venerdì 15 dicembre 2017
Tra filosofia, scienza, storia, arte e letteratura, una serie di saggi torna a indagare le implicazioni della vicenda biblica di Adamo ed Eva
La vergogna, Adamo ed Eva in un dipinto copto del Museo del Cairo

La vergogna, Adamo ed Eva in un dipinto copto del Museo del Cairo

E se non ci fossero cascati? Se Adamo avesse preso sul serio l’ammonimento del Creatore, se Eva non avesse ceduto alle lusinghe del serpente… Se la storia dell’umanità non fosse stata segnata dalle conseguenze della caduta dei progenitori, insomma. Nel suo Stato d’innocenza( Carocci, pagine 140, euro 17,00) il medievista Gianluca Briguglia lo definisce un «periodo ipotetico dell’irrealtà» capace di «generare una spiegazione del reale» lungo un millennio abbondante di filosofia e teologia politica. Una tradizione che prende sì le mosse dalla dottrina agostiniana del peccato originale, ma che non si esaurisce affatto nel pensiero del vescovo di Ippona, come invece lascerebbe intendere un altro corposo saggio sull’argomento, Ascesa e caduta di Adamo ed Eva dello storico della letteratura Stephen Greenblatt (traduzione di Roberta Zuppet, Rizzoli, pagine 476, euro 22,00): libro ricchissimo di informazioni, che però lo studioso statunitense tende a rielaborare in modo fin troppo eclettico. Quelli di Greenblatt e Briguglia non sono gli unici contributi recenti su quello che, per brevità, potremmo definire “il caso Eden”. Dopo aver riproposto Il diario di Adamo ed Eva di Mark Twain (traduzione di Marisa Panti, pagine 116, euro 13,00), Medusa ha da poco realizzato una nuova edizione di un’opera fugacemente apparsa in Italia sul finire degli anni Sessanta. Si tratta dell’eccellente La storia di Adamo ed Eva attraverso l’arte di Andrée Mazure (traduzione di Alfredo Rovatti, pagine 108, euro 21,00), senza dubbio la più minuziosa rassegna mai realizzata sul tema, come dimostrano le oltre duecento immagini raccolte in un atlante iconografico che va dalle prime occorrenze paleocristiane fino alle rivisitazioni di Fernand Léger e di altri maestri del Novecento.

Ma la presenza di Adamo ed Eva nelle librerie italiane è ancora più sintomatica e capillare, come si può verificare sfogliando I misteri dell’abbazia di Pomposa di Marcello Simoni (La Nave di Teseo, pagine 352, euro 20,00). Qui l’archeologo- romanziere compie un’analisi particolarmente dettagliata dell’affresco nel quale i progenitori compaiono curiosamente seduti davanti all’albero insidiato da un serpente simile a un drago. A trattenerli a terra è il peso del peccato, certo, ma la composizione della scena allude anche alla fatale complicità tra i due, oltre che alla loro intima corresponsabilità. Una così fitta coincidenza di pubblicazioni e attestazioni non può non susci- tare interesse, e non solo perché si verifica a ridosso del Natale, come a sottolineare l’avvicendamento tra il vecchio e il nuovo Adamo, tra il progenitore colpevole e il Cristo redentore. Ma anche al di là delle suggestioni provenienti dal calendario, il “caso Eden” rivendica tutta la sua serietà e urgenza. In questione c’è l’origine dell’esperienza umana e, insieme, il ricorso alla nozione stessa di natura. In che misura, nella fattispecie, un eventuale “stato di natura” può coincidere con lo “stato d’innocenza” attestato dalla Bibbia? Formulato altrimenti, è lo stesso interrogativo dal quale siamo partiti: come sarebbe stata l’umanità se Adamo ed Eva non fossero caduti?

Per l’uomo del Medioevo, sottolinea Briguglia, il resoconto della Genesi godeva di piena attendibilità storica, ed è proprio per questo che ogni speculazione sulla condizione umana in assenza del peccato assumeva, fin dal principio, le caratteristiche di un ragionamento controfattuale e tutt’altro che ozioso. Solo in età moderna, per gli effetti congiunti della secolarizzazione di stampo illuminista e della teoria darwiniana dell’evoluzione, la vicenda di Adamo ed Eva perde la sua connotazione letterale e si presta a una serie di interpretazioni di volta in volta allegoriche o metaforiche, tra le quali trova posto anche la scanzonata rivisitazione del già ricordato Twain, per il quale il diario dei progenitori è una miniera di spunti satirici sui rapporti fra uomo e donna.

Nella sua storia culturale di Adamo ed Eva, Greenblatt presta molta attenzione a questo affievolirsi dell’elemento religioso, soffermandosi tuttavia in modo significativo su due grandi personalità di credenti quali Agostino e il poeta puritano John Milton, che nel Paradiso perduto (1667) ha fornito la più dettagliata raffigurazione letteraria dell’Eden prima della caduta. In entrambi i casi, secondo Greenblatt, i trascorsi biografici degli autori hanno un peso determinante sulla visione espressa nelle rispettive opere: il manicheo pentito Agostino metterebbe a punto il dispositivo del peccato originale in una sorta di risarcimento, mentre il malmaritato Milton idealizzerebbe in Adamo ed Eva la perfezione di un amore coniugale per lui inattingibile. Il rischio dell’estremizzazione è sempre in agguato, ma a suscitare le perplessità maggiori è la conclusione, sia pure provvisoria, alla quale Greenblatt approda. Per lui lo “stato d’innocenza” è in sostanza lo “stato di natura” così come viene testimoniato ancora oggi dai cerimoniali di accoppiamento degli scimpanzé ugandesi. Gioco intellettuale raffinatissimo, non si discute, che sfiora la provocazione senza cogliere del tutto il problema cruciale suscitato dal racconto delle origini.

Per capire quale sia veramente la materia del contendere occorre infatti tornare alle esplorazioni medievali di Briguglia. Che la codificazione del peccato originale risalga ad Agostino è fuor di dubbio, ma le conseguenze che ne derivano non si limitano affatto alla sfera della morale sessuale o comunque dei comportamenti individuali. Immaginare come si presenterebbe il mondo se Adamo non avesse peccato significa piuttosto mettere in questione gli elementi su cui poggia la convivenza civile. Da dove discende il potere, anzitutto, e su quali princìpi insista la proprietà dei beni materiali. La varietà delle posizioni documentate in Stato d’innocenza è straordinariamente ampia. A figure molto conosciute (Tommaso d’Aquino, per esempio, per il quale il peccato non inficia la natura umana, ma si limita a privarla dei doni precedentemente concessi da Dio) si affiancano altre poco familiari per i non specialisti, ma il cui pensiero rimane fecondo di implicazioni ancora attualissime. Si consideri, fra tutti, l’irlandese Richard Fitzralph, vescovo di Armagh alla metà del Duecento. La sua riflessione è imperniata sull’idea del potere come communicatio, ovvero come relazione tra persone. «Dio amò Adamo e Adamo amò Dio» è la sintesi di un intreccio dal quale consegue la legittimità dell’esercizio del potere anche nel contesto dello “stato d’innocenza”. Avremmo potuto fare a meno del peccato, noi umani. Ma neppure nell’Eden avremmo potuto fare a meno della politica.

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