domenica 17 luglio 2011
ra sette giorni compirà 80 anni. Ne ha spesi oltre 50 a raccontare l’uomo perché, come diceva il suo amico Corrado Stajano, «ha una grandissima capacità di attenzione per gli altri, di rispetto
Olmi: «I miei ottant’anni cercando l’uomo e il mistero di Dio»

Tra sette giorni compirà 80 anni. Ne ha spesi oltre 50 a raccontare l’uomo perché, come diceva il suo amico Corrado Stajano, «ha una grandissima capacità di attenzione per gli altri, di rispetto, di curiosità illimitata…». Ha compreso il linguaggio segreto del cinema facendo diventare le immagini parola, ci ha parlato sottovoce trasformando il quotidiano in universale. E ha indagato il mistero della vita come pochi registi al mondo. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove è impegnato nelle ultime fasi della lavorazione del film Il villaggio di cartone, atteso fuori concorso al prossimo Festival di Venezia.

Da giovane se la immaginava così la sua età avanzata?
Non ho mai pensato a cosa sarei diventato, ero troppo impegnato a vivere il presente. Il cinema però non è mai stato una ragione di vita. Lo scopo a cui dedicare la mia esistenza è stata la vita stessa.

In che modo l’ha fatto?
Penso all’immagine di una bolla che rompendosi provoca esplosioni poetiche lasciando uscire segni della bellezza del Creato. Ma per coglierla dobbiamo avere la totale disponibilità a farci sorprendere dalla poesia che è fuori di noi e che ci regala frammenti di felicità.

Cosa l’ha spinta a diventare un regista?
A quattro anni mi sono innamorato del teatro durante una recita all’oratorio della Bovisa, a Milano. Ho scoperto la magia delle luci che si spengono e del sipario che si apre. Poi a 14 anni ho visto Paisà, Roma città aperta, Sciuscià e le emozioni suscitate da quei film mi crescevano dentro. Quel cinema era un modo per convivere con gli altri invitandoli alla propria mensa. Cuciniamo i nostri film sperando in una comunione.

Cosa le ha fatto scoprire di se stesso il cinema?
Il cinema mi ha sempre aiutato a capire il passo successivo. Ogni volta che sono arrivato alla fine di un capitolo ero già proiettato nell’accadimento successivo, osando cose diverse da quelle che avevo già fatto, nella speranza di farle meglio.

La natura, l’uomo, il lavoro sono sempre stati il cuore dei suoi film…
Sono stati prima di tutto il cuore della mia vita. Da bambino non andavo in vacanza. Mio padre era ferroviere, umiliato dalle condizioni imposte dal partito fascista. Non prese la tessera e rimase disoccupato due anni prima di essere assunto alla Edison. A casa della nonna materna, in campagna, non c’era niente di meglio che partecipare agli eventi naturali. E bisognava dare una mano: ho imparato così la fatica e il valore del lavoro che è certamente economico, ma prima di tutto etico. Se un uomo non può svolgere il proprio lavoro con un margine di creatività, non riuscirà a dare uno scopo alla propria esistenza.

Viviamo un momento di grande sfiducia. Cosa abbiamo sbagliato?
Abbiamo creduto di poter risolvere tutti i problemi con la ricchezza. Dobbiamo ricominciare daccapo demolendo quella casa comune dove l’economia è stata impostata secondo modalità rivelatesi una truffa. Ancora oggi viene ribadita la fiducia in questo sistema. Ma arriverà il momento in cui sentiremo le fucilate della Bastiglia e le teste cadranno. Dove non arriva la giustizia arriva il castigo. E sarà molto peggio.

All’inizio degli anni Settanta insieme a Stajano cantavate una canzone di Sergio Endrigo, diventata il vostro inno, che diceva: «Siamo nati in un dolce paese dove chi sbaglia non paga le spese, dove chi grida più forte ha ragione…». Non è cambiato nulla da allora?
La puzza di bugia legalizzata si sentiva già a metà degli anni Sessanta. Oggi la truffa non è solo giustificata, ma persino invidiata. Quelli sono stati però gli anni dei miei grandi amici, da Parise, al quale ho insegnato a guidare, a Bianciardi, che negli ultimi mesi di vita si dava il colpo di grazia con il Fernet e veniva a trovarmi tutti i giorni. Da Stajano a Mastronardi, che mi raccontò il suo primo tentativo di suicidio e che poi si uccise davvero gettandosi nel Po. E, naturalmente, Pasolini.

Si è sempre definito un "aspirante cristiano"...
Il cristianesimo è l’unico vero esempio di riscatto dell’umanità, l’unica vera rivoluzione – Montanelli diceva che, in confronto, quella francese e quella russa non sono nulla –, perché distingue il bene dal male.

Cristo è una presenza importante nella sua vita. Il sacro permea tutto il suo cinema...
Cristo mi ha aiutato nei momenti più difficili. Parlo del Cristo senza altre parentele. E penso al mistero cosmico al quale tutti apparteniamo e nel quale l’uomo riconosce il sacro dell’esistenza. La Bibbia comincia con la separazione della luce dalle tenebre: la Creazione viene descritta in un modo che la scienza conferma. Pitagora affermava che l’uomo prima di venire al mondo conosce il mistero dell’universo, ma con la nascita dimentica tutto e spende la propria vita a ricordarne qualche frammento. Quando la scienza allunga lo sguardo per cercare questo mistero, non sta forse guardando al trascendente?

Delle istituzioni ha invece sempre avuto una pessima opinione.
Il rapporto con il potere mi mette a disagio, sebbene nella Chiesa, ad esempio, riconosca uomini di altissimo valore. Alcuni, come i martiri, ci hanno rimesso la vita, altri la carriera. Non ho mai permesso a nessuno di farmi spiegare la vita e dettare regole da sottoscrivere, proprio in nome della libertà cristiana di scegliere il bene o il male.

Non le è mai piaciuto essere considerato un maestro. Perché?
Sono stato un allievo tutta la vita. L’apprendistato è la condizione ideale per lasciarsi continuamente stupire.

«Il posto» è un film che ha stupito tanti registi e attori in tutto il mondo.
È vero, è molto amato da Malick, De Oliveira, Kiarostami. Peter Falk mi disse di aver abbandonato il suo lavoro di impiegato dopo aver visto il film, che Venezia non volle in concorso.

Per «L’albero degli zoccoli» invece molti citano Virgilio.
C’è un brano che mi piace ricordare, quello del contadino che da un piccolo pezzo di terra non adatto all’agricoltura ricava fiori e frutti. Nemmeno i re potevano godere di quelle primizie. Tutti coloro che parlano con onestà dell’onestà della terra hanno la medesima madre.

Onestà è una parola che usa spesso.
Umberto Saba si chiedeva come dovesse essere la poesia e si rispondeva: onesta. Chi fa finta di essere felice o di essere posseduto da estasi poetica, come accade ad alcuni artisti interessati solo al denaro, è un bugiardo e un opportunista.

Dopo «Centochiodi» aveva annunciato di volersi dedicare solo al documentario. Cosa le ha fatto cambiare idea?
Una caduta mi ha costretto a letto per 70 giorni e ho dovuto abbandonare l’idea di viaggiare per il Mediterraneo alla ricerca di ciò che rimane della cultura e della religione di quei popoli dai quali proveniamo e che abbiamo tradito. Allora ho deciso di portare a me quelle culture. Ma non rinuncio ai miei progetti: andrò in giro lentamente, come le chiocciole, con la casina sulle spalle.

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