Mario Martone: «L’opera alla conquista della piazza»
Il regista chiude a Foggia il 20 giugno la prima edizione del “Gio Festival” dedicato a Umberto Giordano con l’allestimento dell’“Andrea Chénier” nato per la Scala

Non è soltanto una rappresentazione d'opera. È una sfida culturale e civile che porta la grande lirica e la musica fuori dai teatri per restituirla a una comunità e a un territorio. È questo il senso più profondo del Gio Festival – Giordano International Opera Festival, la nuova manifestazione dedicata a Umberto Giordano che dal 5 al 20 giugno sta attraversando Foggia e la Capitanata, coinvolgendo città e borghi dai Monti Dauni al Gargano. Nato dalla collaborazione tra Provincia di Foggia, Comune di Foggia, Teatro Umberto Giordano, Fondazione Monti Uniti e numerose realtà del territorio, il festival è diretto artisticamente dalla direttrice d'orchestra Gianna Fratta e dal violinista Dino De Palma. Sedici giorni di eventi tra Foggia, Biccari, Roseto Valfortore, Torremaggiore, Manfredonia, Peschici e Vieste, con oltre venti appuntamenti (la maggior parte gratuiti) che hanno intrecciato opera, jazz, danza, cinema e riflessione scientifica nel nome del compositore foggiano. Accanto alle opere Andrea Chénier, Marina e Il Re, il cartellone ha ospitato artisti come Danilo Rea con il suo quartetto, il Corpo di Ballo dell'Opera di Roma, incontri musicologici e una serie di iniziative diffuse pensate per valorizzare uno dei territori più affascinanti e meno conosciuti del Mezzogiorno. Gran finale il 20 giugno in piazza Cavour con Andrea Chénier, il capolavoro di Giordano, nell'allestimento creato per il Teatro alla Scala da Mario Martone, con Orchestra e Coro del Teatro Petruzzelli diretti da Gianna Fratta e protagonisti Jorge de León e Maria Agresta. Il tutto a prezzi popolari. Un'impresa che molti avrebbero giudicato impossibile. Non il regista napoletano, che ha accettato la sfida.
Martone, che cosa ha pensato quando le hanno proposto di portare in una piazza Andrea Chénier, la sua storica produzione scaligera?
«Ho pensato che fosse una follia. E proprio per questo mi ha immediatamente conquistato. Chi conosce Chénier sa bene di che opera stiamo parlando: grandi masse corali, bambini, danzatori, attori, centinaia di persone coinvolte in scena. In più c'è l'allestimento ideato con Margherita Palli, con strutture sceniche molto importanti e continui cambi di ambiente. Non riuscivo a immaginare come fosse possibile trasferire tutto questo fuori dal palcoscenico della Scala. Mi è sembrata un'impresa quasi da Fitzcarraldo. C'è qualcosa di epico in questa avventura».
Eppure ha detto subito sì.
«Sì, perché Gianna Fratta mi ha scritto parole molto belle. Mi ha colpito la consapevolezza del rischio e insieme la lucidità della visione. Non era un sogno vago, ma un progetto pensato, desiderato e perseguito con grande tenacia. La sua passione mi ha convinto. Ho percepito che dietro questa proposta c'era un'idea forte di cultura e di territorio».
Che effetto le fa pensare a una vicenda ambientata nella Rivoluzione francese che prende vita in una piazza del Sud?
«È una delle cose più sorprendenti che mi siano capitate. Tutto avrei immaginato nella mia vita tranne di vedere il mio Chénier in una piazza di Foggia. Eppure, riflettendoci, è quasi naturale. La piazza è il luogo del popolo, della storia, delle passioni collettive. E Chénier è un'opera in cui la dimensione pubblica e quella privata si intrecciano continuamente».
Quanto è stato complesso adattare uno spettacolo nato per la Scala?
