giovedì 5 settembre 2019
L’attrice iraniana, in esilio Europa, alla mostra del Cinema in “Un divan à Tunis” è Selma, una donna tunisina cresciuta a Parigi che sceglie di tornare a “casa”
L'attrice iraniana Golshifteh Farahani a Venezia (Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

L'attrice iraniana Golshifteh Farahani a Venezia (Gian Mattia D'Alberto/LaPresse)

COMMENTA E CONDIVIDI

Una giovane donna tunisina cresciuta a Parigi dall’età di 10 anni dove si è laureata, torna nella sua città, Tunisi, subito dopo la caduta di Ben Alì per aprire uno studio di psicanalista. «Perché sei tornata? Tutti gli arabi vanno in Francia, qui da noi non c’è niente» le domanda un’amica. «Lassù c’è troppa concorrenza. Qui invece posso fare qualcosa di buono», replica Selma, che dovrà affrontare difficoltà e pregiudizi in quanto donna indipendente, sia da parte della famiglia sia della società. Il tema dell’emigrazione di ritorno e la questione femminile, sono al centro dell’intelligente commedia Un divan à Tunis (Arab blues) di Manèle Labidi, che passa alla Mostra di Venezia nelle “Giornate degli autori”. La pellicola, produzione franco-tunisina che in Italia verrà distribuita da Bim l’anno prossimo, tra un sorriso e una riflessione ci dà uno spaccato quotidiano della Tunisia di oggi, soprattutto della borghesia divisa fra tradizione e modernità. Nel suo studio si alternano simpatici personaggi che dapprima non si fidano di questa donna che non è sposata, non ha figli e fa uno strano mestiere, piano piano, cominciano ad aprirsi e a interrogarsi su se stessi. A dare il volto alla bella Selma e alla sua crisi di identità, è l’altrettanto bella e intelligente Golshifteh Farahani, attrice iraniana 36enne, nata col teatro, 35 film all’attivo, lanciata fra le stelle internazionali da due grosse produzioni di Ridley Scott, Nessuna veritàcon Leonardo di Caprio e Exodus- Dei e Recon Christian Bale, sino ad apparire in Pirati dei caraibi - La vendetta di Salazar. Scelte che però le sono costate l’esilio forzato dall’Iran, che voleva trattenerla in patria, e in cui da allora non lavora più.

Signora Farahani, nel film che porta a Venezia lei è una ragazza in crisi con le proprie radici. Che rapporto ha, invece, con le sue di radici?

«Non ho scelto io di andarmene dall’Iran. Sono un’attrice e non faccio politica, ma il mio è diventato involontariamente un caso politico. Ho girato un film americano, e al governo non è piaciuto: questo è tutto. Però le donne sono molto forti in Iran, in Tunisia, e negli altri Paesi intorno. I miei parenti sono ancora a Teheran, io invece dapprima ho vissuto a Parigi, ora vivo in Spagna. Quando non hai terra, devi far crescere le tue radici per aria. Come quelle di Selma che non è considerata né francese né tunisina. Il senso di spaesamento è una cosa che non si può spiegare, va vissuto. Devo accettare che non c’è casa: la casa sono io».

Si è mai sentita oppressa quando viveva in Iran?

«Io mi sono sempre sentita liberissima in Iran. L’immagine che arriva all’esterno è sbagliata. Certo, se provochi politicamente il potere, la tua vita diventa un inferno. Ma io ho sempre goduto della massima libertà a partire dalla scuola. In cosa mi sento iraniana? Mi piace avere ospiti, sono educata, mi piace cucinare e danzare. E poi le donne in Iran, Tunisia e dintorni sono le più forti di tutte. Come quelle che mostriamo nel nostro film, allegre, indipendenti, fuori dagli stereotipi».

Tornerà a lavorare nelle grandi produzioni americane?

«Io amo lavorare in ogni campo del cinema, dalle piattaforme digitali ai film indipendenti come questo, sino ai film ad alto budget. L’importante è che siano film che lascino qualcosa all’anima. A volte mi capita di vedere al cinema i filmoni della Marvel e mi chiedo: «Cosa ci faccio qui?». A me interessano i “superumani” non i “supereroi”».

Attraverso quali film lei ha cresciuto la propria educazione cinematografica?

«Il film che ha segnato per sempre la mia anima a 12 anni è stato Dead man walking con Tom Hanks, contro la pena di morte. Poi amo Kieslowski, il cinema giapponese anni 50 e 60, il cinema rumeno e brasiliano… E poi adoro Marlène Dietrich. Insomma, deve essere cinema con un senso, che racconti qualcosa di profondo sull’uomo».

Cosa farà, quindi, dopo questa delicata commedia Un divan à Tunis?

«Farò un film fantasy in Francia, dove sarò un’eroina cieca. Poi Dakka, un film di azione sulle tensioni tra Bangladesh e India per il traffico di droga per Netflix e poi girerò la mia prima serie tv. E pensare che io non le guardo».

Nel film che porta qui a Venezia si tocca anche il tema dell’emigrazione. Lei, che ormai vive in Europa, cosa pensa della crisi del nostro continente?

«Vedo che la situazione in Europa è fuori controllo e non si sa quali soluzioni trovare. Però occorre ricordare che si sta parlando di persone in cerca di un futuro e che l’emigrazione è da sempre un fatto naturale, insito nell’evoluzione umana. A volte mi domando, guardando gli immigrati, che il prezzo che pagano in Europa per la libertà è la vera miseria. Passare da un campo all’altro, aspettare anni per un permesso… E fanno tutto questo solo per una cosa: il futuro dei loro bambini. Il problema sa qual è? L’ignoranza e la paura».

Il cinema che ruolo può avere nel raccontare correttamente il fenomeno?

«Ci sono due tipi di film che raccontano la realtà dei Paesi da cui queste persone fuggono. Quelli espliciti che mostrano le guerre e i rifugiati, e quelli impliciti che mostrano la vita quotidiana, normale delle persone, puntando sul lato umano che è quello che può far cambiare idea. Un maestro in questo è il regista Abbas Kiarostami, con cui ho lavorato: ha portato l’Iran nel mondo senza fare politica, ma mostrando semplicemente la vita della gente a casa sua, cosa succede davvero nella vita delle persone e, soprattutto l’umanità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA L’iraniana, esiliata dal suo Paese per aver girato in grosse produzioni americane, in “Un divan à Tunis” interpreta Selma: una donna tunisina cresciuta a Parigi che sceglie di tornare a «casa»

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI