il tempo a pensare...». Qualcuno sorride. Io rido apertamente. E noto che lo staff prende nota anche di quello.
La sera scrivo il mio articolo sottolineando che la Nazionale continua a vincere senza convincere. Poco dopo mi telefona il direttore Dino Boffo. «Alberto, io di calcio capisco poco. Però vedo la gente che va nelle piazze, si tuffa nelle fontane, festeggia. Siamo sicuri di tenere la linea giusta?». È una domanda intelligente. Il direttore ha ragione, perché il giornalismo non può ignorare la realtà. Ma la coerenza, quasi sempre, merita la sua dignità. Molti giornali che fino a pochi giorni prima denunciavano il degrado morale del calcio italiano, hanno già cambiato tono. Adesso celebrano gli azzurri senza esitazioni. Io gli rispondo che vorrei continuare a raccontare quello che vedo e penso. Boffo mi lascia fare. Si fida di me. E probabilmente sbaglia. Perché l'Italia continua a vincere.
Il rigore di Totti con il pollice in bocca
Ma la vera svolta mistica ed emotiva, quella in cui il destino decide di girare la ruota, avviene a Kaiserslautern contro l'Australia. È il 26 giugno. Ancora una volta l’Italia gioca male. Ancora una volta vince. Una partita bloccata, asfissiante, resa un calvario dall'espulsione di Materazzi all'inizio del secondo tempo. Giochiamo in dieci, stanchi, assediati da una squadra mediocre ma atleticamente straripante. Sembra l'anticamera di un’uscita di scena drammatica. Poi, al novantatreesimo, Fabio Grosso, terzino sinistro che fino a due anni prima giocava in provincia, decide di infilarsi in area. Cerca il contatto, trova una scivolata ingenua del difensore australiano e stramazza al suolo. Rigore. A dir poco generoso. Sul dischetto va Francesco Totti, l'idolo romano accusato in patria di essere un lusso ingiustificato. Totti calcia sotto l'incrocio, e si mette il pollice in bocca. Negli spogliatoi Lippi mi vede in mezzo ai cronisti e mi regala un sorriso beffardo. Forse me lo immagino. O forse no. L'Italia scivola ai quarti dove il 30 giugno ad Amburgo supera agevolmente l'Ucraina per 3-0 con una doppietta di Toni e una facilità che quasi spaventa. Il capolavoro teologico e sportivo di quell'estate però si consuma a Dortmund, il 4 luglio, nella tana del lupo. La semifinale contro la Germania padrona di casa, in uno stadio dove i tedeschi non hanno mai perso nella loro storia. È qui che il “muro contro tutti” eretto da Lippi a Duisburg mostra la sua reale natura. Non è più una Nazionale di calcio, è una falange. I tedeschi attaccano, colpiscono legni, ma Buffon vola da un palo all'altro come se dovesse difendere la sua stessa vita dalle accuse di Parma. Cannavaro si trasforma in un gigante d’ebano, respingendo ogni pallone che transita nell'area di rigore. Si va ai supplementari, lo spettro dei rigori aleggia sul Westfalenstadion. Al minuto 119, su un calcio d'angolo respinto, Pirlo riceve la palla al limite. Non guarda la porta, fa finta di calciare, ma con un no-look millimetrico serve Grosso, ancora lui, defilato sulla destra. Il terzino calcia di prima intenzione, una traiettoria a rientrare perfetta. È l’1-0, Grosso corre piangendo, urlando “Non ci credo”. Un minuto dopo, mentre la Germania si riversa in avanti disperata, Cannavaro ruba l’ennesimo pallone di testa, avvia il contropiede, Gilardino serve Del Piero che infila il 2-0 sotto l’incrocio. Non resisto, lo confesso. In tribuna mi alzo anch'io, ed esulto come Nino Manfredi in “Pane e cioccolata”.
Il film della finale, metafora di un’estate
Il 9 luglio, a Berlino, la finale contro la Francia è l'atto conclusivo del film. C’è tutto: il rigore di Zidane dopo pochi minuti che sembra far calare il sipario, il pareggio di testa di Materazzi che rimette in piedi la baracca, la traversa di Toni. Poi, nei supplementari, la follia lucida e tragica dello stesso Zidane, che colpisce Materazzi con una testata al petto sotto gli occhi del mondo. Il semidio del calcio mondiale esce di scena espulso. È la metafora perfetta di quell’estate: la caduta degli dei e il trionfo dei reietti. Ai rigori, l'Italia non sbaglia un colpo. Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero. E infine Fabio Grosso, che scarica in rete il pallone della storia. Campioni del Mondo.
Tra campo e panchina, a Berlino c’erano 8 juventini, a riprova – scrisse qualcuno – che lo strapotere politico della Juventus era prima di tutto tecnico e sostanziale. Marcello Lippi poche ore dopo il trionfo, conferma che lascerà l’incarico. Lo annuncia con il tono sprezzante al quale è abbonato. Gattuso dice che senza Calciopoli forse non avrebbero vinto mai: «Dovevamo dimostrare che il nostro calcio non era solo melma e intercettazioni».
L’onorevole Mastella propone un’amnistia per meriti sportivi. La prima sentenza sportiva sullo scandalo invece è durissima, ma in appello, e poi con l’arbitrato del Coni, le cose cambiano: l’indignazione lascia spazio al compromesso. Alla Juventus vengono tolti due scudetti e viene retrocessa in Serie B, che affronterà con 9 punti di penalizzazione, la Fiorentina resta in A ma parte da –15, la Reggina da –11, il Milan da –8, la Lazio da –3 e il Siena da –1. Altre tre squadre vengono penalizzate in B. Tutti gli imputati, condannati o meno, escono di scena. Tra il 2010 e il 2011 furono oggetto d'indagine anche altri club (tra i quali l’Inter) inizialmente non coinvolti nel filone del 2006, ma in questo caso non fu possibile accertarne le eventuali responsabilità poiché sopravvenne la prescrizione per i fatti in esame.
Ma riguardando indietro a quel Mondiale, si scopre una verità più profonda che interroga la nostra cultura: l’Italia è quel Paese strano, costantemente incline al giudizio, che ha bisogno di sentirsi colpevole, sporco e assediato per trovare la sua parte migliore.

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