giovedì 23 agosto 2018
Il figlio dello scrittore John rievoca l’infanzia nella villa di famiglia nei pressi di Malibu, luogo magico e bizzarro come il genitore
John Fante (1909-1983) con il cane Rocco

John Fante (1909-1983) con il cane Rocco

Verso la fine del 1951, a un anno dalla mia nascita, John Fante era nuovamente in stato di agitazione. Il quarto figlio non l’aveva voluto e nella piccola casa del distretto di Wilshire, a Los Angeles, dove abitavamo, non c’erano stanze a sufficienza. Quindi dovevamo cambiare. Come sua abitudine, pensò fuori dagli schemi. Non cercò una nuova casa in città dove risiedeva chi lavorava nel mondo del cinema, ma guardò trenta chilometri più a nord, a Malibu. Lì trovò una proprietà con una casa ad un piano in un’area denominata Point Dume. All’epoca, erano poche le case nel quartiere, a differenza di oggi che ne comprende più di mille. Pensò che fosse perfetta per noi.

La casa a un piano era collocata su un terreno di più di quattro mila metri quadri ed era recintata da un importante muro di mattoni che avrebbe reso fiero suo padre. Ci sarebbero state stanze a sufficienza per la sua famiglia e per gli animali che avrebbe desiderato, e che furono tanti. Ben presto acquistò un grosso cartello che posizionò vicino al cancello dell’entrata sancendone la proprietà: “Rancho Fante”. Papà era molto fiero della sua nuova casa.

Eravamo tutti in effetti molto entusiasti di abitare lì, sebbene non fu facile per mia madre e i miei fratelli maggiori perché non potevano facilmente vedere i loro amici e avere accesso alle comodità della città. Il primo negozio di generi alimentari o ristorante decente si trovavano a circa 30 chilometri da casa. Era quasi come abitare sulla luna. Per questo papà cercò di rimediare alla carenza di compagnia acquistando numerosi animali, tra cui quello che fu il suo orgoglio e la sua gioia, il bull terrier bianco che chiamavamo “Rocco”. Era il principe della casa. Se guardate le fotografie di famiglia di quel periodo, Rocco è sempre accanto a mio padre con un ghigno soddisfatto sul muso. Di solito la mattina mia sorella e io ci divertivamo con i bocchettoni di aria calda, ma era possibile fino all’arrivo di Rocco che ci scansava gentilmente con il muso se aveva deciso quel giorno di preferire quel posto. Non lo mettevamo in discussione perché era il principe della casa.

Oltre ai cani e gatti, abbiamo avuto tanti altri animali: i cavalli, un asino selvatico, dei polli, delle oche, un alligatore, delle iguane, dei porcellini d’India, dei criceti, delle tartarughe, dei falchi, un pappagallo e dei pappagallini. Ma gli animali non erano abbastanza. Papà decise che ci serviva una piscina. Sebbene vivessimo a due passi da una delle spiagge private più belle del mondo, dovevamo avere una piscina. Ma con una particolarità. Papà la voleva nel giardino davanti casa. Ora, se prendiamo una foto aerea di tutte le case con piscina presenti nella zona di Los Angeles difficilmente ne troviamo una con la piscina sul davanti. Noi invece ce l’avevamo, anche se la casa era posizionata vicina alla strada con quasi tutto il terreno dietro.

Alla piscina seguirono un tavolo da bigliardo fatto su misura, una pista da pattinaggio a ferro di cavallo, un campo da pallacanestro e, tra gli altri, molti giochi di carte, scacchi, dame, scarabeo. C’era anche una biblioteca che includeva libri importanti, con sezioni dedicate ai classici di Knut Hamsun e Sherwood Anderson. Leggevamo tutti, ci divertivamo a giocare insieme, e soprattutto restavamo a casa, a meno che non fossimo a scuola o in chiesa.

Tutto questo incise sul mio modo di essere per il resto della mia vita. Avevo undici mesi quando ci trasferimmo a Malibu e interagii con poche altre persone al di fuori dei membri della mia famiglia. Questo fino a quando non iniziai ad andare a scuola. In effetti, quando entrai alla scuola materna, non parlavo. Mi rifiutavo di farlo. “Per fare cosa?”, pensavo. Gli insegnanti si preoccuparono e chiesero di incontrare più volte mia madre. Alla seconda elementare, al parco giochi della scuola, finalmente pronunciai, seppur malvolentieri, le mie prime parole. Avevo fatto la mia concessione alla civiltà. In questi primi anni stavamo molto bene a Malibu. Mamma, papà, Nick, Dan, Vickie, io e il nostro regno animale residente.

Il più delle volte papà lavorava a una sceneggiatura fuori casa, in uno studio hollywoodiano o nel suo ufficio a Santa Monica. Mamma era sempre in macchina che ci accompagnava dagli amici che abitavano lontano oppure li portava da noi. Sebbene fossimo una famiglia, noi figli non uscivamo insieme. Eravamo quattro tipi molto diversi. Ognuno prese la propria strada da subito. Con l’arrivo degli anni Sessanta e Settanta la nostra famiglia fu messa sotto assedio. Ai problemi dei figli, si alternavano quelli della carriera in declino di mio padre, delle sue difficoltà economiche, e più tardi, dei suoi terribili problemi di salute scatenati dal diabete in stato avanzato.

Noi figli, da adulti, tornammo a vivere a casa più di una volta, in quel luogo senza tempo dove trovare un po’ di pace. Papà e mamma ci accolsero sempre a braccia aperte, malgrado i loro problemi economici e di salute, per qualsiasi nostra richiesta. Il Rancho Fante non fu solo fantastico nei suoi primi anni, ma divenne un nostro santuario, un posto dove rifugiarsi dagli imprevisti del mondo esterno. La casa fu di nostra proprietà dal 1951 fino a dopo la morte di mia madre, nel 2005. Non subì nessun cambiamento, oltre alla piscina e a qualche aggiustamento del giardino. Era la casa di famiglia, il Rancho Fante, il nostro tesoro.

Nel frattempo Point Dume divenne la residenza di molte celebrità internazionali con case molto più grandi e più ricercate della nostra. In mezzo a queste c’era l’immutato Rancho Fante. Superbo e un po’ insolente, era lì con la sua piscina sul davanti e l’enorme albero di John Fante, l’Uccello del Paradiso, che spiccava dal marciapiede di fronte.

Da allora, la casa ha avuto diversi proprietari. Il primo ne capì lo spirito e cambiò molto poco. Nel 2016, credo, l’ultimo proprietario l’acquistò per raderla al suolo. La casa, il muro di mattoni, gli alberi, la piscina, tutto. Oggi al suo posto c’è una nuova e imponente casa dallo stile moderno, con una piscina sul retro del giardino. L’ho vista per la prima volta di recente. Ho parcheggiato la macchina e mi sono fatto un giro per guardarla con attenzione. I miei occhi si sono riempiti di lacrime quando ho realizzato che nulla è rimasto del Rancho Fante.

Ciò nonostante ho capito che il nostro santuario rimarrà per sempre in noi, nella mente e nell’anima di noi sei. Il Rancho Fante è lì per sempre, e nessuna forza terrena potrà mai portarla via.

Il festival a Torricella Peligna

Dal 24 al 26 agosto nel bel borgo appenninico di Torricella Peligna (Chieti), paese di origine dei genitori dello scrittore e sceneggiatore americano, si tiene la XII edizione del “John Fante Festival. Il dio di mio padre”. La rassegna diretta da Giovanna Di Lello è organizzata dal piccolo comune abruzzese in cui ormai un po’ tutto parla di John Fante, il genius loci che ogni anno porta a Torricella Peligna migliaia di visitatori e lettori forti di questo straordinario autore che merita di essere conosciuto, soprattutto dalle nuove generazioni. Quest’anno il tema del Festival è incentrato sull’80° anniversario dalla pubblicazione di uno dei capolavori di John Fante, il romanzo d’esordio Aspetta Primavera, Bandini. Tanti gli ospiti presenti a questa edizione a partire dai figli del romanziere Jim (di cui anticipiamo qui l’intervento) e Victoria Fante, Frank Sponitz, Eraldo Affinati, Umberto Galimberti, Ernesto Assante, Francesco Durante, Luca Briasco, Toni Ricciardi, Fabio Stassi, Alessio Romano, Tatjana Rojc e Antonio Buonanno. Il programma completo del Festival si può consultare sul sito www.johnfante.org.


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