giovedì 25 luglio 2019
Per secoli sede del manicomio oggi è la casa del design. Per la Biennale d’Arte ospita i padiglioni di Siria e Cuba, installazioni, mostre e, all’ingresso, un’opera sulla “Luna nel pozzo”
L'isola di San Servolo a Venezia

L'isola di San Servolo a Venezia

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«Una notte Hodja camminava nei pressi di un pozzo quando sentì l’impulso di guardare dentro. Stupito vide il riflesso della luna nell’acqua ed esclamò: “La luna è caduta nel pozzo. La devo salvare in qualche modo!”. Si guardò attorno e raccolse una fune con un uncino, la gettò nel pozzo e gridò: “Afferra l’uncino, luna, e tienilo stretto! Ti tirerò fuori”. La fune si impigliò in una roccia dentro il pozzo e Hodja la tirò verso di sé con tutte le sue forze. Di colpo l’uncino si liberò dalla roccia e Hodja finì disteso per terra. Con gli occhi rivolti al cielo vide sopra di lui la luna in alto. “Che fatica, ma ne è valsa la pena, sono riuscito a liberare la luna dal pozzo”, disse con un sospiro di sollievo». È un’antica favola del filosofo turco Nasreddin Hoca a raccontare il senso di The Moon in the Well l’installazione di Valentina Fisichella che accoglie chi approda all’Isola di San Servolo, a Venezia. L’“isola dei matti”, per secoli sede manicomiale, che oggi rivive con la follia della creatività, nel genio del design che in qualche modo si raccorda con la storia di questo angolo di laguna, che conserva un fascino tutto suo, intimo e particolare, rispetto ai fasti della Venezia che le sta di fronte. Con questa installazione site specific la vocazione storica dell’isola viene interpretata in forma d’arte, con la storia della luna nel pozzo: un cilindro trasparente, una luna dorata di cartone, sospesa, su uno specchio a terra su cui guardarsi, in un gioco di luci e di riflessi che dialoga e convive con i volti profondi e pensanti delle foto della francese Ann Ray – Les Inachevés, l’incompiuto, sull’universo dello stilista Lee Alexander McQueen – che si sviluppano lungo le pareti. «Specchiare se stessi, per conoscersi realmente – spiega l’architetto Fisichella, curatrice dell’opera che fa parte del progetto San Servolo in Art 2019 per tutta la durata della 58ª Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, fino al 24 novembre –. Un’immagine speculare di noi stessi è sempre inquietante. Si rischia di perdersi o di ri-trovarsi». Così l’opera – realizzata grazie al sostegno e agli innovativi materiali prodotti da Universal Selecta, Attico e Staygreen – offre «l’opportunità di trovare, dietro l’imago, anche la verità della singolare condizione umana. La luna nel pozzo è un’occasione per guardarci dentro. Per riflettere sul nostro essere». La scoperta di chi siamo, in un’isola – con un importante complesso architettonico e un meraviglioso parco – che da sempre è stata un luogo di “ricerca”.

L’installazione “The Moon in the Well”, fra le fotografie del progetto “Les inachevés” di Ann Ray

L’installazione “The Moon in the Well”, fra le fotografie del progetto “Les inachevés” di Ann Ray

Risale agli inizi del IX secolo il primo insediamento dei benedettini con la costruzione di una chiesetta e l’erezione di un monastero dedicato a san Servolo, martire triestino del III secolo. Nel XII secolo, l’arrivo delle monache provenienti dal convento di Malamocco, la cui presenza si protrasse fino al 1615. Nel 1647 l’approdo da Candia, attaccata dai Turchi, di circa 200 suore benedettine, domenicane e francescane. Il 4 giugno del 1716 il Senato della Repubblica di Venezia fece trasferire le ultime due monache rimaste e iniziò a utilizzare i locali del convento come sede di un ospedale militare affidato ai Padri ospedalieri di San Giovanni di Dio, oggi Fatebenefratelli. Una fase che durò fino al 31 dicembre 1808, mentre dal primo marzo del 1809 per volontà della nobil donna Anna Vendramin Loredan venne istituito un ospedale per il «man- tenimento di n. 60 poveri schifosi, vaganti per la città». L’isola – dove già nel Settecento era stato inviato il primo «pazzo» – divenne dalla fine dell’Ottocento esclusivamente il luogo dove accogliere i «pazzi poveri», sede dell’ospedale psichiatrico dove affrontare il fenomeno delle malattie mentali in un percorso che si concluderà nel 1978 con la legge 180 (la cosiddetta Basaglia) e con la chiusura dei manicomi. Di quest’ultima forte e drammatica esperienza di «follia reclusa », restano tracce nel Museo del manicomio dell’isola di San Servolo che in maniera puntuale e forte mostra quello che avveniva nella struttura, le pratiche che si svolgevano per “curare” i disagi mentali di chi qui veniva confinato in una dimensione emarginante e segregante. Lontano da Venezia, lontano dal mondo. Come reietti.

