Marco Paolini: «La crisi dell’acqua è questione di tutti»
Al Festival “Scene di Paglia” nella Saccisica il teatro incontra scienza e territorio. L’attore col progetto “Atlante delle Rive” racconta fiumi, siccità e cambiamento climatico

C'è un teatro che non si limita a occupare uno spazio, ma entra nel paesaggio, ne ascolta la voce e ne raccoglie la memoria. È quello del Festival Scene di paglia, che da diciassette edizioni trasforma casoni rurali e di laguna, idrovore, ville storiche, piazze e luoghi normalmente esclusi dai circuiti culturali in palcoscenici d'eccezione. Dal 20 giugno al 5 luglio la manifestazione coinvolge otto Comuni tra le province di Padova e Venezia (Arzergrande, Brugine, Bovolenta, Codevigo, Legnaro, Sant’Angelo di Piove e Chioggia) con sedici spettacoli, intrecciando teatro, musica, danza e narrazione civile. Un vero percorso di riscoperta dell'identità della Saccisica e dei territori lagunari, dove il rapporto tra uomo e acqua ha modellato paesaggi, economie e comunità.
Ad aprire la manifestazione è stato ieri Marco Paolini con Un sacco di Piove, recital ospitato nello storico Casone Ramei a Piove di Sacco e costruito come un flusso di racconti, memorie e riflessioni legati al territorio. Lo spettacolo è stato preceduto dall'incontro “Coltivare l'acqua” con Marina Colaizzi, segretario generale dell'Autorità di bacino distrettuale delle Alpi Orientali, Lorenzo Furlan di Veneto Agricoltura e Fabrizio Stelluto, giornalista e presidente di Argav. Un dialogo che ben rappresenta lo spirito di Atlante delle Rive, il progetto ideato da La Fabbrica del Mondo e realizzato da Jolefilm nel cui solco si inseriscono spettacoli di Paolini come Bestiario Idrico e Dov'è il Po?, Fiumi sommersi con Paolo Fresu, Antropocene e altri poceti dei Fratelli Dalla Via e numerose iniziative diffuse sul territorio.
Particolarmente significativo, all'interno di Scene di Paglia, sarà anche l'appuntamento del 3 luglio all'Idrovora di Santa Margherita di Codevigo (Pd), dove andrà in scena in prima assoluta La Sentinella di Gianmarco Busetto, dove l’impianto è protagonista di un racconto dedicato alla grande alluvione del 1966 e alla continua sfida tra uomo e natura. Marco Paolini, da anni impegnato nel racconto dei grandi temi ambientali e civili, vede proprio nei fiumi una chiave per comprendere le trasformazioni del nostro tempo.
Paolini, “Un sacco di Piove” è una tappa di “Atlante delle Rive”, un progetto triennale ma che sembra avere orizzonti molto più ampi.
«Atlante delle Rive nasce come sviluppo della Chiamata della Fabbrica del Mondo e mette insieme teatro, scienza, tecnica e cittadinanza. Non ha l'ambizione di risolvere i problemi dell'acqua, ma di raccontarli. Vuole creare connessioni, far nascere e crescere la voglia di prendersi cura dei nostri fiumi. Il nostro è un cast di cittadinanza: artisti, giornalisti, divulgatori, tecnici degli acquedotti, consorzi di bonifica, esperti di biodiversità e della qualità delle acque. Ognuno possiede un tassello prezioso di conoscenza e il nostro compito è costruire collegamenti tra saperi».
Che cosa significa concretamente costruire un “Atlante delle Rive”?
«È una chiamata ad abitare poeticamente e politicamente il territorio. Significa ascoltare le acque, raccogliere le storie e le tensioni che scorrono lungo le rive. Ogni fiume, ogni torrente, ogni valle ha una storia che va cercata e raccontata. Una visione d'insieme ha bisogno di molti punti di vista contemporaneamente. Per questo coinvolgiamo non solo artisti e scrittori, ma anche consorzi di bonifica, gestori del servizio idrico integrato, Arpa regionali, Protezione civile, vigili del fuoco e tutti coloro che si occupano di ciò che chiamiamo emergenze. Anche se, in realtà, oggi questa parola è diventata impropria, perché ciò che un tempo era eccezionale sta diventando la nuova normalità».
