mercoledì 22 ottobre 2014
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Una favola senza tempo che parla d’amore, speranza e fede. Fede incondizionata in Dio, in qualunque modo Egli si manifesti. E speranza nel genere umano, capace di grandi slanci e inaspettata generosità. Presentato nella sezione per ragazzi Alice nella città al Festival di Roma, Ghadi, diretto dal libanese Amin Dora alla sua opera prima per il grande schermo, è stata una boccata d’ossigeno per il pubblico del paese di origine, abituato per lo più a drammatici racconti sula guerra civile. Era tempo di voltare pagina, hanno fatto notare molti critici libanesi, e di offrire al pubblico messaggi positivi, vitali, coniugati a un linguaggio cinematografico fresco e capace di dialogare con gli spettatori, che infatti hanno decretato il successo del film con al loro massiccia affluenza nelle sale. Ambientata nel villaggio cristiano di Batroum, nel nord del Libano, dove la metà degli uomini risponde al nome del santo patrono, Elias, quella di Ghadi, scritto e interpretato da Georges Khabbaz, è una storia davvero singolare che vede protagonista un bambino affetto da sindrome di Down, terzo figlio di un gentile maestro di musica, Leba, inizialmente terrorizzato all’idea di allevare il piccolo, poi conquistato dalla dolcezza di quella creatura che tanta gioia ha portato in famiglia. Il problema è che il bambino ama cantare a squarciagola sul balcone, anche di notte, quando non riesce a dormire, e i vicini di casa non ne possono più. Quando decidono di firmare una petizione perché Ghadi venga trasferito in una struttura adeguata, lontano dalle orecchie del quartiere, suo padre disperato dice ai suoi concittadini che il figlio è in realtà un angelo mandato dal Signore per proteggere la gente di Batroum ed esaudire i loro desideri. Complici un paio di amici, l’uomo dimostra di sapere molte cose sui suoi vicini e si dà da fare, utilizzando anche il proprio denaro, per accontentare le loro richieste: un lavoro, un fidanzato, un trattore nuovo. Buon umore, gentilezza e disponibilità reciproca si impossessano giorno per giorno dei cuori della gente, e il paese sembra cambiare faccia. Il macellaio rinuncia ad aggiungere grasso sulla bilancia, il barbiere non imbroglia più i clienti, il poliziotto smette si rubare le offerte del fedeli. Il padre dell’“angelo” si spinge persino a organizzare una spettacolare messa in scena con tanto di ali finte e musica celestiale per proteggere il suo bambino, che intanto continua a cantare felice. Ma l’inganno non può continuare e il parroco del paese convince Lebaa a dire la verità. Quando l’uomo raduna nuovamente le persone alle quali ha mentito per rivelare che il suo Ghadi è solo un bambino, la gente non è disposta a credergli. Ghadi sarà pure un bambino, ma con tutta la gioia e la bontà che ha portato nel villaggio, come potrebbe non essere anche un angelo?A metà strada tra il cinema di Giuseppe Tornatore (impossibile non pensare a Nuovo cinema Paradiso) e Il favoloso mondo di Amelie, il film, che mescola sapientemente commedia e dramma, è il ritratto affettuoso di una comunità impegnata a riscoprire valori umani e cristiani grazie all’innocenza di un bambino. «Ghadi è un invito alla comprensione reciproca e alla tolleranza – dice il regista, autore anche della prima serie web del mondo arabo – e la disabilità è un simbolo. Perché se non riusciamo ad accettare un bambino Down, come possiamo accettare qualcuno che appartiene a un’altra razza o a un’altra religione? La stessa realizzazione del film è stata benedetta dall’arrivo di Emmanuelle Khairallah, che interpreta il piccolo Ghadi e che abbiamo trovato dopo molte ricerche presso le associazioni che si occupano di bambini Down e autistici. All’inizio – aggiunge il regista – gli parlavo in un modo speciale, poi velocemente, come a tutti gli altri attori. Emmanuelle ha un talento davvero straordinario, una grande energia che su set era palpabile: l’ultimo giorno di riprese eravamo tutti molto tristi all’idea di lasciarlo. Il suo nome, che significa “Dio è con noi” è stato un segno del destino».
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