lunedì 28 luglio 2014
Si chiamava Alessandro Ruffini, era di Castelfidardo. Stava marciando con la sua compagnia nei pressi di Noventa Padovana, in una cupa giornata del novembre 1917, dopo la rotta di Caporetto. Ruffini ha la sfortuna di incrociare lo sguardo di Andrea Graziani, conosciuto come "il generale delle fucilazioni". Il soldato, forse per sfida, forse per disattenzione, non si toglie la pipa dalla bocca al passaggio del superiore. Graziani non ha dubbi: è insubordinazione. E ordina l’immediata fucilazione del poveretto, che viene eseguita sul posto nonostante le proteste di alcune donne presenti. Chiamato nel 1919 a giustificare il suo gesto, Graziani non si scompone più di tanto: «Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale, valutai la necessità di dare subito un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia». Graziani non era un sadico, ma un esecutore particolarmente zelante delle direttive del capo di stato maggiore Luigi Cadorna, teorico delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni per «dare l’esempio» a un esercito ritenuto indisciplinato e imbelle. La storia dell’artigliere Ruffini – ricostruita recentemente da Cesare Alberto Loverre – è insieme paradigmatica e singolare. Paradigmatica perché riassume, nella sua stolida crudeltà, le centinaia di esecuzioni sommarie compiute nel nome della patria nella Granse Guerra. Ma anche singolare, perché di quell’artigliere sfortunato si parlò a lungo sulla stampa dell’immediato dopoguerra e ci furono interrogazioni parlamentari.Sono invece sconosciuti molti dei nomi dei soldati incappati nei rigori ferrei della giustizia sommaria: fucilazione immediata sul posto, senza processo, o decimazione. Per loro non c’è nemmeno la menzione nell’elenco dei caduti, il cosiddetto Albo d’oro. Insieme ai giustiziati dopo regolare sentenza del tribunale militare, il numero complessivo di soldati passati per le armi realmente accertato è di parecchie decine superiore al migliaio. «Abbiamo contato – spiega lo storico Marco Pluviano, che assieme alla moglie Irene Guerrini ha studiato a fondo la questione –almeno 350 morti tra fucilazioni sommarie, decimazioni e bombardamenti e mitragliamenti di truppe che si sbandavano o si ritiravano arbitrariamente. E poi c’è il buco nero di Caporetto, dove successe di tutto». Pluviano e Guerrini nel loro libro Fucilate i fanti della Catanzaro (Gaspari 2007) raccontano la triste vicenda della doppia decimazione toccata alla Brigata Catanzaro: la prima volta sull’Altipiano di Asiago; la seconda nelle retrovie del fronte carsico-isontino, dopo una vera e propria rivolta in armi contro i propri ufficiali.Dice Irene Guerrini: «La Brigata si era in molte occasioni coperta di onore. Era stanca e sfibrata. Le era stato promesso un lungo turno di riposo e invece gli ufficiali intendevano riportarla al fronte. Ma quello della Catanzaro fu l’unico atto di vera rivolta, peraltro spontanea, che conosciamo. Tutte le altre decimazioni furono attuate, per dare l’esempio, a seguito di avvenimenti molto meno gravi». Particolare atroce della decimazione è che venivano sorteggiati anche quei soldati appartenenti alle compagnie da punire che non avevano partecipato all’azione considerata delittuosa. Una vera e propria lotteria con la morte. In questi giorni a Parigi, presso l’Hôtel de Ville, c’è una bellissima mostra, curata da un comitato misto di storici e militari, che ricorda la storia dei soldati francesi fucilati. Si intitola, significativamente, "I fantasmi della Repubblica". La Francia ha fatto da tempo i conti con questa scomoda memoria, così come la Gran Bretagna. In questi Paesi sono stati inaugurati persino dei monumenti ai fucilati. L’Italia è in ritardo. Ci sono state alcune richieste di "riabilitazione" o di "restituzione dell’onore" ai fucilati, effettuati da storici o da amministratori locali.È il caso del sindaco di Forni di Sopra, Lino Anziutti, che ha chiesto la riabilitazione di quattro alpini fucilati a Cercivento nel 1916. La loro colpa? Quella, di aver indicato ai propri superiori una strada alternativa per sorprendere il nemico. Ma a livello nazionale questo capitolo doloroso non è stato veramente ancora aperto. Alberto Monticone, che assieme a Enzo Forcella è stato il primo a studiare le condanne a morte dei tribunali militari, spiega: «Credo sia giusto, come ha proposto Nicola Labanca ieri su Avvenire, che l’Italia faccia finalmente e definitivamente i conti con questa vicenda. I tempi sono maturi per riconoscere che anche questi soldati fucilati, alcuni dei quali erano degli eroi decorati, sono morti "per l’Italia"». Monticone prosegue: «La giustizia militare italiana, peraltro, fu molto più rigida di quella di altre nazioni combattenti. Solo per fare un esempio, delle 1787 condanne a morte emesse in contumacia per diserzione e passaggio al nemico, una sola risulta davvero corroborata da prove».Il professor Roberto Morozzo della Rocca, autore tra l’altro di un libro sui cappellani militari, aggiunge: «Mi ha sempre colpito che il numero delle condanne a morte italiane fu molto superiore nella Prima guerra mondiale rispetto alla Seconda. La verità è che la guerra ’15-’18 fu voluta dalla classe borghese e liberale ma non fu affatto sentita da un popolo costituito essenzialmente di contadini semianalfabeti. Nelle lettere di soldati al fronte, ce ne sono alcune dove si legge: "Ma perché combattiamo per conquistare il Carso? È una terra brulla e non coltivabile". Questo dimostra la distanza abissale che c’era tra la classe dirigente e il popolo. Molti Paesi hanno fatto il mea culpa. Credo che il minimo che dobbiamo a questi soldati fucilati sia quello di raccogliere i loro nomi e la loro storia».Il politologo Arturo Parisi è stato ministro della Difesa. Ecco la sua opinione: «Ricordare è l’unico mezzo del quale disponiamo per ricercare e riscattare quelli che la memoria ufficiale ha depositato nella parte sbagliata. Mi guarderei tuttavia da assoluzioni sommarie che seguissero oggi le condanne sommarie di ieri. Aggiungeremmo ingiustizia a ingiustizia. Ingiustizia verso chi allora ubbidì immaginando di riconoscere negli ordini che lo spingevano verso il sacrificio la voce della patria, ma ancor di più ingiustizia verso chi, vittima innocente, si trovasse ora nella assoluzione confuso ancora una volta con i colpevoli. Il nostro dovere è restituire l’onore a chi quell’onore è stato sottratto». Parisi propone una commissione «fatta di magistrati militari soprattutto per verificare quegli episodi che le condizioni del momento non consentirono di giudicare con le garanzie necessarie. Altrimenti – aggiunge – è meglio limitarsi alla indagine storica, alle ricostruzioni collettive, per aprire un varco al dubbio piuttosto che ricercare nuove certezze rovesciando il giudizio con una superficialità ingiustificata. Solo così possiamo fare della rivisitazione del loro dolore una occasione di crescita e insegnamento per il futuro».
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