giovedì 27 aprile 2017
Il cantante partenopeo, nato in una famiglia di teatranti, presenterà il concertone del Primo maggio. Dopo Sanremo continua a dividersi tra le scene e la musica.
Clementino: è un «cantattore» il rapper del Vesuvio
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Lo chiamano Iena, un nome che fa tanto gangsta rap, ma lui preferisce il soprannome che gli davano da ragazzino: Troisi. Perché a Clementino, al secolo Clemente Maccaro da Cimitile, paesino vicino a Nola (Napoli), recitare è sempre piaciuto. Tanto da misurarsi col grande attore qualche anno fa portando in teatro Che ora è, versione del film di Ettore Scola con il grande Massimo, diretto per la scena da Pino Quartullo. E adesso, dopo avere cantato i Ragazzi fuori della sua Campania al Festival di Sanremo, Clementino ha deciso per il lancio del nuovo album Vulcano di indossare proprio i panni di Troisi versione “rinascimentale”.

Si tratta dello spassosissimo video che accompagna l’ironico singolo Tutti scienziati che ripercorre passo passo il film Non ci resta che piangere. Clementino si aggira buffissimo nella Toscana del 1400 insieme al comico Andrea Panciroli nel video diretto da Mauro Russo.

«Mi è venuta una voglia di fare cinema, guagliò, magari un film comico alla Jim Carrey». Ride con voce sonora Clementino, che ha dalla sua una simpatia innata. «Sono tutto fuori che il rapper arrabbiato. Eppure dovrei essere il più arrabbiato di tutti – spiega –. Io abito al centro della “terra dei fuochi”, fuori da casa mia c’è l’immondizia. Io sono radioattivo, attivo in radio e radioattivo per quello che ho dentro». Eterno ottimista, il “black Pulcinella” ha intitolato il suo album Vulcano come il Vesuvio. «Io sono un vulcano, a cena con gli amici faccio le imitazioni, dico le barzellette, sa ho fatto 13 anni di villaggi turistici» spiega il “cantattore” che il 1° maggio a Roma sarà anche presentatore (con Camila Raznovich) del Concertone del 1° maggio a piazza san Giovanni.

Ma prima viene il teatro. E la passione per la recitazione inizia da piccolissimo. «Da bambini con mio fratello Pietro facevamo dei piccoli con film. Prendevamo la telecamera e andavamo in campagna vestiti da primitivi». In questo fondamentale è stata l’influenza dei genitori, Salvatore Maccaro e Tina Spampanato che hanno fondato nel 1973 la compagnia Il Dialogo di Nola, che recita De Filippo, Scarpetta ma anche sacre rappresenta- zioni, mentre la sorella Milly è soprano e canta in chiesa. Clementino è orgoglioso dei suoi tre anni studio di teatro all’Università popolare dello spettacolo di Napoli. «Ne sono uscito con 110 – aggiunge il rapper –. Ho recitato un po’ di Cechov, Shakespeare, Rostand. Poi ho provato ad andare a fare l’attore a Roma. Partecipavo ai provini, ogni tanto facevo la comparsa in fiction come Distretto di Polizia. Entravo, facevo una battuta, mi davano 100 euro e me ne tornavo a casa. E finiva lì. E così il rap, che era una passione, ha invece preso il sopravvento». Ma neanche ora che è famoso il cinema si accorge delle sue potenzialità. «Il problema è che mi vedono sempre come Clementino e quindi ho recitato me stesso in Zeta di Cosimo Alemà e in Toppo napoletano di Siani».

Al cinema ha dedicato anche un brano nel suo ultimo album, Paolo Sorrentino. «Ho trovato un cofanetto con i film del regista: li ho visti tutti uno dietro l’altro, da L’uomo in più a Il divo, La grande bellezza fino a This must be the place ». E così l’idea di mettere in musica tutte le frasi più significative dei suoi film. Morale: Paolo Sorrentino gli ha telefonato contento e gli ha fatto promettere di incontrarsi a Roma. E se gli offrisse un ruolo? «Magari, ma forse non sono portato per il cinema – aggiunge schernendosi – Intanto faccio il rap».

E il suo rap, anche in Vulcano, continua a raccontare la società difficile che lo circonda, mescolando dialetto e italiano, su sonorità anni 90, sound napoletano e tarantella, con testi che tornano ad essere duri come in Spartanapoli sull’orgoglio ferito della sua città o aprono spiragli riflessivi come Deserto, storia di un migrante che fugge dalla guerra insieme alla figlia. «Racconto le cose che vedo e che leggo, storie di strada. La parola rap vuol dire verità. Una parolaccia ogni tanto ci sta, ma io vengo dalle gare di freestyle fra rapper nei centri sociali: se sentivi cosa ci dicevamo ai tempi, ora sono diventato Topo Gigio».

Ride intanto seduto in carrozzella accanto a lui Tyrone Nigretti, rapper disabile autore del libro verità Fattore H, suo amico. Perché, a dirla tutta, Clementino ha cuore e si fa perdonare pure alcuni brani meno riusciti a favore della cannabis. D’altronde lui, come racconta nell’autobiografia La profezia di Clementino, ha dovuto affrontare la tentazione della cocaina, una storia passata. «Quando canto nei miei brani la speranza, parlo anche di me stesso – aggiunge –. A tutto c’è una soluzione, ma se le istituzioni non ti aiutano, reagire è difficile. Il consiglio che do ai giovani è quello di rialzarsi sempre. Ho avuto momenti di enorme difficoltà, ma certe cose prima o poi bisogna sconfiggerle. Sono convinto che la vera serenità arriva quando arrivano i figli: allora, basta sciocchezze».

E Clementino per i bambini si spende, eccome. «Sono presidente onorario della squadra di calcio di bambini Iena Soccer Academy, con le nostre partite regaliamo defibrillatori, poi sul mio sito ho lo spazio Il corriere della Iena, dove pubblico i video dei nuovi rapper della mia zona». Per aiutare tanti ragazzi come lui. «Se un ragazzo non ha una passione o un lavoro, viene assuefatto dalla noia e qualche stupidaggine la fa. A Cimitile, quando esci di casa che trovi? Non ci sta un teatro, non si fanno corsi, non ci sono scuole di ballo, non si fa sport. Finisce che uno si droga. Dalle mie parti sono tantissimi i ragazzi morti per eroina, peggio che a Napoli. Per queste terre bisogna fare di più».

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