Wim Wenders: «Il mio cinema è fatto di luoghi»
«I miei film partono non da storie o personaggi, ma da spazi che mi affascinano. Ho bisogno di pensare che non esista ambientazione migliore del luogo che ho trovato»

Tempo d’estate e, come di consueto in Italia, i botteghini cinematografici soffrono il caldo e i weekend al mare, le sale si svuotano en gli incassi languoo. Un rapporto, quello tra pubblico e sala, turbolento e incostante che fa riflettere su una crisi secondo alcuni insanabile. Eppure, a dispetto di tanti nuovi film che non riescono a riscuotere l’interesse degli spettatori, da qualche tempo il pubblico si sta abbandonando al piacere di riscoprire vecchi capolavori sul grande schermo, film mai arrivati prima al cinema o che al cinema tornano dopo decenni, “nuovi” per le giovani generazioni, indimenticabili per chi ne ricorda la prima uscita e magari l’entusiasmo che avevano suscitato.
Accade in questi giorni anche con il cinema di Wim Wenders, nelle sale con una rassegna di cinque titoli, Alice nella città, L’amico americano, Lisbon Story, The Million Dollar Hotel e Non bussare alla mia porta che lunedì sera il regista tedesco ha presentato in streaming al Cinema Anteo di Milano e in tutte le sale aderenti all’iniziativa. La rassegna “In viaggio con Wim Wenders - Cinque capolavori da riscoprire”, distribuita da CG Entertainment in collaborazione con Lumière & Co. e Cinemaundici, propone un vero e proprio itinerario attraverso trent’anni di carriera del regista, dagli anni Settanta ai primi Duemila.
Partendo da una delle sue più celebri affermazioni, «Per me vedere significa immergersi nel mondo, mentre pensare vuol dire prendere le distanze», Wenders racconta: «Quella del vedere è una scoperta che risale all'infanzia. A 6 o 7 anni mi fu data una macchina fotografica e due anni dopo mio padre mi regalò una macchina da presa super 8, rafforzando l'idea che gli occhi sono uno strumento potentissimo per fare esperienza ed entrare in connessione con il mondo. Sono cresciuto nella Germania post bellica dove non c'era molto di bello da osservare. La bellezza per me risiedeva dell'arte e credo di essere stato forse l'unico bambino a trascinare i genitori nei musei e non viceversa. Ero innamorato della pittura e cercavo di scovare nella biblioteca di mio padre ogni testo sulle opere d'arte, che secondo me mostravano un mondo migliore rispetto a quello in cui vivevo».
La passione per in cinema è nata alla fine degli anni Sessanta. «Abitavo a Parigi per studiare pittura e alcuni giovani tedeschi mi dissuasero dal provare a entrare nella scuola nazionale di cinema in Francia, dove ammettevano soltanto uno studente all'anno. Lessi di una nuova scuola di cinema a Monaco di Baviera e fui accettato, ma il panorama del cinema tedesco dell’epoca, molto influenzato da quello americano, era assolutamente impreparato ad accogliere nuove voci. Temetti di aver fatto la scelta sbagliata, non c’erano produttori e distribuzione disponibili per i giovani registi. Mi accorsi però che c'erano molti atri nella mia stessa situazione e grazie a un atto di solidarietà abbiamo formato la compagnia di una quindicina di autori che ci ha permesso di auto-produrci. Così è nato il movimento chiamato Nuovo Cinema Tedesco e ho realizzato i miei primi film nel mondo reale».
Alice nelle città, che indaga sul rapporto tra realtà e immagine affermando la necessità di recuperare una purezza di sguardo, è stata la sua vera opera prima. «Il miei primi film erano un omaggio a Cassavetes, Hitchcock e alle grandi epopee del cinema americano. Ma a 25 anni non avevo ancora trovato la mia voce, e sapevo che non avrei potuto procedere nel solco di quello che è già stato fatto, ma reinventare un linguaggio. Dovevo fare qualcosa di completamente nuovo e così scelsi un film a bassissimo budget e in 16 mm, perché capivo fin da allora che meno soldi vogliono dire più libertà di movimento. Ho capito che il film doveva essere girato on the road e in ordine cronologico perché la storia risultasse autentica».
Titoli e nomi sono sempre stati importanti nei dell’autore tedesco. «Credo molto nei nomi e nei titoli, grazie ai quali compro dischi e libri e vedo film. Alice nelle città richiama Alice nel Paese delle Meraviglie, che per me sono le città. Nel corso del tempo cita invece La ricerca del tempo perduto di Proust, che utilizzo sempre come titolo provvisorio dei miei film. Mi piace che il titolo di un film contenga un riferimento preciso al tempo, perché un film è il tempo filmico, è il tempo di narrazione della storia, è un invito a entrare nel tempo che un autore costruisce per lo spettatore».
Il regista passa poi a L’amico americano e alla sua passione per il genere noir. «Considero Dashiell Hammett uno dei più grandi scrittori del Ventesimo secolo, senza nulla da invidiare a Fitzgerald e a Hemingway. Ho scoperto Patricia Highsmith alla metà degli anni ‘70, ma contattando la casa editrice scoprii che tutti i titoli da me di volta in volta richiesti erano già opzionati. Un giorno mi scrisse proprio lei, la Highsmith, intrigata dal fatto che stavo cercando di adattare ogni suo romanzo, e mi chiese di andarla a trovare in Svizzera, dove viveva da sola, circondata da molti gatti. Aveva appena ultimato un manoscritto che neppure il suo editore aveva ancora letto e me lo propose. Era Il gioco di Ripley e io accettai immediatamente. Fu una grande esperienza per tutte le persone coinvolte, me compreso, perché capii la libertà che un autore deve prendersi quando interpreta la materia scritta da altri, la possibilità di reinventare anche giorno per giorno sul set».
Lisbon Story, Million Dollar Hotel e Non bussare alla mia porta ci raccontano quanto città, architetture e paesaggi siano cruciali nel cinema di Wenders. «I mei film, che spesso hanno nomi di città nel titolo, partono non da storie o personaggi, ma da luoghi che ho scoperto e che mi affascinano. Ho bisogno di pensare che non esista ambientazione migliore per un mio film del luogo che ho trovato e se avviene questa comunione tra il luogo e la storia che voglio narrare, a quel punto so che riuscirò nel mio intento. Negli anni ‘80 ho incontrato Bernardo Bertolucci in un hotel a New York. Mi disse che stava scrivendo una sceneggiatura dal suo romanzo preferito, Piombo e sangue di Dashiell Hammett e io risposi che quello era è anche il mio romanzo preferito e che stavo facendo un film su Hammett per poter utilizzare un po' di quel romanzo. Venti anni più tardi ho realizzato il mio sogno con Non bussare alla mia porta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






