Elio: «Autismo, la vera cura è il lavoro»

Il 26 e 27 giugno il “Concertozzo” di Biella che unisce musica e sociale. Il leader delle Storie Tese: «Da padre di un figlio autistico sostengo i ragazzi e le famiglie lasciate sole»
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June 26, 2026
Elio: «Autismo, la vera cura è il lavoro»
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Musica, inclusione e impegno sociale tornano a intrecciarsi nel Concertozzo, l’evento annuale di Elio e Le Storie Tese ideato dal Trio Medusa che negli anni è diventato un appuntamento unico nel panorama italiano. L’edizione 2026, in programma il oggi e domani, coinvolgerà l’intera città di Biella con incontri, testimonianze, spettacoli e momenti di confronto dedicati ai temi dell’autismo e della disabilità. Venerdì 26 giugno il cuore della manifestazione sarà soprattutto Piazza Duomo, dove associazioni provenienti da tutta Italia presenteranno i propri progetti e dialogheranno con il pubblico. Tra queste PizzAut, Fondazione Istituto Rizzoli, Fondazione Apri le Braccia, Sangabar, Cesvi e molte altre realtà impegnate nell’inclusione lavorativa e sociale. Domani, 27 giugno, la festa si trasferirà in Piazza Falcone, sede del Concertozzo. Dalle 16 prenderà il via il Concertozzino, una maratona di artisti e progetti originali che vedrà alternarsi sul palco KuTso, Pepp1, COmrad, Planet Butter, La Superluna di Drone Kong, Viadellironia, Sarafine e TonyPitony. In serata spazio al Concertozzo vero e proprio con Elio e Le Storie Tese insieme a Tony Hadley, Carlo Amleto, Valerio Lundini e altri ospiti. Un evento che coniuga spettacolo e solidarietà: la preparazione e la somministrazione di cibo e bevande sono infatti affidate ad associazioni che offrono opportunità di lavoro a persone con autismo e disabilità. Ne parliamo con Elio, al secolo Stefano Roberto Belisari, promotore dell’iniziativa e padre di un figlio autistico.
Il Concertozzo continua a crescere. Quanto sta contribuendo a cambiare lo sguardo sull’autismo?
«L’idea è nata dalla collaborazione con PizzAut, la pizzeria dove lavorano ragazzi. Attraverso il lavoro cambia la loro vita, ma cambia anche quella delle persone che stanno loro accanto. Più ragazzi vengono assunti e più il cambiamento diventa evidente. Oggi PizzAut è diventata anche un esempio per altre associazioni che stanno seguendo la stessa strada. Il Concertozzo ha soprattutto una funzione di comunicazione: si parla di autismo, si parla di lavoro, si racconta cosa si può fare. Oggi di autismo si parla tantissimo, molto più di quello che accadeva 40 anni fa quando è nato il mio figlio. E questo è importante perché dire autismo vuol dire tutto e niente. I problemi sono tanti e cambiano nelle diverse fasi della vita».
Che cosa volete trasmettere attraverso la musica?
«La musica è il modo migliore per raggiungere tante persone. Chi viene per ascoltare un concerto si trova anche a conoscere storie ed esperienze che forse non incontrerebbe altrove. E poi vogliamo far conoscere un modello che funziona. PizzAut è un’associazione che vive delle proprie attività e non di contributi pubblici. Esiste da più di cinque anni, continua a crescere e presto aprirà un terzo ristorante. Questo dimostra che si può costruire qualcosa di solido e duraturo».
Qui si parla molto anche di lavoro.
«Io la guardo anche con gli occhi del papà. Quando finisce la scuola arriva il momento più difficile: cosa succede dopo? Per questo il lavoro è fondamentale. Nico Acampora ha già assunto più di quaranta ragazzi e con il nuovo locale ne arriveranno altri. Certo, sono numeri che fanno sorridere se confrontati con quelli della grande industria. Però prima era zero. E soprattutto conta l’esempio. Al Concertozzo invitiamo realtà che arrivano da tutta Italia: c’è chi fa gli arancini, chi gli arrosticini, chi produce specialità liguri. Tutte dimostrano che inclusione e qualità possono andare insieme».
Il pubblico apprezza?
«Direi di sì. L’anno scorso c’erano più di diecimila persone, quest’anno siamo già oltre gli undicimila biglietti. Chi partecipa può vedere con i propri occhi come lavorano questi ragazzi, quanto sono bravi e professionali. Non stiamo parlando di teoria, ma di cose concrete. E c’è anche un altro aspetto importante: le associazioni tornano a casa con il portafoglio pieno. Per dare lavoro servono attività che stiano in piedi economicamente».
Lei ha raccontato la sua esperienza di padre. Quanto è stato importante farlo pubblicamente?
«Per molti anni non ne ho sentito il bisogno. Poi ho capito che raccontare la mia esperienza poteva essere utile ad altri. Lo devo soprattutto a Lucio Moderato, uno dei grandi pionieri dell’autismo in Italia, che seguì anche mio figlio. Fu lui a convincermi che là fuori c’erano migliaia di famiglie in difficoltà. Quando tuo figlio arriva a sei o sette anni e le cose si sono un po’ stabilizzate, tu magari tiri il fiato. Ma poi scopri che ci sono tantissimi genitori completamente persi e allora senti il dovere di dare una mano».
Perché le famiglie si sentono così sole?
«Perché spesso non sanno dove andare. Io faccio sempre questo paragone: se scopri di avere una malattia grave sai subito a chi rivolgerti, quali strutture contattare, quali cure seguire. Quando ti nasce un figlio autistico sei completamente perso. Non sai a chi chiedere, non sai dove andare, non sai che cosa fare. E ancora oggi, nella maggior parte dei casi, i luoghi dove trovare orientamento e sostegno sono stati creati da altri genitori che hanno vissuto la stessa esperienza».
Mancano ancora risposte adeguate da parte delle istituzioni?
«Esistono associazioni che svolgono un lavoro preziosissimo e spesso ricevono anche sostegno pubblico. Però si occupano soprattutto degli aspetti assistenziali, che sono indispensabili. Noi siamo un po’ più ambiziosi: vorremmo contribuire a fare in modo che questi ragazzi migliorino. Perché abbiamo visto che succede davvero. Seguo da anni i ragazzi che lavorano in queste realtà e vedo cambiamenti incredibili. C’era chi non parlava e oggi parla. Chi non prendeva i mezzi pubblici e oggi va al lavoro da solo. Chi non abbracciava nessuno e oggi ti abbraccia. Tutti possono migliorare. L’obiettivo è arrivare al massimo grado possibile di autonomia e indipendenza».
Anche il Tortellante di Modena è uno degli esempi che portate spesso.
«È una realtà fantastica. Lì ragazzi con autismo anche grave preparano tortellini seguendo la tradizione modenese, con il sostegno dello chef Massimo Bottura che ha anche lui un figlio disabile. Sono tortellini straordinari, ma la cosa più importante è quello che succede alle persone che li preparano. Il lavoro non dà soltanto uno stipendio, migliora la qualità della vita».
Anche queste storie saranno protagoniste del “Concertozzo”?
«Sono il motivo stesso per cui esiste il Concertozzo. Le assicuro che la presenza di un figlio autistico, e quindi la disperata ricerca di una via di uscita da parte delle mamme e dei papà, ti dà una forza infinita per costruire un futuro ai propri figli e a quelli degli altri. Il messaggio che vogliamo dare è semplice: non siete soli».
E dopo Biella?
«Dal 3 luglio partirà il nostro tour estivo che andrà avanti fino a settembre. Si chiama Elio e le Storie Tese alla carta. In pratica il pubblico sceglierà dal nostro sito le canzoni che vuole ascoltare e noi suoneremo quelle che avranno ricevuto più voti. Così ogni concerto sarà diverso dagli altri».

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