E se l'Italia in declino sciogliesse le vele?

Marco Onado e Pietro Modiano raccontano i "Venti contrari" che hanno paralizzato l'economia italiana. Una denuncia, ma anche la possibilità per un esame di coscienza. E una rotta per ripartire
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June 25, 2026
E se l'Italia in declino sciogliesse le vele?
Vele spiegate alla Barcolana 2022 / ANSA
All’Italia manca da troppo tempo una riforma fiscale di ampio respiro, ma alla fine ci si trova ostaggio di un dibattito già visto su un’improbabile patrimoniale. Le servirebbe anche un’ambiziosa strategia di contenimento del debito pubblico, ma poi ecco privilegiate e sbandierate generose emissioni a favore dei risparmiatori, piccoli e non solo. Per non parlare del disperato bisogno di una politica industriale capace di intervenire sul tema chiave della produttività, di cui talvolta si parla ma subito si dimentica come ipnotizzati da quel calabrone capace di volare sulle ali di un’impresa non grande ma straordinariamente resistente.
Se da anni il confronto sull’economia italiana non riesce a uscire dai soliti temi, il motivo è – probabilmente – nell’Italia stessa, che è sostanzialmente ferma. Una condizione che nell’istante può essere letta come si vuole: tutto bene o tutto male, a seconda dei punti di vista. Ma se si allarga un po’ il campo visivo l’immagine inequivocabilmente è quella di un Paese che galleggia nel presente, ha perso brillantezza rispetto al passato e accumulato fragilità in vista di un futuro fatto di numeri sempre più grandi e di inevitabile marginalizzazione (Draghi docet).
Un quadro complesso ma alla fine straordinariamente semplice se letto con la giusta dose di lucidità e competenza, quella che Marco Onado e Pietro Modiano esibiscono in Venti contrariil volume da poco uscito per Il Mulino (208 pagine, 20 euro): l’economista, tra i più apprezzati conoscitori di banche, regole e mercato è scomparso un anno fa, e così è toccato all’amico banchiere rifinire un’opera che suona come il proseguimento di un’analisi avviata, sempre insieme, tre anni fa con Illusioni perdute.
Un libro duro, che non fa sconti a nessuno e per questo suona come un appello a fare un esame di coscienza e a prendersi ognuno le sue responsabilità. Perché se è vero che il principale responsabile dei venti contrari che hanno condannato l’Italia a un lungo e inesorabile declino viene individuato nella classe dirigente, qui dentro ci stanno un po’ tutti: la politica, sì, le istituzioni in generale (regolatori compresi), i grandi imprenditori e le organizzazioni di categoria, ma anche quel sottobosco di sherpa e portatori di interesse così numerosi e pervasivi da diventare il collante di un’elite che per oltre cinquant’anni ha fatto sì che «le forze improduttive e distruttive» finissero per prevalre sulle «forze produttive», come dichiarato nella premessa iniziale e documentato in tutta la ricostruzione che dal dopoguerra arriva fino a oggi.
Sì, perché l’invito è quello a guardare più indietro del solito per capire le forme e cercare le cause di un declino diventato manifesto dagli anni ’90 ma di cui si erano visti i primi sintomi trent’anni prima. Probabilmente a partire dagli scontri di piazza Statuto a Torino nel 1962, primo segnale di un ritorno alla realtà, quasi una sveglia dopo i sogni cullati per oltre un decennio di uno sviluppo sociale armonioso prodotto quasi automaticamente dal «miracolo» del dopoguerra. L’inizio della fine, forse. Deflagrato poi tra gli anni Settanta e Ottanta, quando l’Italia inverte la rotta e inizia una lunga stagione in cui la crescita annua diventa inferiore a quella media dei Paesi industrializzati. Da allora, ricordano Onado e Modiano, una discesa ininterrotta con poche ma significative eccezioni:solo in quattro degli ultimi 42 anni la tendenza negativa presenta un’inversione e negli ultimi due casi siamo di fronte a un semplice rimbalzo rispetto a un biennio, quello del Covid, in cui la frenata dell’economia era stata particolarmente accentuata. Ci sarà un motivo se «il declino ha interpolato i cicli ed è proseguito in presenza di diversi orientamenti della politica economica e monetaria», ragionano gli autori, stagioni diverse in cui «si sono alternate fasi di cambio forte e di cambio debole, di politica fiscale e monetaria espansiva o restrittiva», per non parlare dello spartiacque politico e istituzionale che ha visto l’Italia passare dalla prima alla seconda Repubblica. La tesi degli autori, come già accennato, è lapidaria:« La storia economica dell’Italia del dopoguerra può essere interpretata come una sequenza di eventi, scelte e alleanze che, di fronte ai vincoli e alle opportunità prodotte dal quadro economico internazionale, hanno fatto ripiegare verso soluzioni ed esiti sistematicamente subottimali, che hanno premiato non le forze produttive, ma quelle improduttive, la rendita nelle sue varie configurazioni, e quelle distruttive, in cui domina l’economia illegale e criminale». Una diagnosi brutale che aiuta a capire il groviglio di interessi e posizioni che scandisce la situazione attuale, ridotta molto spesso a un gioco delle parti volto a preservare i vari danti causa.
Ma come diagnosi, può anche essere l’inizio di una cura, se il “dottore” avrà il coraggio di impartirla e il “paziente” si accorgerà di averne bisogno. La lettura apre spazi di luce, la stessa che si leggeva negli occhi di Marco Onado, capace di grandi teorie e stuzzicanti riferimenti pratici (o cinematografici, di cui peraltro il libro è colmo). «Non tutto è perduto», dicono gli stessi autori. Già, non perdiamo la speranza di lasciarci sorprendere dalle classi dirigenti che verranno o dalla vitalità della società civile, destinate a essere messe alla prova da contesti che non si preannunciano facili.

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