«Molto. Da mesi tutta la mia squadra è al lavoro per studiare le modifiche necessarie. Non si tratta semplicemente di spostare uno spettacolo da un luogo all'altro. Occorre ripensare spazi, movimenti, prospettive, dinamiche visive. Ma questa sfida fa parte del mio mestiere. Ho sempre pensato che il teatro e l'opera dovessero confrontarsi con il rischio».
C'è anche un significato simbolico in questa operazione?
«Certamente. Mi colpisce il passaggio da quello che è considerato il massimo tempio dell'opera, il 7 dicembre alla Scala, a una piazza. Non perché i teatri siano luoghi elitari, ma perché la musica può e deve raggiungere pubblici diversi. L'idea che le emozioni, la forza drammatica e i temi di Chénier possano essere condivisi da una platea popolare mi sembra bellissima. È una di quelle sorprese che la vita professionale ogni tanto regala».
E questo accade proprio a Foggia, la città di Umberto Giordano.
«Ed è un altro elemento che rende tutto particolarmente significativo. Mi fa piacere che accada nel Sud e soprattutto nella città di Giordano. Del resto il destino ha voluto che alla Scala io abbia messo in scena tre sue opere: Andrea Chénier, Fedora e La cena delle beffe».
Che compositore è stato Giordano per lei?
«Una vera scoperta. È un musicista straordinario, dotato di una forza narrativa immediata e insieme raffinata. Le sue opere hanno una qualità che appartiene ai grandi racconti cinematografici: ti catturano e non ti lasciano più. C'è una sapienza drammaturgica impressionante. Le vicende individuali e quelle collettive si intrecciano continuamente e lo spettatore resta coinvolto dall'inizio alla fine».
Ha un legame particolare con “La cena delle beffe”.
«Sì, la considero ancora oggi uno degli spettacoli più riusciti della mia carriera. Se dovessi fare una classifica personale dei miei allestimenti, la metterei sicuramente tra i primi posti. Anche in quel caso il lavoro con Margherita Palli fu straordinario».
Perché “Andrea Chénier” continua a parlare al pubblico contemporaneo?
«Perché dentro ci sono temi eterni. C'è una grande storia d'amore, naturalmente, ma la Rivoluzione francese non è un semplice sfondo. È una presenza viva che determina i destini dei personaggi. E poi c'è Gérard, il rivoluzionario, figura complessissima, attraversata da contraddizioni profonde».
Anche il tema della rivoluzione sembra molto attuale.
«Assolutamente. La Rivoluzione francese è stata un evento enorme e contraddittorio. Ma ogni rivoluzione lo è. Mi viene in mente l'immagine di un'eruzione vulcanica. Per anni si accumulano sofferenze, ingiustizie, tensioni. A un certo punto il tappo salta e la lava travolge tutto, nel bene e nel male. È inevitabile. Solo con il passare del tempo si possono comprendere davvero gli effetti di quel processo e distinguere ciò che ha prodotto frutti positivi da ciò che ha generato distruzione. Giordano coglie molto bene questa complessità e la traduce in musica e teatro».
Che cosa le lascia, personalmente, il ritorno di questo spettacolo?
«Mi permette di ritrovare una grande squadra di lavoro e una parte importante del mio percorso. La Scala non è soltanto il grande teatro che tutti conoscono; è una realtà dinamica, capace di guardare al futuro e di investire nei progetti. Fare parte di quella comunità artistica è stato ed è un grande orgoglio».
Intanto il cinema la attende con un nuovo film.
«Sì, uscirà nella prossima stagione. Si intitola Scherzetto ed è tratto da un racconto di Domenico Starnone. Racconta l'incontro-scontro tra un anziano e noto illustratore, interpretato da Toni Servillo, e il suo scatenato nipotino di cinque anni. È una storia che parla di generazioni diverse, di fragilità e di crescita reciproca. Ma intanto mi godo questa avventura foggiana. Perché vedere Andrea Chénier tornare nella terra di Giordano, davanti a una piazza piena di persone, è qualcosa che non avrei mai immaginato e che oggi considero un privilegio».
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