martedì 1 marzo 2022
Anticipiamo un brano dell'ultimo saggio di Gabriele Nissim sul rischio che il modello dello sterminio generi nuovi crimini. Ecco come il giurista Lemkin cercò di farlo capire al presidente Roosevelt
Visitatori allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme

Visitatori allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme - / Epa/Oliver Weiken

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Doppio appuntamento al Monte Stella e a Palazzo Marino a Milano per celebrare i nuovi testimoni che entrano nel Giardino dei Giusti. Ogni anno, il 6 marzo, in tutta Europa viene ricordato l’esempio «dei Giusti di ieri e di oggi». Così – spiega il presidente di Gariwo Gabriele Nissim, del quale anticipiamo in queste colonne un estratto dal nuovo libro Auschwitz non finisce mai da oggi nelle librerie per Rizzoli (pagine 272, euro 19,00) – «si attiva l’opinione pubblica a reagire di fronte alle nuove forme di atrocità di massa», Giovedì 3 marzo alle 10.00, verranno onorati nuovi Giusti al Giardino del Monte Stella: Raphael Lemkin, il grande giurista che formulò la definizione di genocidio; Henry Morgenthau, l’ambasciatore Usa che aiutò gli armeni; Aristides de Sousa Mendes, il console portoghese che aiutò gli ebrei a lasciare la Francia; Evgenija Solomonovna Ginzburg, che raccontò il suo viaggio nel gulag; Godeliève Mukasarasi, sopravvissuta al genocidio in Ruanda; Ilham Tohti, il "Mandela della Cina" condannato per la difesa degli uiguri. Alle 15.30 – Sala Alessi del Comune, Piazza della Scala, 2 – si terrà il convegno “Mai più genocidi”.

Lemkin, idealizzando gli Stati Uniti, immaginava che il suo messaggio sarebbe stato presto recepito. Quando fu invitato a tenere un discorso alla Duke University, nella Carolina del Nord, dove aveva ottenuto un incarico per insegnare diritto internazionale, gli sembrò che la strada sarebbe stata in discesa. Fu lungamente applaudito quando affermò che gli americani erano il popolo più disponibile ad aiutare gli altri popoli del mondo. Come erano stati sensibili al genocidio armeno e di altre popolazioni oppresse, così sarebbero andati in soccorso degli ebrei. Rivolgendosi a un’anziana signora che lo seguiva con gli occhi lucidi, infiammò la sala quando pose un interrogativo morale: «Se donne, bambini e anziani fossero assassinati a un centinaio di chilometri da qui, non correreste forse in loro aiuto? E allora perché dovreste reprimere il richiamo del vostro cuore, quando la distanza è di cinquemila chilometri, invece di cento?». Poi, quando incontrò il colonnello Archibald King, del dipartimento della Guerra, che si era occupato della legislazione militare durante la Prima guerra mondiale, si accorse che questi non aveva ben compreso il piano di sterminio di Hitler e lo equiparava a possibili crimini di guerra. Punire e prevenire atrocità, rispetto a uno sterminio, erano due cose diverse, perciò Lemkin cercò di fargli capire che a Hitler non importava la vittoria militare, ma la distruzione delle popolazioni: «Non si tratta di prevenire atrocità isolate o indegne, come avvenne in larga scala in Belgio o in Francia nel 1914. Hitler intende cambiare l’intera struttura demografica dell’Europa per i prossimi mille anni, il che significa praticamente per sempre... Se questo piano nazista avrà successo, tanto vale che cancelliate l’Europa dalla vostra pianificazione futura e dalle vostre relazioni internazionali ».

