venerdì 9 novembre 2018
Il grande scrittore francese racconta il suo viaggio a Gerusalemme all'inizio dell'Ottocento. Un reportage da cui emerge che cristiani, ebrei e pellegrini erano vessati dagli Ottomani
François-René de Chateaubriand nel ritratto di Roussy-Trioson (1810, particolare)

François-René de Chateaubriand nel ritratto di Roussy-Trioson (1810, particolare)

Le parole più intense, insieme soavi e drammatiche, sono riservate alla sorte dei pellegrini e dei francescani che vivono in Terra Santa: così il grande scrittore François-René de Chateaubriand, ispiratore del Romanticismo francese, racconta il suo resoconto della visita compiuta nel 1806 nei luoghi in cui ha vissuto Gesù. «Di quali pellegrini si tratta? – si chiede –. Non di quelli latini, perché non ce ne sono più. Probabilmente, nel secolo scorso, i padri di San Salvatore hanno visto sì e no duecento viaggiatori cattolici, compresi i religiosi dei loro ordini e i missionari mandati nel Levante. Poiché le ricchezze di cui si dice trabocchi il Santo Sepolcro non vengono portate a Gerusalemme dai pellegrini cattolici, lo sono forse dai pellegrini ebrei, greci e armeni? La spesa più ingente per i pellegrini consiste in dazi che sono costretti a pagare ai turchi e agli arabi, sia per l’ingresso ai luoghi santi, sia per il 'caffari', o permesso di passaggio». Ma anche i frati francescani, allora guardiani della tomba di Gesù, sono costretti continuamente a subire vessazioni da parte degli ottomani, da secoli dominatori della Terra Santa.

«Gli sfortunati padri – racconta lo scrittore – sono impegnati a difendersi, giorno dopo giorno, da offese e prepotenze di ogni genere. Devono chiedere il permesso di mangiare, di seppellire i loro morti». Il dispotismo orientale li perseguita in mille modi, eppure essi custodiscono 'con invincibile costanza' la tomba di Gesù. Solo l’intervento sporadico delle potenze straniere, di qualche ambasciatore di passaggio, permette loro di interrompere i maltrattamenti almeno per alcuni giorni o settimane». Come detto, Chateaubriand, conosciuto soprattutto per due opere eccelse, Genio del cristianesimo e Memorie d’oltretomba, è stato anche un uomo politico ricoprendo la carica di ministro degli esteri sotto Luigi XVIII. Nato nel 1768 e morto nel 1848, ha avuto quasi sempre posizioni legittimiste tranne una parentesi più vicina al liberalismo negli ultimi anni della sua vita.

Ora le Edizioni Terra Santa pubblicano il suo Viaggio a Gerusalemme (pagine 288, euro 16), che costituisce una parte dell’Itinerario da Parigi a Gerusalemme, libro che uscì nel 1811 e che descrive il suo viaggio prima in Italia e Grecia e poi nei Luoghi santi. Egli voleva così esprimere il suo amore per la classicità e per il cristianesimo, considerati le fonti della civiltà europea. Ed ebbe occasione di visitare la basilica del Santo Sepolcro poco prima dell’incendio che l’avrebbe devastata nel 1808, deturpandone per sempre la fisionomia. «Si deve percorrere – si legge nel diario – la Terra Santa con la Bibbia e il Vangelo in mano. Se il no- stro obiettivo è portarvi liti e dispute, allora non vale la pena di andare a cercare la Giudea così lontano. Cosa diremmo di un uomo che, attraversando la Grecia e l’Italia, avesse come unico scopo quello di contraddire Omero e Virgilio? ».

Impressionante anche se pacata la descrizione della sua sosta dinanzi alla tomba di Cristo: «Sono rimasto per quasi mezz’ora nella stanzina del Santo Sepolcro, gli occhi fissi sulla pietra, senza riuscire a staccarli da lì. Uno dei due monaci che mi accompagnavano si è prostrato accanto a me, la fronte appoggiata al marmo; l’altro, Vangelo alla mano, mi leggeva alla luce delle lampade i passaggi relativi alla santa tomba. Alla vista di quel sepolcro trionfale ho percepito solo la mia debolezza». Chateaubriand si era emozionato dinanzi ai monumenti dell’antica Grecia ed aveva ammirato la loro grandiosità, ma ora non riesce a nascondere la sua commozione: nessun altro luogo al mondo suscita così fortemente la devozione e il raccoglimento.

La triste sorte dei cristiani che vi abitano, che si sentono abbandonati dagli europei, è accomunata a quella degli ebrei, che vivono separati dagli altri abitanti, in condizioni di povertà estrema, «oggetto del disprezzo generale», vittime delle angherie dei turchi: «I persiani, i greci, i romani sono scomparsi dalla faccia della terra, e un piccolo popolo, le cui origini precedono quelle di tali grandi popoli, sopravvive ancora senza mescolarsi agli altri, fra le rovine della sua patria». Certamente, l’esposizione di Chateaubriand risente della situazione dell’epoca. Il dominio ottomano è crollato e oggi tutto è diverso. La sua testimonianza è un invito ai cristiani di oggi a non dimenticare la Terra Santa. E resta il rimpianto per l’abbandono che per secoli ha subito il Santo Sepolcro: «Un tempo la cristianità intera sarebbe accorsa per restaurare questo monumento sacro, oggi non ci pensa nessuno, e la minima offerta utilizzata per quest’opera meritoria parrebbe frutto di una ridicola superstizione».

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