giovedì 28 settembre 2017
Il prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede anticipa il suo intervento al Prix Italia della Rai sul rapporto tra menzogne e mass media
Dario Viganò: «Contro le fake news serve un codice etico»
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Sono in grado di spostare voti, creare allarmismi e manipolare le masse. Sono le “fake news”, ovvero le false notizie, il lato oscuro del’informazione ai tempi del web, capace di moltiplicare all’infinito e rendere globali “bufale” create ad arte. A quale scopo? E come difendersi? Back to facts - La realtà contro le false notizieè il filo conduttore del 69mo Prix Italia Rai che apre oggi a Milano con una tavola rotonda in diretta su Rai Radio3 dedicato alla radio. Fra i relatori, monsignor Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, che anticipa ad Avvenire alcuni punti del suo intervento.

MonsignorViganò, da dove nasce il fenomeno delle fake news?
«Il fenomeno nasce probabilmente assieme all’uomo, ma si sviluppa nel quadro dei social media e in genere nell’ambiente digitale. Grazie ai dispositivi mobili, il numero di persone connesse è letteralmente esploso. Ed è esplosa anche la velocità di diffusione dei messaggi e delle informazioni. Le “fake news” si nutrono proprio delle ipercondivisioni, agevolate anche dalla facilità di compiere tali operazioni».

Quali i rischi di manipolazione politica o delle coscienze?
«Gli studiosi si occupano degli effetti dei media fin dagli anni Quaranta quando il voto veniva paragonato all’acquisto nell’ipotesi di una certa passività del pubblico. Tuttavia, è chiaro che oggi ci sono gruppi di interesse disponibili ad usare i media nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica. E questo potrebbe anche minare la tenuta dei sistemi democratici. Non a caso il tema delle “fake news” balza in primo piano alla vigilia degli appuntamenti elettorali nei vari paesi».

Internet ha portato ad una esplosione della circolazione dell’informazione anche non giornalistica: quali i vantaggi e quali gli svantaggi?
«Il vantaggio teorico può essere quello di un maggiore spazio di espressione. Tuttavia, quantità non significa qualità; così come visibilità non vuol dire pertinenza. Di certo, la funzione intermedia ha perso terreno a favore di forme individuali di produzione e consumo multimediale. E anche l’azione giornalistica ha risentito di questo processo che si è rafforzato a causa di questioni di carattere economico. Tuttavia, secondo una recente ricerca della Bbc condotta in diversi paesi, 8 persone su 10 hanno espresso il timore di incappare in notizie false in Rete. D’altro canto, però, proprio sul terreno dell’informazione, in Italia continua a diminuire la fiducia nei confronti dei media tradizionali. Un recente stu- dio dell’Università di Urbino sostiene che la Rete sia in vantaggio sulla stampa e sulla televisione».

Quali, allora, le soluzioni? L’Europa sta pensando a una regolamentazione in accordo con i colossi del web. C’è chi inventa algoritmi per combatterle e chi come Zuckerberg cerca la consulenza dei colossi dell’informazione tradizionale.
«Serve l’intelligenza umana, non quella artificiale. Le soluzioni basate sugli algoritmi con tutta probabilità non basteranno, né sul versante dei social né in Rete. Anche perché le “fake news” diventeranno sempre più sofisticate e ambigue e riguarderanno sempre più fortemente foto e video. Alleanze con i colossi dell’informazione tradizionale rappresentano certamente la prospettiva più rassicurante. In parallelo, però, dovrà necessariamente aumentare anche la consapevolezza dei singoli fruitori. Il fatto è che serve maggiore spirito critico evitando di cliccare e di condividere contenuti letti velocemente sul telefonino, magari mentre si è impegnati in altro. Verificare le date e le testimonianze; prestare attenzione ai titoli ad effetto; alle foto insolite; all’impaginazione; ai refusi: spesso sono proprio questi i segnali delle notizie fasulle».

C’è bisogno di un ritorno a un’autorevolezza dell’informazione?
«Assolutamente sì. Il vero antidoto è la verifica delle fonti. Si tratta di un principio antico che oggi rappresenta una sorta di bussola per orientarsi nell’era della cosiddetta “post verità” dove sempre più spesso si confonde il verosimile con il vero, le emozioni con le notizie, le opinioni coi fatti, il sensazionalismo con l’imparzialità. Del resto la verifica delle fonti è alla base dell’etica e della deontologia della professione giornalistica. E solo i giornalisti sono in grado di applicare pienamente questo meccanismo. Non possiamo pensare che lo facciano i fruitori o addirittura le macchine. Bisogna recuperare credibilità attraverso questa buona pratica: metterla al centro del sistema produttivo e agevolarne la co- noscenza da parte di tutte le figure professionali coinvolte a vario titolo nella produzione dei contenuti multimediali».

Dalla sua posizione di responsabile e coordinatore dei media vaticani quali le prospettive e le azioni nella lotta a favore della corretta informazione?
«Tradizionalmente i giornalisti dei media vaticani sono abituati ad uno scrupoloso controllo delle notizie. E questo agevola uno standard qualitativo elevato che oggi è richiesto a qualsiasi team editoriale. Lobiettivo è di proiettare questo approccio nell’ambito della riforma voluta da papa Francesco e quindi di declinarlo nei nuovi modelli di produzione multimediali in corso di implementazione. In genere, come gli altri media, anche la radio e la tv risentono del problema. A differenza degli altri media, però, soprattutto la radio possiede alcune caratteristiche interessanti che le consentono di svolgere un ruolo importante nel contrasto delle “fake news”».

A cosa fa riferimento?
«Faccio riferimento alla spiccata agilità produttiva della radio che si converte in una straordinaria immediatezza narrativa: basta un microfono o un telefono per andare in onda. E quindi con tempestività è possibile aggiornare, approfondire e rettificare le notizie. Inoltre, diversi studi confermano che i giovani considerano sempre molto credibile la radio e i pubblicitari ne apprezzano costantemente il potere sul mercato. Sul versante informativo, il sistema radiofonico italiano ha ormai consolidato una certa autorevolezza sia sul fronte pubblico sia su quello privato, dove peraltro si è affermata la cosiddetta radio “di flusso” che ha regolarizzato un modello organizzativo-produttivo ritmato e veloce».

L’approccio cristiano all’etica dell’informazione può essere un modello per tutti?
«La risposta è senza dubbio positiva. A definire i contorni del modello per tutti sono soprattutto i messaggi di papa Francesco che ogni anno diffonde in occasione della Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali. Per esempio, pur avendo definito Internet un dono di Dio, ha sempre chiesto di prestare attenzione al “noi”, all’incontro, alla relazione, all’ascolto dell’altro. E spesso ha insistito sulla necessità di cooperare e di convergere per fronteggiare le sfide dell’ambiente digitale e delle reti sociali. Infine, occorre ricordare il richiamo alla “buona notizia” intesa non come disinformazione, volontà di nascondere il male o tendenza all’ottimismo ingenuo, bensì come impegno a raccontare i fatti tracciando una prospettiva di speranza e di possibilità».

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