Il museo è uno dei risultati di complessi lavori di ristrutturazione e di restauro che sono stati compiuti a partire dagli anni Novanta per dare un nuovo volto all’isola, di proprietà della Città metropolitana di Venezia e gestita dalla società San Servolo- Servizi Metropolitani: è sede della Venice Internazional University, del Collegio internazionale di merito dell’Università Ca’ Foscari con i suoi 50 migliori studenti che vivono e studiano sull’isola, di una sezione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e della Fondazione Franca e Franco Basaglia. Ospita ogni anno circa 170 eventi tra corsi, congressi, rassegne musicali, oltre a proporsi come centro ricettivo: già 350 posti letto come campus di studenti, ma anche con la realizzazione di camere alberghiere di charme.

Il “Bivacco Messner” nel parco di San Servolo come rifugio di culture diverse. Si trovava a 2500 metri sulle Alpi, al confine con l'Austria

Il “Bivacco Messner” nel parco di San Servolo come rifugio di culture diverse. Si trovava a 2500 metri sulle Alpi, al confine con l'Austria

San Servolo sta così diventando l’isola del design e della creatività, quella che ha in sé un piccolo seme di follia. Quella che attraversa il parco e i padiglioni con opere che sembrano tracciare un filo conduttore con la storia dell’isola. In occasione della Biennale d’Arte ecco allora che ci si può imbattere – fra le opere di Pomodoro, Aricò, Plessi, Consagra che appartengono alla collezione di arte permanente – nel “Bivacco Messner”, volato in Laguna (in elicottero) dalle Alpi, dove si trovava a 2500 metri, al confine con l’Austria: un rifugio animato dalle opere di sette artisti emergenti a tracciare percorsi di dialogo e di condivisione fra popoli e culture diverse. Dalle vette al mare: poco più in là l’installazione S-barca realizzata da alcuni pazienti psichiatrici della Fondazione Emilia Bosis di Bergamo e da artisti professionisti, su un’idea di Pier Giacomo Lucchini: riscoprire le origini storiche della laguna di Venezia attraverso il simbolo principe che ne ha caratterizzato l’intera storia, la “forcola” veneziana, mettendo in risalto ciò che l’uomo consegna al mare e ciò che il mare rigetta all’uomo. Opere che accompagnano ai padiglioni nazionali di Cuba e della Siria: nel primo, attraverso interessanti installazioni, si affrontano i temi delle disuguaglianze e delle migrazioni, mentre nel secondo le tradizioni locali dialogano con l’attualità, con un occhio emozionale che supera il dramma e si concentra sulla presenza umanitaria e la potenza della luce. Affascinati dal luogo e dall’arte, mentre studenti studiano nel parco e ragazzini vivono allegramente il loro campo estivo, ecco ancora la luna e il pozzo. Quello specchio di “follia creativa” in cui ri-vedersi, ri-trovarsi, prima di raggiungere il pontile e con il vaporetto ritornare... sulla terra. Con uno sguardo più consapevole. Di noi e del mondo che ci circonda.

L'installazione “S-barca” realizzata da alcuni pazienti psichiatrici della Fondazione Emilia Bosis di Bergamo

L'installazione “S-barca” realizzata da alcuni pazienti psichiatrici della Fondazione Emilia Bosis di Bergamo

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