venerdì 27 luglio 2018
Dalla Nazionale di football americano a recordman paralimpico nei pesi: la rinascita e le imprese del campione piacentino che nel 1992 perse l'uso delle gambe mentre faceva volontariato in Africa
Norberto De Angelis mentre attraversa la Tanzania con la sua handbike

Norberto De Angelis mentre attraversa la Tanzania con la sua handbike

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Lo chiamano «Norberto il guerriero». E non ci vuole molto a immaginare la sua forza non appena gli stringi la mano e ti accorgi dei suoi bicipiti da “Braccio di Ferro”. Ma Norberto De Angelis, è innanzitutto un Maciste nell’animo. Un gigante oggi di 54 anni, nato a Piacenza ma cresciuto a Parma, capace di risollevarsi più volte di fronte ai duri imprevisti della vita. Perché tenacia ne ha da vendere oltre a una sana dose di follia che spiegano le sue “mattane”, come definisce le sue incredibili imprese. Sotto però la corazza di muscoli si nasconde un uomo con le debolezze di tutti che nella sua fulminante schiettezza confessa: «Qualche giorno fa ho visto in tv una persona che correva in spiaggia per sfogare la sua felicità. E sono scoppiato a piangere per la frustrazione, visto che mi manca un’esperienza del genere».

Norberto ha perso l’uso delle gambe da ormai ventisei anni, da quando, mentre si trovava in Africa per volontariato, un terribile incidente stradale l’ha costretto su una sedia a rotelle. Ma siccome non è tipo da piangersi addosso, di colpo riannoda il filo dei ricordi in mezzo alle foto che spiccano nella casa dei genitori. «Ho iniziato a fare sport frequentando la palestra della mia scuola. In quegli anni c’erano alcuni ragazzi americani che studiavano veterinaria a Parma. Fu grazie a loro che decidemmo di creare una squadra di football americano. Era il 1981, nacquero così i Panthers Parma di cui sono tra i fondatori. Fu un vero successo: ai primi allenamenti eravamo quasi cento. Eppure ci allenavamo in un vecchio campetto fatiscente del rugby, senza ancora i caschi e le attrezzature da gioco. E senza docce in pieno inverno: tornavamo a casa ricoperti di fango». Erano gli anni d’oro del football americano in Italia, spinto dalla neonata tv commerciale. In qualche modo contribuì anche il fortunato film di Bud Spencer Lo chiamavano Bulldozer che reclutò i primi giocatori italiani di allora. «Il mito americano con il culto della fisicità faceva presa sui giovani. E poi essendo uno sport televisivo, con le pause create apposta per lanciare gli spot, fu un vero boom. La federazione arrivò anche a diecimila tesserati ». Uno sport però spesso sotto accusa per i continui traumi: «Ma allora è pericoloso anche l’automobilismo. Io trovo che, come tutti gli sport di contatto, sia molto educativo. E oggi che giro nelle scuole per conto del comitato paralimpico lo raccomando perché aiuta a rispettare le regole e crea grande comunione fuori dal campo».

De Angelis fu protagonista di quella Nazionale che nel 1987 vinse gli Europei e siglò anche il record di placcaggi: «Un ricordo bellissimo, un gruppo molto unito. Fu l’ultimo successo dell’Italia, poi per il movimento cominciò un lento declino e oggi ha perso tanti tesserati e segue logiche che non mi appartengono. Sebbene il football mi abbia dato tanto non mi riconosco più. Presto decisi anche di non vestire più la maglia azzurra: non mi piaceva come venivano trattate le nuove leve, non mi divertivo più. Continuai a giocare solo nei club, a Bolzano, ma senza stipendio: volevo giocare per passione e non per soldi». La carriera però subì un brusco stop nel 1992: «Andai in Africa per fare volontariato e mi ri- svegliai due mesi dopo in un letto d’ospedale a Parma. Durante un trasferimento in Tanzania, il fuoristrada sul quale viaggiavo prese una buca e fui l’unico dell’equipaggio a balzare fuori dalla macchina. Non ricordo nulla me lo raccontarono dopo. So soltanto che entrai in coma e al risveglio realizzai che non potevo più muovere le gambe». Fu l’inizio di un’altra vita: «Mi ci volle almeno un anno per prenderne coscienza. Come se un interruttore avesse spento tutto. Avevo spesso attacchi di depressione. A volte mi balenava anche l’idea di farla finita. Però poi pensai: non ho scelto di venire al mondo, non può essere una scelta mia andarmene». Nel 2005 una nuova svolta: «Ho scoperto il fascino dell’handbike, la bicicletta che si pedala con le braccia. Mi ha conquistato subito per la possibilità di vede- re i paesaggi senza l’obbligo di prendere la macchina».

Due anni dopo però un’altra brutta tegola: «Mi avevano riscontrato un tumore maligno. Sono stato operato a Milano e per fortuna sono riusciti ad asportarlo. Allora mi son detto che era arrivato il tempo di fare qualcosa di “esagerato”: percorrere con l’handbike tutta la Route 66 negli Stati Uniti. Mi aveva ispirato il film Forrest Gump col protagonista che attraversa l’America di corsa. Un anno e mezzo per mettere a punto il programma. Costava tanto, ma non avevo dubbi: se c’è gente che fa debiti per acquistare una macchina io lo farò per pagarmi un sogno». Un’impresa mai realizzata da nessuno: «Sono partito il 25 aprile del 2009 da Chicago sono arrivato il 16 luglio a Santa Monica: 3798 chilometri in ottanta giorni». Una sfida ad alta tensione: «In Oklahoma ho fatto i conti con un tornado che aveva fatto dei morti, nel deserto del Mojave c’erano 53 gradi di giorno, nelle radure indiani i cani che ti aggredivano…». Ma al ritorno c’erano ancora altri obiettivi: «Ero ritornato in palestra per cimentarmi con la pesistica paralimpica: ho lanciato io questa disciplina a Parma, prima qui non esisteva. Nel 2012 ho vinto il titolo italiano e tuttora detengo il record di sollevamento: 146 kg». All’orizzonte però non ci sono le Paralimpiadi: «Non ho più l’età e poi ho capito col tempo che lo sport non è una medaglia. La mia missione è un’altra». Ecco allora realizzato un altro obiettivo: «Sono tornato in Tanzania per attraversarla tutta in handbike. Volevo incontrare soprattutto i disabili che in Africa sono i più poveri dei poveri e vengono emarginati. Ho percorso 800 chilometri per far conoscere a tutti la mia esperienza e la mia filosofia: “L’importante non è evitare il temporale, ma imparare a ballarci dentro”. I Masai mi hanno definito un “guerriero” e mi hanno regalato una loro lancia: “Tu ci hai insegnato a combattere nella vita con questa lancia potrai continuare a farlo”».

I sogni di Norberto però non sono finiti: «Non sono credente, ma il mio grande desiderio è incontrare papa Francesco, anche solo per pochi minuti». E chissà se un giorno la sua storia confluirà in un film: «Ne sarei contento soprattutto se fosse utile per gli altri. Un apologo dice che un ragazzino va sulla spiaggia dopo una mareggiata e trova un’invasione di stelle marine. Va per prenderne una che stava morendo, ma un vecchio gli fa: “Cosa stai facendo? La spiaggia è piena. Non le puoi mica salvare tutte”. E lui risponde: “Tutte no, però salvo la vita a questa”. Ecco, se tutto quello che faccio sarà di stimolo anche solo a una persona, allora sarò davvero felice».

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