martedì 20 maggio 2014
​«Combi; Monzeglio, Allemandi; Ferraris IV, Monti, Bertolini; Meazza, Ferrari, Schiavio, Guaita, Orsi... Campioni del mondo!», risuonava retorica e metallica dal microfono della radiocronaca dell’Eiar la voce di Nicolò Carosio, che entrava nelle case dai 250mila apparecchi a disposizione dei 44 milioni di italiani di allora, scandendo i nomi degli “undici eroi” azzurri. Il 10 giugno 1934 furono loro, i ragazzi del commissario tecnico Vittorio Pozzo, ad alzare al cielo la Coppa Rimet, la statuetta d’argento di 2.200 grammi (opera dell’orafo parigino Abel Lafleur) simbolo di gloria per i campioni del mondo del calcio. A ottant’anni fa dunque, risale il primo dei quattro titoli iridati (gli altri nel 1938, 1982 e 2006) conquistati dal pallone italiano. Si era nel «XII anno dell’era fascista», a nove dal «processo di fascistizzazione dello sport» ordinato dal Duce che nel 1925 aveva posto alla presidenza del Coni Lando Ferretti, il quale a sua volta, l’anno seguente, nominò capo della Federcalcio il ras di Bologna, Leandro Arpinati.Oltre alle Olimpiadi di Berlino del 1936 e ai Mondiali di calcio di Argentina 1978, non si ricorda un evento sportivo così a uso e consumo della propaganda di regime del Paese organizzatore. I campionati del ’34 che si disputarono negli stadi delle otto città (Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste) sedi delle sfide tra le sedici selezioni in lizza per il titolo, sono infatti passati alla storia come i “Mondiali del Duce”. «L’Italia fascista deve tendere al primato sulla terra, sul mare, nei cieli, nella materia e negli spiriti», era il monito mussoliniano che valeva anche per gli atleti. L’imperativo di Mussolini, dal ring del Madison Square Garden di New York, in cui l’anno prima (29 giugno del 1933) Primo Carnera mandando al tappeto Bill Sharkey aveva conquistato il titolo mondiale dei pesi massimi, si era trasferito su un campo di calcio. Un terreno di gioco che per il tenente – degli alpini, nella Grande Guerra – Pozzo, era metafora del campo di battaglia. «Ci parlava della patria e della famiglia e ci faceva cantare La canzone del Piave», ricorderanno i suoi giocatori che, saliti all’albergo L’Alpino – sul Lago Maggiore, a Stresa –, iniziarono la missione di «armonico collettivo», al quale Mussolini aveva chiesto tassativamente: «Vincere!». Compatta e ardita, l’Italia vinse diventando per l’opinione pubblica la “Nazionale del Duce”. E, come tale, all’estero dal ’34 in poi sarebbe stata accolta tra i fischi e la contestazione, spesso alimentata dai connazionali antifascisti fuoriusciti. Eppure tra quegli azzurri, solo due erano dichiaratamente fascisti e iscritti al Pnf: Eraldo Monzeglio e Attilio Ferraris (Ferraris IV). Monzeglio era un habitué di Villa Torlonia, amico dei figli del Duce, Vittorio e Bruno, di cui era anche maestro di calcio e di tennis. Di Ferraris «còre dè Roma» qualcuno malignò che era stato imposto dal segretario del Pnf Achille Starace: in realtà il ct credeva molto nelle doti tecniche di quel mediano che a trent’anni si considerava già un ex. «Non mi alleno da mesi e fumo quaranta sigarette al giorno...», confessò a Pozzo che andò a scovarlo in una bisca di Borgo Pio dove annegava le giornate tra bevute e il vizio del gioco. Il tenente lo arruolò e scommise su di lui allungandogli la carriera di altri dieci anni. Così come fece presentandosi al bancone del bar torinese del portiere juventino Giampiero Combi, al quale chiese di prendere il posto dell’infortunato Carlo Ceresoli. Per grazia ricevuta si ritrovò convocato anche Gigi Allemandi, protagonista nel 1927 del primo scandalo del calcioscommesse: amnistiato dalle nozze reali tra Umberto di Savoia con Maria José, poté entrare tra gli undici che fecero l’impresa mondiale. Sul palco d’onore il giorno della finale allo stadio dell’Urbe (oggi Flaminio) a esultare con i cinquantamila cuori tricolori c’erano anche le principesse di casa Savoia, Maria e Mafalda. Quest’ultima, seduta non molto distante dal Duce, per l’occasione di bianco vestito, avrebbe avuto in sorte un epilogo tragico quanto quello di Mussolini e Claretta Petacci: morì il 28 agosto del 1944 nel lager di Buchenwald. Ma nei giorni caldi di quell’estate romana gli occhi e le menti di tutti gli italiani erano rivolti alle prodezze di Giuseppe Meazza, il “balilla” dell’Ambrosiana. Il bomber e capocannoniere della Nazionale però non fu il Peppino della Milano di ringhiera, ma Angelo Schiavio, rampollo dell’omonimo casato dei tessitori felsinei Schiavio-Stoppani: per i tifosi del «Bologna che tremare il mondo fa» semplicemente l’Anzolèn.Sua la rete della vittoria nella finale con la Cecoslovacchia, quando marcò il 2-1 oltre la zona Cesarini (al 95’). Nome, quello di Renato Cesarini, che oltre che di gol allo scadere è anche sinonimo di oriundo. Tre i figli degli italiani d’Argentina, che tra scontri polemici sulla purezza della razza dei pedatori, vennero accolti in Nazionale: Enrique Guaita, Raimundo Orsi e Luisito Monti.Guaita, il “Corsaro nero” della Roma, prese in mano la Coppa Rimet e poi scappò subito in Argentina temendo di venire arruolato militare per la campagna d’Africa. “Mumo” Orsi fu un’altra scommessa vinta dal ct, anche se era pur sempre il giocatore più “pagato del mondo”: per averlo alla Juventus Edoardo Agnelli sborsò all’Independiente centomila lire, più una Fiat 509 con tanto di autista e uno stipendio mensile di ottomila lire per il giocatore, quando ai tempi per essere felici ne bastavano mille. Orsi si presentò in ritiro fuori forma, ma mai quanto il gordo Monti che, da buon figlio di romagnoli, nel frattempo era tornato a Buenos Aires a vendere e rimpinzarsi di tortellini. Pozzo gli fece smaltire i chili di troppo tornando ad essere “El Verdugo”, il “boia” di centrocampo che terrorizzava con sportellate grintose i malcapitati avversari. Un lavoro sporco che esaltava la regia della fronte spaziosa dello juventino Giovanni Ferrari, che avanzava seguendo il grido di battaglia lanciato dal “Pirata” – anche lui bianconero – Luigi Bertolini, che invece giocava con la fronte bendata per ripararsi dai continui colpi di testa in cui era maestro. Animosi al debutto, il 27 maggio, gli azzurri fecero fuori gli Stati Uniti 7-1. Nella “repetita” (allora dopo il pari si ridisputava la gara) con la Spagna fu 1-0 Ma le Furie Rosse dopo il primo incontro avevano perso il leggendario portiere Zamora, messo fuori gioco per due costole fratturate, ma c’è chi giurò che preferì rientrare in Spagna indignato contro i presunti favoritismi a beneficio dell’“Italia fascista”. Nessun dubbio invece sulla clamorosa svista arbitrale dello svedese Eklind che nella semifinale tra gli azzurri e il favoritissimo Wunderteam (la “squadra delle meraviglie”), l’Austria, convalidò il gol di Guaita mentre Meazza con un colpo da lottatore stendeva il portiere Platzer. Usciva di scena anche il centravanti più forte del tempo, il “Mozart del pallone” Matthias Sindelar, che con l’Anschluss dell’Austria alla Germania nazista si rifiutò di fare il saluto nazista. Pagò con la vita nel ’39, assieme alla compagna, l’ebrea Camilla Castagnola, che da Milano l’aveva raggiunto a Vienna dopo la promulgazione delle leggi razziali del ’38: l’anno del bis mondiale degli azzurri di Pozzo in terra di Francia, con il Duce ormai all’apice che si spacciava anche per provetto pedatore. Manlio Cancogni, scrittore e grande memoria di cuoio, classe 1916, stoppa per sempre anche questa diceria: «Mussolini provò una volta a farsi ritrarre in posa da calciatore, ma era impacciatissimo».
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