mercoledì 2 settembre 2015
COMMENTA E CONDIVIDI
Alberto Conti aveva 16 anni quando il 9 dicembre del 1924 scrisse una lettera indirizzata a Mamerto Camuffo, direttore di nave Scilla, a Venezia, per avere notizie dei suoi ex compagni di classe. Era stato ospite del Pio Albergo Trivulzio di Milano come Fausto Sacchiero di 17 anni, anch’egli proveniente dall’orfanotrofio lombardo, con cui aveva condiviso da marinaretto la vita a bordo delle "navi asilo". La Marina autorizzò a cedere gratuitamente alla "Società veneta di pesca e acquacoltura" la nave Scilla che già nel 1904 era stata data in consegna a detta società per «farne sede in Venezia della scuola di pesca e istituirvi un asilo per i figli dei pescatori del litorale Adriatico». Nate sulla scia delle training ship britanniche della Royal Navy queste scuole galleggianti divennero luoghi di accoglienza, di educazione e di reinserimento sociale e civile per tanti bambini e ragazzi abbandonati che, specialmente tra le due guerre mondiali, si trovarono alle periferie geografiche ed esistenziali nei quartieri bombardati di città di mare come Genova, Napoli, Bari e Venezia in balia della miseria, della fame, della povertà e della criminalità. Il primo esperimento in Italia era avvenuto con la "Nave scuola-officina per discoli" a Genova il 1° dicembre del 1883 con l’intento di coniugare la «vita di mare» con la «redenzione sociale», due ambiti apparentemente lontani, ma intrinseci alla vita marinara. Il promotore dell’iniziativa fu Nicolò Garaventa, un docente di matematica presso il Liceo ginnasio "Andrea Doria" di Genova, che intuì nella vita marinaresca un progetto educativo e una effettiva opportunità di recupero e di riscatto sociale per i giovani "marinaretti". Così il Daino, un brigantino ormai in disarmo che aveva combattuto la guerra navale del 1848 contro l’Austria, fu destinato dalla Regia Marina alla famiglia Garaventa, grazie all’interesse dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel. Il veliero fu adattato per accogliere i ragazzi e diventò una nave scuola con il nome prima di Redenzione e poi con quello di Nave Officina Redenzione Garaventa. La nave restò ancorata a Genova fino al 1904 quando la Regia Marina assegnò al professore Garaventa e ai suoi figli la cannoniera Sebastiano Veniero dismessa dal servizio. Il motto di nave Garaventa fu Ubi charitas ibi Deus e accolse giovani sbandati di età non superiore ai sedici anni, ma anche molti che avevano scontato già pene detentive. A bordo si imparava a leggere, a scrivere e si apprendevano nozioni di cultura marinara.  A Bari, invece, operò la nave-asilo Eridano tra la prima e la seconda guerra mondiale. Ex Tevere ed ex mercantile britannico Edinburgh, era stata radiata nel 1907 e mantenuta in servizio fino alla fine della guerra come nave deposito. Fu trasferita a Bari e data in gestione all’Opera Nazionale del Patronato (Onp). L’arrivo dell’imbarcazione in Puglia fu voluto fortemente dalla sezione barese della Lega Navale Italiana con la motivazione, inoltrata al Ministero della Marina di «ritrovare un moderno e civile mezzo d’istruzione e di educazione popolare, con l’intento di redimere una quantità di giovanetti abbandonati alle molteplici tentazioni della strada, trasformandoli in artigiani, in marinai». La stessa cosa accadde nel 1911 con la Caracciolo, ex Brillante, una pirocorvetta a elica. Napoli fu al centro dell’interesse pedagogico internazionale per l’esperimento educativo straordinario realizzato dalla signora Giulia Civita Franceschi a bordo di nave Caracciolo. Qui furono accolti oltre 750 bambini e ragazzi sottraendoli a una condizione di abbandono e restituendoli a una vita sana, civile e dignitosa. Il metodo, apprezzato da Maria Montessori, fu definito dai giornali del tempo come «sistema Civita» per descrivere l’azione educativa volta al recupero di minori a rischio di delinquenza ed esposti a ogni tipo di malattia, che poneva al centro i valori della dignità legata al lavoro, della solidarietà e degli affetti. La Caracciolo non si limitò a essere una scuola di addestramento ai mestieri marittimi, ma fu piuttosto una "comunità", in cui ogni fanciullo fu rispettato nei propri bisogni, incoraggiato e valorizzato nella proprie tendenze. Giulia Civita Franceschi, salì a bordo della nave nell’agosto del 1913 e vi rimase fino al 1928, quando questo istituto educativo fu inserito, così come le altre navi-asilo, nell’Opera nazionale Balilla. Dopo il "ventennio fascista" le navi-asilo ripresero la loro attività che si concluse negli anni Settanta. L’esperienza delle "navi asilo" fu istituita su proposta dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, allora ministro della Marina, con decreto 28 giugno del 1912, poi convertito in legge, e prevedeva la costituzione del Consorzio fra ministero della Marina, dell’Interno, della Pubblica istruzione e degli enti locali della città di Napoli per l’istituzione e l’esercizio di una nave-asilo sull’unità radiata Caracciolo, concessa dallo Stato. Il 21 giugno 1914, un mese prima dello scoppio della Grande Guerra nacque l’Ente morale Opera nazionale di patronato per le navi asilo Caracciolo e Scilla con sede a Roma presso il Ministero della Marina. «L’ammiraglio Thaon di Revel è stato uno degli uomini di maggiore spicco della Marina. Benché abbia prestato servizio nella prima metà del ’900 le sue idee furono tanto lungimiranti che ancor oggi possono considerarsi attuali – spiega il comandante Leonardo Merlini, capo sezione editoria dell’Ufficio storico della Marina militare –. Moltiplicare e adattare le attività alle più svariate congiunture fu il principio col quale l’ammiraglio rivoluzionò oltre un secolo fa la Marina Militare, conferendole quella complessità di articolazioni e di competenze che ancora oggi la caratterizzano. Egli fu uno dei precursori del concetto di capacità dual use e la costituzione delle navi asilo ne fu una delle tante applicazioni. Generazioni di bambini furono tolte dalla strada e avviate a una vita onesta e dignitosa, spesso ricca di soddisfazioni».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: