sabato 21 marzo 2015
Non basta trasmettere per comunicare, così come non basta stabilire un contatto con l’altro per riuscire a comunicare con lui; di conseguenza ci può essere un intenso ed efficace trasferimento di segni, messaggi, immagini, ecc., senza che per questo ci sia un solo atto comunicativo, così come ci può essere un continuo parlare all’altro senza che per questo ci sia un solo istante di dialogo con lui. Si può parlare senza comunicare, così come si può conversare senza dialogare; da qui le mistificazioni in questione: confondere uno scambio di messaggi con una comunicazione, interpretare un mero contatto come un segno di dialogo. Una conferma di queste banali verità viene proprio dall’attuale situazione “comunicativa”. Oggi sembra che tutti vogliano parlare, continuamente parlare, come se desiderassero ardentemente entrare in contatto con l’altro, ma non perché si sia interessati all’altro, o al contenuto che si afferma di volergli comunicare, quanto piuttosto perché si è interessati a sé, trionfo di quella funzione fàtica che si esprime con insistenza in quel detto che in verità è la negazione stessa di ogni autentico dire; tale detto, come un mantra, non si stanca di ripetere «eccomi, sono io, ci sono, esisto, seguimi, guardami, non distrarti, non perdermi di vista, non interrompere il contatto con me, sono qui, ora vado lì, tra un po’ sarò lì, poi mi troverai là ecc.». Si parla all’altro, con voracità gli si inviano continui sms che parlano di questo e di quest’altro, a volte persino di lui, ci si rivolge a lui parlando di lui, ma proprio nel far questo in verità non si smette un istante di parlare di sé, non si dà tregua all’altro per parlare di sé. A differenza di quanto accade nel Paese delle meraviglie, dove a parere di Ch. Perelman e L. Olbrechts-Tyteca «non si sa perché mai qualcuno dovrebbe rivolgersi a qualcun altro», nel mondo digitale, in cui non a caso alcuni sono certi di riconoscere il vero paese delle meraviglie, la ragione per non esitare un istante a entrare in contatto con l’altro esiste ed è fin troppo chiara: si tratta di un incontenibile desiderio di segnalare la propria presenza, di essere riconosciuti nella propria identità, di continuare a ripetere all’altro e a tutti gli altri: «non dimenticatevi che io esisto ». Non «penso, dunque sono» ma «parlo, dunque sono», o meglio ancora: «parlo, dunque sono proprio perché sono io che ti parlo», dove il “ti” è in verità uno strumento nelle mani dell’“io”. In particolare è l’uso del cellulare a confermare questa analisi: tutti parlano con tutti, continuamente ognuno scambia con gli altri innumerevoli messaggi ma all’interno di un simile “messaggiare”, che non raramente assume la forma di un’autentica compulsione (non ci si riesce a fermare neppure mentre si cammina, si mangia, si guida, si assiste a uno spettacolo o a una celebrazione religiosa e così via), la cosiddetta “comunicazione” finisce per trasformarsi in quella circostanza nella quale l’altro e i supposti contenuti che gli si trasmettono si rivelano essere puri pretesti per l’affer-mazione ed il godimento dell’io: «Non ho propriamente nulla da dire, ma desidero ardentemente dirlo, ed è precisamente con questo mio dire, quello che si rivolge all’altro che tu sei, che io ti istituisco come colui che mi autorizza a dirlo». E così, per esempio, si chiede all’altro “Come stai?” ma solo per potergli dire a propria volta come si sta, e non raramente capita di non attendere neppure che l’altro, credendo ingenuamente nella verità del tuo interessamento, accenni a rispondere per sentirsi autorizzati a informarlo subito e con dovizia di particolari sul “proprio” stato di salute. Fingere di informarsi sull’altro è dunque lo scotto che si deve pagare per poter parlare, finalmente, di sé e solo di sé. In tal senso è come se l’“ipercomunicazione digitale”, proprio perché “iper”, avesse finito per banalizzare l’atto stesso del comunicare.  La potenza e l’efficacia della tecnica digitale, infatti, hanno certamente aiutato gli uomini nei loro scambi informativi, ma al tempo stesso sono anche riuscite a offuscare, fino a renderlo quasi impercepibile, quel dramma della parola che tuttavia, e per fortuna, sempre di nuovo riemerge all’interno di certi luoghi che non cessano di proteggerne la verità ultima: per esempio, la preghiera, il discorso amoroso, la poesia, la letteratura.  In effetti fidandosi di internet, ci si può dimenticare di che cosa sia uno “scrittore” accontentandosi di riuscire ad essere un prolifico, in verità fin troppo, “scrivente”, così come ci si può dimenticare di che cosa sia un “lettore” accontentandosi di saper navigare tra le informazioni consumandole con voracità, e anche ci si può dimenticare di quanto sia difficile e drammatico “comunicare” con l’altro accontentandosi di riuscire in ogni istante a “messaggiare” con lui. Non si deve criminalizzare la rete e il digitale ma neppure si può sorvolare sulle illusioni, sulle allucinazioni e sui fantasmi che, a dispetto di ogni buona volontà individuale, con insistenza continuano a coagularsi attorno ad essa. Da questo punto di vista tutto il digitale è come un pharmakon (Platone), un rimedio che in ogni istante rischia di rivelarsi un veleno. Contro una tale rischio la (grande/ vera) letteratura insiste nel voler rendere testimonianza alla drammaticità dell’esperienza umana e così facendo essa riconduce ogni volta il soggetto di fronte alle profondità del reale stesso. Per questo il suo magnifico segno è insostituibile.
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