Addio Gino Paoli, padre di tutti i cantautori: ha raccontato l'amore e la fragilità. Le sue canzoni più belle

È scomparso a Genova a 91 anni, a pochi mesi di distanza da Ornella Vanoni. È stato capace come pochi di raccontare l'amore, il disincanto e la fragilità umana in 60 anni di carriera
March 24, 2026
Addio Gino Paoli, padre di tutti i cantautori: ha raccontato l'amore e la fragilità. Le sue canzoni più belle
Gino Paoli durante una lezione nell'aula Magna dell'Università di Genova, 09 aprile 2014. ANSA/LUCA ZENNARO
Insieme, ancora, per sempre. A pochi mesi di distanza, la coppia Vanoni-Paoli si ricompone, in un’altra dimensione. Oltre oltre la gravità terrestre, oltre i palcoscenici, oltre quel piccolo cielo in una stanza duettato tante volte. Senza fine. Se ne è andato nella notte a Genova a 91 anni anche Gino Paoli, il padre di tutti i cantautori. Uno dei pilastri assoluti della canzone d’autore italiana, capace come pochi di raccontare l’amore, il disincanto e la fragilità umana lungo oltre sei decenni di carriera.  Considerato il simbolo per eccellenza della “scuola genovese”, insieme a Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, ha attraversato la storia del Paese trasformando la canzone leggera in un racconto intimista, moderno e profondamente personale.
Nato a Monfalcone il 23 settembre 1934 (il giorno dopo Ornella Vanoni, scomparsa lo scorso 21 novembre nella sua casa milanese) e cresciuto a Genova, Paoli arriva alla musica passando per una serie di lavori comuni - facchino, grafico, pittore - prima di imporsi nei locali del capoluogo ligure, dove si forma il nucleo di quella scena destinata a cambiare il pop italiano. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta firma quindi una sequenza di brani che entrano immediatamente nell’immaginario collettivo con un successo strepitoso: La gatta, Senza fine, Il cielo in una stanza - resa immortale soprattutto dall’interpretazione dell’altra grande cantante Mina - e poi Sapore di sale, arrangiata da Ennio Morricone, diventano la colonna sonora sentimentale di un’Italia che sta uscendo dal dopoguerra e scoprendo una nuova idea di intimità. A Paoli va poi il grande merito di avere scoperto, lanciato e creduto in Lucio Dalla, conosciuto al Cantagiro e poi fatto esordire come cantante (lui che era jazzista a clarinettista) nel 1964, producendogli il suo primo 45 giri, Lei (non è per me) insieme a Reverberi. Unica lite tra i due fu quando al Festival di Sanremo del 1967 Dalla non si oppose alla continuazione della kermesse canora all’indomani della morte di Luigi Tenco. “Non mi capacitai di come uno sensibile come Lucio accettò di proseguire il festival. Se Un operaio muore la fabbrica si ferma. Invece non fu così”. 
«Mi dispiace immensamente. Era un caro amico, molto, molto caro - ha detto ieri, commosso, Mogol alla notizia della scomparsa dello storico amico -. È stato un grandissimo autore e compositore. A parte la sua bravura come interprete, vorrei che fosse ricordato soprattutto come un autore e compositore di primo piano. Negli ultimi tempi era un po’ depresso. Io l’ho sentito, ho cercato di incoraggiarlo, ma era molto giù. Lo ricordo come un caro amico e un grande artista». Quindi un aneddoto legato a Il cielo in una stanza: «Dato che Gino Paoli era un mio caro amico, presi questo brano capolavoro che lui scrisse, che contiene versi indimenticabili come “il cielo non ha più pareti ma alberi", e lo feci sentire a Mina. Avevo capito che era un pezzo meraviglioso, lei lo ascoltò e le piacque molto. Io non ho fatto nulla, se non far ascoltare a lei la canzone. E così, abbiamo avuto la fortuna di questo bellissimo brano di Gino cantato da una voce come quella di Mina». 
