Michele Santeramo: «Maria, Pilato e Giuda ci parlano di noi»
Al Festival di Spoleto l’autore porta “Le radici di mezzo mondo”, cinque spettacoli dedicati ai personaggi evangelici. Dall’8 al 12 luglio in scena Peppino Mazzotta, Giuseppe Cederna, Sara Putignano, Manuela Mandracchia e Lino Musella

Cosa accadrebbe se Giuda potesse parlarci del senso di colpa? Se Pietro ci insegnasse a non temere il fallimento? Se Maria Maddalena ci restituisse il coraggio di sognare e Pilato ci costringesse a fare i conti con le scelte che non abbiamo avuto il coraggio di compiere? Da queste domande nasce Le radici di mezzo mondo, il nuovo progetto di Michele Santeramo che debutta al Festival dei Due Mondi di Spoleto con cinque spettacoli, dall’8 al 12 luglio, affidati a cinque interpreti d’eccezione: Peppino Mazzotta sarà Giuda, Giuseppe Cederna Pietro, Sara Putignano Maria, Manuela Mandracchia Maria Maddalena e Lino Musella Pilato. In scena, accanto agli attori, anche lo stesso autore e il musicista Sergio Altamura. Autore tra i più originali del teatro italiano contemporaneo, Santeramo ha scritto per il Piccolo Teatro di Milano, il Teatro di Roma e il Teatro Nazionale della Toscana. Ma questa volta il punto di partenza è profondamente personale.
«Le radici di mezzo mondo sono le radici di una parte enorme dell’umanità, quella cresciuta dentro una cultura attraversata dal cristianesimo», racconta. «Ma non mi interessava fare un discorso confessionale. Mi interessava capire come personaggi che appartengono ai Vangeli possano ancora parlare alle nostre vite. Ho immaginato che l’autore, cioè io, soffra di piccoli e grandi malesseri dell’anima: il senso di colpa, il fallimento, la paura di scegliere, la perdita dei sogni. E allora si domanda: se potessi parlare con Giuda, con Pietro, con Pilato, con Maria Maddalena o con Maria, che cosa mi direbbero? Come potrebbero aiutarmi? Da qui nascono questi dialoghi immaginari che poi diventano spettacolo». I personaggi evangelici diventano così compagni di strada del pubblico. «Non arrivano per impartire lezioni», spiega il drammaturgo. «Arrivano per condividere un’esperienza umana. Ognuno porta una ferita e una possibilità di guarigione. Sono figure enormi, ma allo stesso tempo vicinissime a noi. Mi interessava sottrarle alla distanza della devozione e riportarle dentro la vita quotidiana».
Il primo a comparire è Giuda. «Ci parla del senso di colpa, ma soprattutto ci costringe a guardare il tradimento da una prospettiva diversa. Mi sono chiesto che cosa possa aver pensato nell’istante del bacio. E nella mia immaginazione lui dice una cosa sorprendente: “Io volevo troppo bene a Gesù per baciarlo”. Racconta che è stato Gesù ad avvicinare il volto alle sue labbra, accettando fino in fondo il proprio destino. È una lettura poetica, naturalmente, ma serve a spostare lo sguardo. Perché tutti noi conosciamo il peso del senso di colpa e sappiamo quanto sia difficile convivere con ciò che abbiamo sbagliato».
Poi c’è Pietro, forse il personaggio che più ha colpito l’autore durante la scrittura. «Pietro fallisce continuamente. Fallisce quando cammina sulle acque e poi affonda perché ha paura. Fallisce quando rinnega Gesù. Eppure proprio lui diventa la pietra su cui si costruisce la Chiesa. Pietro ci dice che il fallimento non è la fine della strada, ma spesso il suo inizio. In un tempo che pretende successo, efficienza e perfezione, lui ci ricorda che si può cadere e ricominciare». Se Pietro parla ai nostri fallimenti, Maria Maddalena parla ai nostri sogni perduti. «Lei vede tutto: la sofferenza, la croce, la morte, il sepolcro. Non c’è nulla che lasci spazio all’illusione. Eppure è la prima a credere nella Resurrezione. In lei mi affascina questa capacità di credere al sogno più che all’evidenza della realtà. Oggi siamo circondati da pragmatismo, conti da pagare, obiettivi da raggiungere. Maria Maddalena ci domanda se non abbiamo perso qualcosa lungo il cammino: la capacità di immaginare un futuro diverso, di sperare oltre ciò che vediamo».
Non meno attuale appare Pilato. «Mi ha sempre colpito perché sa qual è la cosa giusta da fare eppure non riesce a farla. Quante volte accade anche a noi? Vediamo un’ingiustizia, comprendiamo quale sarebbe la scelta corretta, ma restiamo immobili. Pilato dice una frase che considero centrale: spesso scegliamo solo quando non abbiamo più scelta. Invece dovremmo imparare a decidere prima, a non tradire noi stessi. È una riflessione che riguarda la responsabilità personale, civile e morale». E infine Maria, «il personaggio più complesso e forse il più commovente». Santeramo la immagina lontana dalle immagini stereotipate della devozione. «Mi interessava raccontarla come una madre. Una madre che a un certo punto potrebbe dire ai propri figli: “Sono stanca, aiutatemi”. Noi siamo abituati a immaginare le madri sempre forti, sempre capaci di sostenere tutti. Maria invece ci chiede conto della responsabilità che ci è stata affidata insieme alla vita. Ci domanda che cosa ne abbiamo fatto. È una figura che interroga profondamente il nostro presente».
Dietro questi personaggi c’è un dialogo mai interrotto con il Vangelo. «Il mio rapporto con la fede è fatto soprattutto di domande», confessa. «Continuo a interrogarmi. E continuo a tornare ai Vangeli, che sono tra i pochi libri che rileggo costantemente. Ogni volta vi trovo qualcosa di nuovo, non perché cambino loro, ma perché cambio io. A seconda dell’età e delle esperienze, capisco aspetti che prima mi erano sfuggiti. È una lettura che non smette di accompagnarmi». Un ruolo decisivo lo ha avuto l’incontro con don Tonino Bello. «È stata una delle più grandi fortune della mia vita. Tra i quindici e i diciotto anni l’ho conosciuto attraverso la Gioventù Francescana. Ogni volta che celebrava una messa accorrevamo ad ascoltarlo. Vedere incarnati in una persona il Vangelo, la mitezza, l’attenzione agli ultimi, è stata un’esperienza che mi ha segnato per sempre. Ancora oggi torno spesso a quelle immagini e a quelle parole». E nei ricordi riaffiora il ragazzo che frequentava la parrocchia e gli incontri di preghiera. «Erano anni in cui si formava il mio sguardo sul mondo. Non avrei mai immaginato che un giorno quelle domande sarebbero diventate materia di teatro. E invece è accaduto. Forse perché certe domande non ci abbandonano mai e questi personaggi ci assomigliano molto più di quanto pensiamo».
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