La società sfumata, gli adulti e i confini mobili

La vera maturità non consiste nel tornare a disegnare muri sempre più rigidi, ma nell’imparare a distinguere senza semplificare, tracciando "segnavia" senza costruire muri
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June 28, 2026
La società sfumata, gli adulti e i confini mobili
/Foto Icp
«Alzati, devi andare a scuola!». «Non ci vado». «Perché? Nessuno mi sopporta». «Vai lo stesso». «Dammi un buon motivo». «Perché sei il preside!». Molti anni prima che sociologi, pedagogisti e commentatori televisivi scoprissero gli “adultescenti”, una vecchia barzelletta aveva già fotografato il fenomeno. Era il tempo dei “bamboccioni”, altra categoria di successo: una delle tante etichette con cui periodicamente tentiamo di catalogare esseri umani che, per una curiosa ostinazione, continuano a sfuggire alle definizioni.
Non stupisce dunque che il Ministero abbia scelto per l’esame di maturità un brano di Frank Furedi dedicato ai confini tra le età della vita. È una traccia interessante che costringe a riflettere su una domanda che attraversa il nostro tempo: esistono ancora confini netti oppure viviamo ormai in una società sfumata? Già la parola “confine”, del resto, è meno semplice di quanto sembri. Come ogni parola possiede un retro che ne modella il significato soggettivo. Per questo, quando ci parliamo occorre quasi tradursi reciprocamente. Il confine evocato da un soldato che difende la propria terra in una trincea non coincide con quello di un geometra che delimita una proprietà. La parola è la stessa, ma l’esperienza che vi si deposita dentro è radicalmente diversa.
Se osservassimo con un certo disincanto le rapidissime evoluzioni del nostro tempo avremmo da sorridere (o preoccuparci) per questi confini mobili o addirittura dissolti: bambine che si atteggiano a lolite, adolescenti che non vogliono lasciare “i giocattoli”, adulti che giocano a essere eternamente giovani, stretti tra i nuovi giovani che non vogliono crescere e i vecchi che non muoiono più, anziani inossidabili, coccolati da sindacati, politica e tour operator perché rappresentano la fetta più interessante del voto e del mercato. Sono saltati i riti di passaggio che sanciscono un cambiamento con le conseguenti responsabilità.
L’impressione è che, dopo la “società liquida”, siamo entrati nell’epoca della società sfumata. Dalle grandi questioni filosofiche alle conversazioni al bar, tutto sembra meno disposto a lasciarsi rinchiudere in categorie definitive, confini, in certezze e affidabilità. Dal bugiardino di un farmaco a una sentenza, al valore dei vaccini, tutto è in movimento e genera incertezza. Insieme alla scienza tutta la società ha abbandonato il determinismo assoluto per un mondo fatto di probabilità, margini di errore e livelli di attendibilità. I confini si sono fatti ovunque meno rigidi. Anche la storia di ciascuno non sopporta facilmente la riduzione a categoria medica, sociale, economica o generazionale.
Naturalmente questo non significa che tutto si equivalga. Qui è il punto nevralgico che se non affrontato con rigore potrebbe anticipare una totale dissoluzione etica. Per esempio, si dice – a ragione – che su questioni fondamentali bisogna decidere da che parte stare: la vita indifesa, i poveri, le vittime, la giustizia, la democrazia. Scegliere è atto squisitamente umano che nessuna sfumatura può abolire. La società sfumata, l’esclusione di rigidità precostituite o anacronistiche non può significare infatti l’abolizione di ogni distinzione. L’indistinto è l’evaporazione dolce del male. Significa semmai comprendere meglio il significato e la funzione dei confini, da quelli di una cellula a quelli degli Stati.
Ogni confine nasce infatti dal tentativo di dare un ordine, dalla biologia alla vicenda umana; come una regola, un criterio condiviso. E proprio per questo possiede un enorme valore: quello del limite che protegge, orienta, insegna. Un bambino deve imparare presto che un boccone grosso può soffocarlo. Crescendo scoprirà però che la maturità consiste nel discernere quali limiti rispettare e quali, in circostanze eccezionali, contestare. La storia dell’umanità è fatta tanto di rispetto delle regole quanto di obiezioni di coscienza contro regole ritenute ingiuste. Siamo cresciuti proprio grazie a questa tensione continua: riconoscendo i confini e, al tempo stesso, cercando di oltrepassarli. Senza limiti non esisterebbe progresso; senza il desiderio di superarli non esisterebbe nemmeno la civiltà. Per questo forse sarebbe più utile sostituire l’ossessione per i confini con qualcosa di diverso: i segnavia, le soglie. Provvisorie indicazioni e terreni di dialogo e confronto.
Un segnavia non è una barriera. Non impedisce il passaggio. Indica che una direzione non è uguale ad un’altra. Aiuta a orientarsi senza pretendere di esaurire la complessità del territorio. Se il clima è cambiato il limite per piantare una vigna si sposta più a nord. La soglia poi non è terra di nessuno e per questo può diventare il luogo del “noi”.
Per questo sorprende che si invochino continuamente nuovi confini – o, peggio, tornare “ai vecchi confini” – proprio mentre l’esperienza ci insegna il contrario. Edgar Morin parlava della necessità di formare una “testa ben fatta”, capace di navigare nella complessità, dove le frontiere dell’umano assomigliano più a zone di transizione che a muri. In Europa abbiamo visto sbarre alzarsi e non riabbassarsi più: frontiere che per secoli erano state tragici luoghi di separazione in semplici punti di attraversamento.
Forse allora la vera maturità, quella che la traccia ministeriale invitava a discutere, non consiste nel tornare a disegnare confini sempre più rigidi, ma nell’imparare a distinguere senza semplificare, tracciare segnavia senza costruire muri, sostare insieme sulle soglie.
In fondo diventare adulti significa proprio questo: comprendere che i limiti non sono nemici della libertà, ma sue condizioni di possibilità e che la libertà non consiste nel negare ogni confine, bensì nel sapere quando rispettarlo e quando avere il coraggio di oltrepassarlo per una ragione più alta. Perché la vita umana, fortunatamente, continua a eccedere qualsiasi categoria. E ogni volta che crediamo di aver trovato il confine definitivo, lei è già un passo più in là.

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