Un successo bissato da un altro brano, un 3/4 quasi jazzistico: Senza fine, interpretata da Ornella Vanoni, che all’epoca era ancora “la cantante della mala” e che vivrà con lui una lunga relazione. Il brano ha fatto il giro del mondo ma soprattutto ha segnato l’inizio di un sodalizio durato tutta la vita celebrato qualche decennio più tardi quando, dopo un lungo periodo di crisi, Paoli e la Vanoni fecero una tournée insieme ottenendo un successo strepitoso. 
Uomo tormentato, già sposato, Paoli vive poi una travolgente storia d’amore con Stefania Sandrelli, allora adolescente, una relazione dalla quale è nata Amanda. Poi l’11 luglio 1963 un gesto ancora oggi dai contorni misteriosi: Paoli tenta il suicidio sparandosi all’altezza del cuore. Il proiettile però non colpisce zone vitali e resta conficcato nella zona del pericardio, da dove non è mai stato estratto. Vita spericolata. E il grande successo non dura molto: nella seconda metà degli anni ‘60 comincia un lungo periodo di crisi professionale e umana, segnato anche da alcol e droga, che culmina in un pauroso incidente stradale. Per il suo ritorno da protagonista bisogna attendere gli anni ‘80 quando prima incide un bell’album-tributo al suo amico Piero Ciampi, Ha tutte le carte in regola e poi, nel 1985, riconquista le classifiche con Una lunga storia d’amore.
L’anno dopo è la volta di Ti lascio una canzone, poi negli anni ‘90 arriva Quattro amici al bar. Nel corso della sua carriera ha interpretato canzoni di Joan Manuel Serrat, Charles Aznavour, ha avuto un’intensa attività come autore, firmando per Zucchero Come il sole all’improvviso. “Un buco nell’anima!”, è con queste poche parole che il bluesman emiliano ha voluto ricordarlo sui social, postando una sua foto da giovanissimo insieme al cantautore genovese.
Oltre la musica e le canzoni, nel 1987 Paoli è stato eletto deputato nelle file del Partito comunista italiano. Per poi diventare presidente della SIAE (Società Italiana Autori ed Editori) dal 2013 al 2015, nominato per guidare l’ente durante un periodo di riforme legate al diritto d’autore e all’equo compenso. Un’esperienza anch’essa in chiaroscuro, con le dimissioni nel febbraio 2015 a seguito di un’indagine per presunta evasione fiscale. Alla base di queste due esperienze la volontà di dare una mano al mondo della canzone. «La latitanza legislativa ha provocato un isolamento e una mortificazione della musica “extra-colta” italiana che l’ha resa non competitiva con la musica anglo-americana» per cui «viene ogni giorno preferita la musica proveniente dall’estero» costringendo «i nostri artisti, per non soccombere, ad imitare forme musicali completamente estranee alla propria tradizione musicale». Così scriveva l’onorevole Gino Paoli, eletto alla Camera nel 1987 tra le file del Pci (ma che si sarebbe poi iscritto al gruppo Indipendente di Sinistra), in una delle tre proposte di legge a sua prima firma presentate nel corso della sua unica legislatura (la decima) e che aveva come tema la “Valorizzazione e tutela della musica leggera italiana”. 
Quindi il ritorno in grande stile alla musica attiva, trasformandosi in un vero e proprio crooner e abbracciando gli umori del jazz in grande stile. Altro che ritiro dal palcoscenico. Così negli ultimi anni della sua lunghissima carriera ha suonato e cantato accanto ad alcuni dei migliori jazzisti italiani, in particolare Danilo Rea, pianista di livello mondiale, che lo ha accompagnato nelle sue più recenti tournée. «Un gigante, un poeta. Un vero poeta. Ma anche un pittore. Le sue canzoni sono quadri. Lui è nato come pittore». È l’immagine del conterraneo Fabio Fazio a incorniciare al meglio la personalità artistica e umana di Paoli. «È stato un poeta grandissimo. Con le sue canzoni dipingeva. Con la sua arte ha costruito un immaginario che è dentro ciascuno di noi. Solo la forza della poesia può tanto. E così sappiamo che l’estate sa di sale e che un soffitto viola può lasciare il posto al cielo». Domani i funerali in forma strettamente privata, come da lui stesso chiesto e come voluto dalla moglie Paola e dai figli.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA