martedì 7 ottobre 2014
Padre Romano Scalfi, nel suo studio nella sede di “Russia Cristiana”, sta traducendo un testo col dizionario russo/italiano spalancato davanti. Scalfi ha 91 anni, la barba bianca e un viso in pace. Fa pensare allo starets dei Fratelli Karamazov. Il prossimo 17 ottobre a Bassano del Grappa riceverà il premio internazionale Cultura Cattolica per la sua opera di evangelizzazione dell’Urss e per l’apporto dato alla diffusione in Italia del samizdat, la letteratura clandestina autoeditata dell’era sovietica. Quella di Scalfi più che una storia sembra un’epopea che traversa il Novecento, dal 1923 in cui è nato a Tione di Trento. Il filo conduttore della sua storia potrebbe essere la parola “bellezza”. Vedendo celebrare la divina liturgia bizantina a 23 anni si innamorò della Russia e della sua anima. Era il 1946, era seminarista a Trento. In quella liturgia lenta, splendente di armonia e di canti, scoprì per la prima volta «la conoscenza cosiddetta sobornica della tradizione orientale, cuore e ragione insieme coinvolti e conquistati», spiega. E “bellezza” è la parola che Scalfi usa anche per ricordare sua madre. «Non dimenticherò mai quando, a quattro anni, un giorno la vidi inginocchiata davanti al crocefisso. Era così bello e assorto il suo volto nella preghiera. Il volto di mia madre è stato per me la prima bellezza». Finito il seminario studiò al Pontificio Istituto Orientale, a Roma. Il suo padre spirituale, don Eugenio Bernardi, sarebbe diventato beato. «Una umanità di una bellezza incantevole», dice Scalfi. E ancora quella parola, 'bellezza'. È il 1957 quando il sacerdote passa per la prima volta le ben sorvegliate frontiere dell’Urss del dopoguerra. «Simulavamo un guasto all’auto per strada per liberarci dall’“angelo custode” che ci accollavano alla frontiera. Nei paesi della campagna, poverissima, ci si avvicinavano uomini e donne incuriositi dall’auto occidentale. Ci mettevamo a parlare e presto il discorso andava sulla vita nostra, e loro, e nelle parole affiorava, pure nella confusione e un senso religioso, una domanda di senso ancora fortemente presente». Cominciarono gli anni delle spedizioni clandestine dei Vangeli, dei libri nascosti nelle fodere delle valigie. Decine di migliaia di Vangeli entrarono in Urss e nei Paesi satelliti così: «Ricorderò sempre una donna in una chiesa di Kiev, che mi si inginocchiò davanti per ringraziarmi di quel regalo».  Le visite di Scalfi si fecero frequenti. «Non mi fermarono mai, ma seppi poi che ero sempre sorvegliato, e che sapevano tutto. Nel 1970 fui dichiarato persona non grata. Tornai in Urss solo dopo la caduta del Muro». Anche in quegli anni però, grazie ai collaboratori del Centro “Russia cristiana” che aveva fondato, gli scambi furono intensi. Per opera dell’associazione arrivarono in Italia ben 900 testi del samizdat. L’amicizia con don Luigi Giussani ne allargò la conoscenza ai ragazzi di Cl. «Giussani – dice Scalfi – fu il primo che, senza quasi conoscermi, semplicemente mi abbracciò». Dopo l’89 nell’Est fu l’ora di una apparente vistosa rinascita della fede, e quasi i preti non bastavano a battezzare chi lo chiedeva. Un momento, rievoca Scalfi, che non durò, nella grande ignoranza lasciata da decenni di fede negata. Oggi l’80% dei russi si dicono ortodossi, ma solo l’1% va in chiesa. E ora, come guarda questo anziano sato cerdote alla Russia di Putin che spaventa l’Occidente, e ancora più i Paesi che le sono vicini? «Oggi è l’ora del nazionalismo, un sentimento che in Russia ha radici anteriori al marxismo e più profonde, che si alimentano nell’amore viscerale che i russi nutrono per la patria. C’è un detto: “La Russia non si conosce con la testa, si può soltanto amare”. È raro oggi trovare un russo che parli male del suo Paese. Perfino se nomini Stalin ti rispondono che “ha fatto grande la patria”. Dopo l’occupazione della Crimea, poi, il 90% della popolazione è entusiasta di Putin. Putin che va in chiesa, e fa ricostruire le chiese distrutte. Mi sembra di vedere la religione utilizzata in chiave nazionalista». Quanto è preoccupante il conflitto con l’Ucraina? «Lo è molto – risponde –. Non siamo, come qualcuno ha detto, al ’39, non possiamo fare paragoni con l’espansionismo del nazionalsocialismo tedesco. Ma inquieta che la stragrande maggioranza dei russi appoggi le pretese di Putin sull’Ucraina». Dobbiamo avere paura di questa Russia? Scalfi tace un istante, la sua bella faccia da starets pensosa. Poi: «Secondo me, sì. I soli che vedo salvi dal nazionalismo sono i nostri amici del movimento del samizdat.  Fedeli all’idea che al centro della società c’è la persona, non lo Stato. Ora si vede ciò che quel movimento ha seminato. Non si combatteva tanto contro il comunismo, quanto per l’uomo, nella sua interezza e bellezza. Era una resistenza nel nome di una bellezza più grande. E nella memoria di Dostoevskij: ogni uomo è responsabile di tutto e di tutti. Perché prima di chiederci contro chi combattere dobbiamo chiederci per cosa lottiamo noi. L’Anticristo viene anche per colpa nostra, perché manchiamo noi». Come vede, invece, questo momento nella Chiesa universale? «Vedo che il Papa insiste su come tutto, tutto incominci da Cristo, e questa è la certezza della mia intera vita. Vedo che quando parla di Cristo, Francesco innamora. Certo, il male esplode e fa rumore; il bene no, cresce nell’ombra. Guardo all’Ordine del Verbo Incarnato, che in 25 anni nell’Est ha formato più di 900 preti e 1.100 suore, ma qualcuno forse ne parla?».  Che cosa, padre, sa riportare il Vangelo nel nostro mondo relativista e secolarizzato? «Per Florenskij e Solov’ëv la verità per manifestarsi si esprime in amore, e l’amore fiorisce in bellezza. La bellezza è la ultima espressione della verità. Le giovani claustrali dell’Est che sono venute qui a frequentare un corso di pittura iconica ci hanno incantato. Quei volti limpidi, quegli occhi. Non si può stare davanti alla bellezza senza farsi una domanda su Dio». 
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