venerdì 12 maggio 2017
Nel maggio 1917 la strage di monaci e pellegrini copti perpetrata dal generale Maletti su ordine di Graziani. Ora è tempo di fare ammenda. Parlano Andrea Riccardi e Antonello Carvigiani
Una rarissima immagine che documenta l'eccidio di Debre Libanos (Tv2000)

Una rarissima immagine che documenta l'eccidio di Debre Libanos (Tv2000)

«Liquidazione completa». Così il generale Pietro Maletti comunicò via telegramma al viceré Rodolfo Graziani la conclusione di una delle pagine più buie della storia italiana, il massacro di un numero enorme - le stime oscillano tra 1.400 e 3.000 vittime - di monaci e pellegrini etiopi a Debre Libanos. Esattamente 80 anni fa, nei giorni tra il 19 e il 24 maggio 1937. Una pagina rimossa, di cui c’era traccia quasi esclusivamente in libri specialistici, riportata alla coscienza l’anno scorso da Tv2000 in un documentario di Antonello Carvigiani, che aveva anche firmato una pagina su "Avvenire".

«Serve ricordare il massacro dei monaci etiopi con gesti concreti», è stato l’appello lanciato da Andrea Riccardi il 7 marzo scorso dalle colonne del "Corriere della Sera". Un appello che lo storico e fondatore di Sant’Egidio rilancia ora a ridosso dell’anniversario: «Debre Libanos rappresenta una realtà dolorosissima, ma anche il simbolo di una violenza inaudita da parte dell’Italia fascista, di fronte a una Chiesa cattolica silenziosa nei confronti del messaggio di disprezzo che veniva lanciato verso il cristianesimo etiope. Naturalmente le responsabilità sono molto diverse. Io credo che ci sia una responsabilità delle forze armate italiane: l’ordine del viceré Graziani e l’esecuzione del generale Maletti e dei suoi sottoposti. Ho parlato di questo col ministro Pinotti, che è interessata ad approfondire il discorso e a non lasciar cadere la responsabilità italiana in proposito. Ma è significativo che nessuna personalità italiana abbia sentito la necessità di portare nemmeno una corona di fiori a Debre Libanos in tanti e tanti viaggi effettuati in Etiopia nella storia repubblicana. Questo è il momento in cui fare riemergere la memoria di questo fatto terribile».

Ma Riccardi amplia l’appello. Perché se il fatto si inserisce nel contesto delle rappresaglie seguite all’attentato a Graziani del febbraio 1937 (come quella gigantesca messa in atto ad Addis Abeba, per la quale le stime più basse parlano di 3.000 morti), il massacro di Debre Libanos per lo storico si differenzia dalle altre stragi nella storia dell’Italia coloniale: «Io credo che gli storici abbiano mostrato il grado di collaborazione nella mobilitazione della Chiesa cattolica con l’"impresa" di Etiopia. La Chiesa ha vissuto durante la guerra il massimo d’identificazione col regime, benedicendo la sua azione bellica. Il cattolicesimo italiano non si limitò a tacere. Ci fu un disprezzo aggressivo nei confronti della Chiesa etiope. Fu l’atteggiamento della maggioranza dei vescovi, dei responsabili della Chiesa italiana. Ci sono molte manifestazioni, prime fra tutte le parole del cardinale Schuster sul fatto che i soldati portavano la croce in Africa. Sono stato criticato per averlo ricordato, ma le parole sono sue. Tutto questo, secondo me, tolse l’ultima remora ai soldati italiani che davvero in questo caso non si rivelarono "brava gente". Non fu questo, invece, l’atteggiamento di Pio XI, il quale non condivideva l’euforia italocattofascista di quell’"impresa". Ai cristiani etiopi non è stata riconosciuta la qualità di cristiani, e nemmeno forse quella di uomini, ma di sottouomini».

«Ho pensato queste cose – prosegue Riccardi – anche sabato 22 aprile scorso, quando ho visto il papa raccolto in preghiera in San Bartolomeo, davanti all’icona dei nuovi martiri, in cui trovano posto anche i monaci di Debre Libanos. Penso che questo disprezzo per la Chiesa etiopica, considerata come un ammasso di superstizioni, questo silenzio nei confronti della violenza fascista e di Graziani contro figure religiose, siano molto significativi. Credo che da parte della Chiesa italiana ci debba essere la necessità di allontanare in modo chiaro quelle parole e quegli atteggiamenti. È importante dire oggi che viviamo un sentimento di amore e rispetto per il grande cristianesimo etiopico».

Debre Libanos, il documentario mandato in onda da Tv2000 il 21 maggio di un anno fa, aveva ricostruito integralmente la tragedia con testimonianze e documenti inediti. Oltre al merito di sollevare il dibattito a livello di opinione pubblica, ha ottenuto anche il risultato di convincere il comune di Castiglione delle Stiviere (Mantova) a cancellare l’intitolazione di una via al generale Maletti, che lì era nato. Ma ha anche riattivato processi di dialogo nella terra del massacro: «In Etiopia i fatti di Debre Libanos sono una ferita ancora aperta, non solo tra etiopi e italiani ma anche tra Chiese locali, quella ortodossa e quella cattolica», racconta Antonello Carvigiani. «Il docufilm ha riacceso e rilanciato il cammino ecumenico. Le riprese sono state organizzate grazie al cardinale di Addis Abeba Berhaneyesus Souraphiel. Il suo rappresentante padre Petros Berga, che è stato nostro supporto, ci ha messo in contatto con la Chiesa ortodossa etiope, riaprendo un canale di comunicazione tra le due Chiese. Un riavvicinamento sottolineato anche dagli ortodossi tramite la voce di padre Daniel Feleke, portavoce del Patriarca, in occasione di una proiezione del docufilm in Vaticano, il 2 dicembre scorso». Un fatto non scontato: «In entrambe le Chiese alcuni settori erano reticenti, altri ci spingevano ad andare avanti. Raccontare tocca equilibri molto delicati. In Etiopia si avverte sensibilmente la realtà che l’Italia non abbia mai chiesto scusa. Ma non c’è astio né risentimento, quanto piuttosto un dolore sopito. Alcuni sostengono la necessità di onorare i morti e allo stesso tempo di guardare avanti, anche nel silenzio, nella coscienza che oggi quello che conta è collaborare con gli italiani. Ma per altri, e il nostro lavoro sembra dare loro ragione, la pacificazione passa per il racconto e la memoria».

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