L’Europa storica non sarebbe più esistita, soltanto macerie. Lemkin espresse un ragionamento sconcertante, che elaborò negli anni successivi. Il giurista polacco aveva intuito quanto ancora oggi sembra incomprensibile. Come mai i nazisti continuarono lo sterminio degli ebrei, e in par- ticolare quello dei quattrocentomila ebrei ungheresi, fino al 1945, anche se la guerra era perduta? Per alcuni era un fatto irrazionale, che non si riuscirà mai a spiegare se non con delle categorie religiose ed extrastoriche. Per Lemkin invece tutto aveva una logica, come era già accaduto agli armeni nello sgretolamento dell’impero ottomano. Allora i turchi persero la guerra, ma eliminarono una parte della popolazione. I nazisti seguirono lo stesso percorso. «Il loro piano era quello di vincere la pace, anche se la guerra era stata persa e questo obbiettivo poteva essere raggiunto invertendo permanentemente a favore della Germania l’equilibrio politico e demografico europeo. [...] Sono stati molto vicini a realizzare questo scopo con lo sterminio degli ebrei e degli zingari». Le notizie che giungevano dalla Polonia lo fecero sentire in colpa.

La Germania aveva rotto il patto Molotov-Ribbentrop e le sue truppe, dopo avere dichiarato guerra all’Unione Sovietica, stavano entrando in Polonia orientale, dove la sorte dei suoi genitori era segnata. Aveva appena ricevuto una lettera in cui gli facevano capire che il peggio stava per arrivare, anche se apparentemente gli scrivevano parole rassicuranti. Fu il loro ultimo segno di vita. Lemkin si sentiva a disagio per averli abbandonati. Decise così di incontrare i massimi vertici americani. Pensava di riscattare il debito con i suoi genitori, continuando la sua battaglia. Provò a convincere il vicepresidente americano Henry Wallace, che incontrò varie volte al Senato e a casa di amici. Con lui parlò di agricoltura, che sapeva essere la sua vera passione. Ma quando affrontava gli altri argomenti, la protezione degli ebrei e delle minoranze, il vicepresidente si dimostrava disinteressato. «Ogni volta speravo di ricevere una sua reazione positiva, ma non arrivava mai. Poi però capii che quelle conversazioni erano completamente inutili. Come poteva credere nella intenzionalità di un genocidio, quell’uomo il cui spirito era invece concentrato nella rigenerazione della vita nei campi?».

Provò allora ad avvicinare il presidente Franklin Delano Roosevelt, attraverso la mediazione di un amico. Alla Casa Bianca gli proposero di scrivere un memorandum di una sola pagina, che il presidente si sarebbe impegnato a leggere. Ci lavorò per qualche giorno per trovare la sintesi e le parole adatte. In quel testo presentò al presidente americano tre proposte che, se accolte velocemente, avrebbero potuto per lo meno salvare una parte del mondo ebraico. Anzitutto, gli Stati Uniti avrebbero dovuto adottare un trattato da proporre al mondo intero, che facesse del genocidio «il crimine dei crimini». Non era però sufficiente una dichiarazione di intenti, ma ci volevano poi due ulteriori atti politici. Gli alleati avrebbero dovuto chiedere ai parlamenti e ai governi di tutte le nazioni di adottare immediatamente questa legge, affinché la protezione delle minoranze in Europa diventasse uno scopo della guerra in corso e non un elemento secondario. Poi si doveva lanciare immediatamente un monito a Hitler, in concomitanza con l’approvazione del trattato, per renderlo responsabile delle sue azioni. Con quell’avvertimento alla Germania «si poteva dichiarare che la protezione delle nazioni e delle razze era l’obbiettivo principale degli alleati». Lemkin aspettò ansioso per qualche settimana la risposta del presidente. Poi la doccia fredda al telefono. Una voce gli spiegò che Roosevelt era consapevole del pericolo, ma che trovava molte difficoltà a adottare il trattato che proponeva. Doveva avere pazienza.

Lemkin rimase frastornato da quella parola, 'pazienza'. Aveva capito il punto centrale della Shoah nel suo manifestarsi giorno dopo giorno. «Non si trattava di un conflitto tra il popolo ebraico e la Germania, ma tra il mondo e se stesso». Era in gioco il carattere morale dell’intera umanità, e il mondo non se ne rendeva conto.

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