Lei sostiene che la parola “emergenza” oggi non sia più adeguata. Perché?
«Perché l'emergenza è un'eccezione a una regola. Ma la regola è cambiata. Dobbiamo aspettarci eventi climatici estremi molto più frequentemente di prima. La crisi idrica che stiamo vivendo non è un incidente isolato. Questa è la terza grande crisi idrica dall'inizio del secolo. Ci siamo passati nel 2007, poi nel 2022 e adesso ci risiamo».
Quali segnali vi preoccupano di più?
«Il Po è già sceso sotto il livello di guardia e il cuneo salino sta tornando a risalire. Questo significa che in alcune zone del Polesine l'acqua del mare entra nel fiume, rende impossibile irrigare. Oggi il Po ha una portata che è circa la metà di quella che dovrebbe avere in estate. Se il caldo aumenta, aumentano anche i prelievi a monte e nel fiume resta ancora meno acqua. È una catena di conseguenze che riguarda tutti».
Perché il tema dell'acqua va affrontato partendo dai bacini e non dai confini amministrativi?
«Perché i fiumi non sono democratici. L'acqua non torna indietro. Scorre sempre in una direzione. Un fiume attraversa regioni diverse, a volte persino Stati diversi. Il bacino del Po interessa direttamente o indirettamente gran parte dell'Italia settentrionale e non dobbiamo perdere di vista il funzionamento reale del sistema».
Lei sostiene che per capire il presente bisogna recuperare anche la memoria del rapporto tra l'Italia e i suoi fiumi.
«Per secoli i fiumi sono stati le nostre principali vie di comunicazione. I commerci viaggiavano sull'acqua. La Lombardia era ricca anche perché disponeva di una rete navigabile straordinaria. Poi sono arrivati le ferrovie, l'asfalto, i camion e abbiamo smesso di considerare strategici i fiumi. La modernità ha puntato sulle strade e il nostro sguardo si è allontanato dall'acqua. Per decenni il problema è sembrato soltanto quello di difendersi dalle piene, alzare gli argini e controllare i corsi d'acqua. Oggi scopriamo che il clima sta cambiando più velocemente delle nostre certezze e che dobbiamo tornare a ragionare in termini di bacini e non soltanto di confini amministrativi».
Lei insiste molto sui danni della siccità, spesso meno visibili di quelli delle alluvioni.
«L'alluvione lascia segni immediati e drammatici. La siccità lavora più lentamente, ma può essere altrettanto devastante. Quando il sale entra nei terreni, per decenni quei suoli non saranno più gli stessi. Si modifica il paesaggio, si riduce la produttività agricola, aumenta il rischio di abbandono. Sono processi lunghi, ma profondi».
Perché portare tutto questo a teatro?
«Perché queste cose non possono restare soltanto nelle riunioni degli addetti ai lavori. Ho pensato che si potessero raccontare in modo interessante, vitale, teatrale. In fondo non è molto diverso dal raccontare ancora una volta un viaggio in Italia. Il teatro non cambia il mondo da solo, ma può costruire un po' di consapevolezza. Noi continuiamo a credere che il teatro civile abbia ancora una funzione importante nel creare legami tra le persone e il territorio».
E il futuro di “Atlante delle Rive”?
«Io continuerò a lavorarci ancora per qualche anno, soprattutto sul Po. Ma non voglio essere l'unico a raccontarlo. La forza del progetto è che già oggi decine di persone stanno lavorando su altri territori. C'è Gianmarco Busetto qui nella Saccisica, altri stanno lavorando sul Piave, altri ancora su piccoli corsi d'acqua. Oggi la rete conta circa ottanta soggetti. Questo non è il tempo delle avanguardie solitarie. È il tempo delle reti. L'importante è che il racconto continui e che sempre più persone si sentano parte di questa geografia dell'acqua».
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