giovedì 21 settembre 2017
Apre nella Biblioteca della Camera un racconto fotografico che ripercorre la vita dello statista, il cui ricordo visivo è schiacciato da sequestro e morte
Immagini e memoria per Aldo Moro oltre il «martirio»

«Per le vittime c’è rischio di ricordarle da morte, infliggendo loro una condanna ulteriore. Di mio padre abbiamo, semplicemente, cercato di ricordare la vita», dice Agnese Moro. “Le immagini di una vita” è la mostra presentata ieri alla Biblioteca della Camera, che raccoglie le immagini inedite di Aldo Moro, statista refrattario come nessun altro agli obiettivi dei fotografi. Immagini (da oggi consultabili al sito www.aldomoro.eu) che la famiglia mette a disposizione dei più giovani, per conoscere chi fosse davvero quel politico ritratto, quasi sempre – da vivo – con una bandiera delle Brigate Rosse alle spalle, o – da morto – nello squallido bagagliaio di una Renault 4.

E che ora possiamo invece riscoprire felice, con i figlioletti sulle gambe, la moglie Eleonora al fianco e la inseparabile pila dei giornali alta fino alla ginocchia a fargli compagnia anche nei giorni di ferie. Il Moro studente, impegnato nella Fuci, la federazione degli universitari cattolici. «La più grande delle libertà, quella che è al vertice della piramide e anima e rende buone tutte le altre – scriveva –, è la libertà interiore che pone l’uomo, in purezza, di fronte a Dio, a se stesso, ai fratelli». In queste parole c’è tutto l’uomo che, solo qualche anno dopo, sarà protagonista nei banchi della Costituente di un dibattito che porterà a sancire nella Carta all’articolo 3 il principio di uguaglianza, storica saldatura fra il solidarismo di matrice cattolica e la giustizia sociale propugnata dalla sinistra, che impone di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impediscono di fatto una reale uguaglianza dei cittadini. Un «uomo che guardava al dopodomani», dice Giovanni Moro, figlio dello statista e presidente del Comitato per il centenario, celebrato lo scorso anno. E chissà come si sarebbe destreggiato, oggi, con i 140 caratteri di Twitter quel politico dal periodare involuto, refrattario ai protagonismi, eppure interprete come nessun altro dei segni dei tempi. Fu sua, senza bisogno di sbandierarlo, l’intuizione della trasmissione del maestro Manzi (Non è mai troppo tardi) che alfabetizzò milioni di italiani reduci dalla povertà e dalla guerra. Fu lui anche a introdurre l’educazione civica nelle scuole, nel periodo in cui fu ministro della Pubblica Istruzione, che ora – in suo ricordo – il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli vorrebbe ripristinare: «In tanti lo chiedono – rivela –. Perché si è visto che i corsi di “cittadinanza e Costituzione” che li hanno sostituiti non hanno lo stesso impatto sui giovani». Moro «più combattente che mediatore», nel ricordo di Franco Marini, presidente del comitato per gli anniversari. Moro che combatté e mediò per aprire la stagione della “solidarietà nazionale”, che vide insieme i due grandi partiti popolari (Dc e Pci), in quegli anni separati da pochi punti percentuali, nella difesa della Repubblica sotto attacco del terrorismo.

Una stagione breve, che non resse al trauma della sua morte, ricorda la presidente della Camera Laura Boldrini, una volta uscito di scena l’insostituibile garante e propugnatore. Una mostra che mette insieme il prezioso patrimonio dell’archivio dell’ex senatore Sergio Flamigni (instancabile ricercatore della verità sul caso Moro) e queste splendide immagini dell’archivio di famiglia. Il Moro privato, studente “secchione” di Diritto; il Moro militare, richiamato alle armi nel 1941. E il Moro politico. Che – da ministro della Giustizia – visita le carceri, memore dell’umanità della pena che aveva contribuito a inserire in Costituzione. Un Moro che sorride con Pietro Nenni, interlocutore naturale della “sua” svolta del centrosinistra. Con il viso corrucciato, invece, in compagnia di Fernando Tambroni o di Henry Kissinger, fieri avversari delle sue aperture a sinistra. Del rapimento e della sua fine, invece, finiscono in Rete solo i disegni dei bambini, l’impatto nel loro insondabile vissuto di quei giorni bui. Moro che vive nelle immagini pure di un’altra mostra, inaugurata anch’essa ieri, presso l’istituto Sturzo e visitabile “fisicamente”, fino a lunedì, presso la centralissima Galleria Alberto Sordi, a due passi dai Palazzi che lo videro protagonista. Una mostra (“Taranto città a me cara…”) per ricordare i ben 11 anni, dal 1923 al 1934, vissuti nella città jonica, con lo storico ritorno, poi, da presidente del Consiglio, nel 1964, a inaugurare lo stabilimento dell’Italsider.

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