Leggere Ibsen a rovescio per capire come nasce la violenza maschile

Nella “Casa di bambola” firmata da Ivonne Capece il punto di vista è soprattutto quello di Torvald, il marito sopraffatto da incubi e ossessioni
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June 14, 2026
Leggere Ibsen a rovescio per capire come nasce la violenza maschile
Massimo di Michele (Torvald) e Maria Laura Palmeri (Nora) nella “Casa di bambola” di Yvonne Capece / Marcella Foccardi/Ufficio stampa Teatro Fontana
Cosa resta di un uomo quando il proprio ruolo sociale, affettivo e identitario va in frantumi? Quali inquietudini potrebbero assalirlo se viene abbandonato dalla donna che ama o crede di amare? Nella versione di Casa di bambola firmata dalla regista Ivonne Capece, in prima nazionale al Teatro Fontana di Milano fino al 14 giugno, la prospettiva del dramma di Ibsen viene ribaltata: il testo (la traduzione e l’adattamento drammaturgico sono di Mattia Favaro) rimane lo stesso, seppure alcune scene siano state semplificate, ma cambia radicalmente il punto di vista. Non è più solo Nora al centro della vicenda, ma è soprattutto Torvald, il marito, che trascorre la prima notte dopo essere stato lasciato a ricordare e immaginare lei e la loro storia ed è sopraffatto da incubi e ossessioni, frustrazioni, rimpianti e domande irrisolte fino a non poter più distinguere tra la verità e l’illusione.
Nello spettacolo si vuole indagare in quello spazio della mente maschile dove, raggiunto l’apice della disperazione, può germinare il seme del sopruso e della violenza: accade troppo spesso, ancora oggi, quando un uomo non concepisce l’emancipazione della compagna, il cambiamento della coscienza femminile a livello personale e sociale, e quando non accetta il suo “no” perché lei non vuole essere più un oggetto, una moglie-bambola, una «lodoletta» da coccolare. Il messaggio è attualissimo: si parla di patriarcato in decomposizione e del desiderio di rinascita che può affiorare nell’uomo prima dell’estrema conseguenza dell’abbandono, quando però è troppo tardi.
Ivonne Capece ha voluto dare una valenza politica al capolavoro di Henrik Ibsen: «Nora ha deciso di essere libera e capace di controllare se stessa ma non appare più solo come una vittima, è anche carnefice, e lascia macerie dietro di sé – sottolinea –, le Nora di oggi sono le donne che scelgono di ridefinirsi fuori dai ruoli assegnati, non sono necessariamente quelle che se ne vanno, ma quelle che smettono di interpretare una funzione e vogliono affermarsi come persone. I Torvald di oggi, invece, sono uomini posti davanti a questa trasformazione e costretti a ripensarsi: il femminile è cambiato molto più rapidamente del maschile che fa fatica ad accettare i processi di emancipazione della propria partner».
Il linguaggio usato dai personaggi è aspro, tagliente, asciutto, moderno, talvolta spiazzante ma le atmosfere sono quelle borghesi di fine Ottocento immaginate dall’autore norvegese nella sua opera più rappresentata nel mondo. Sulla scena e nei costumi (a cura di Micol Vighi) domina il rosso, colore natalizio e della passione, che richiama il focolare domestico come luogo simbolico e, al tempo stesso, struttura mentale nella quale si costruisce un’immagine stereotipata della coppia e della famiglia, una roccaforte da difendere a tutti i costi dai giudizi esterni che può trasformarsi però in uno spazio chiuso, spoglio e pieno di fantasmi (qui rappresentati da piccole bambole bianche dai tratti indistinti come quelli dei manichini), una gabbia pronta ad esplodere, a diventare fiamme dell’inferno, se marito e moglie che ne sono prigionieri continuano a convivere come estranei uno all’altra, nell’indifferenza, nell’ipocrisia e nell’egoismo di entrambi.
«Con Casa di bambola, mi interessava interrogare quella soglia in cui la cura si trasforma in controllo, la protezione in dominio, l’amore in appropriazione» spiega la regista. Sul palcoscenico Stefano Braschi (Krogstad), Massimo di Michele (Torvald) e Maria Laura Palmeri (Nora) danno vita a una storia dove si intrecciano fragilità e consapevolezze, spietati confronti e solitudini che sembrano toccare l’abisso per poi risalire in superficie, fino alla dolorosa realtà, senza escludere però la speranza, o forse l’incanto, che, un giorno o l’altro, «accada la cosa più meravigliosa di tutte».
Al posto della tarantella finale che Ibsen (era in vacanza ad Amalfi quando nel 1879 scrisse la piéce) aveva inserito come un istintivo e definitivo gesto di liberazione da parte di Nora, non più in grado ormai di sostenere il ruolo della moglie-bambola, Ivonne Capece ha pensato di mettere un tango: «Perché questo ballo latino-americano è un simbolo assoluto di libertà nel quale la donna si abbandona totalmente, e senza condizioni, all’uomo di cui si fida veramente». Riecheggiano atmosfere cinematografiche, da Hitchcock con il battito d’ali degli uccelli, a Lynch e Kubrick, tra il sogno, l’incubo e l’inquietudine psicologica.

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