Il marchese di Morès, precursore dello squadrismo

Sergio Luzzatto segue le peripezie di un marchese dell’800, che anticipò molti tratti del movimento. Dagli Usa esportò in Francia le milizie private. E in Algeria evocò il fascio
March 21, 2026
Il marchese di Morès, precursore dello squadrismo
Lo morte del marchese di Morès in un’illustrazione del 1896 per “Le-Pelerin” / Alamy
Il 27 luglio del 1942 la municipalità di Cannes, che è sotto l’amministrazione collaborazionista di Vichy, decide di intitolare il parco del Castello della Bocca ad Antoine Amédée-Marie-Vincent Manca-Amat, marchese di Morès. Non si tratta solo del riconoscimento di uno status quo cittadino - dalla sua morte avvenuta nel 1896 e da quando la moglie è andata a vivere nel castello il parco è chiamato così, Parco Morès – ma di qualcosa di più. I complici dei nazisti vedono in quel nobile dalle origini sarde - che è stato compagno di accademia militare a Saint Cyr del maresciallo Pétain (e di Charles de Foucauld), che ha portato avanti il disegno coloniale francese contro il grande gioco dell’Inghilterra e le macchinazioni giudaiche - un precursore di quell’odio antisemita che si è manifestato a fine Ottocento con il caso Dreyfus e in quei mesi del 1942 sta avviando in Francia i treni della morte. A sovraintendere a questo turpe compito è un giornalista e imprenditore fallito, passato al soldo dei tedeschi, Louis Darquier de Pellepoix. Questi, appena nominato Commissario generale per la questione ebraica, dichiara senza mezzi termini che la Francia nella lotta agli ebrei è stata all’avanguardia «con tre uomini di gran classe: il dottrinario Gobineau, il polemista Drumont, e quel gran signore dell’azione che fu l marchese di Mores».
L’attivismo in campo antisemita non fu il solo tratto significativo nella rocambolesca di vita del Morès, che si svolse tra quattro continenti, dove fu imprenditore di acelli egli Usa, costruttore di ferrovie in Vietnam, agitatore politico in patria, infine colonialista in Nordafrica, dove trovò la morte. Certo è il preponderante, ma non l’unico, a far sì che lo storico Sergio Luzzatto lo definisca già nel titolo del brillante saggio a lui dedicato Il primo fascista (Einaudi, pagine 518, euro 32,00). Docente di Storia moderna europea all’Università del Connecticut, Luzzatto racconta, come recita il sottotitolo, “storia e leggenda di un precursore”. Quale a tutti gli effetti fu, come Luzzatto evidenzia sulla scorta degli studi di Hannah Arendt e di Zeev Sternhell, lo storico che a fine anni Settanta del Novecento, tra le polemiche, individuò le radici del fascismo Oltralpe e un secolo prima. Certo nella Francia fin de siècle mancavano ancora alcuni dei fenomeni che avrebbero permesso nell’Italia del primo dopoguerra lo sviluppo del fascismo come movimento, partito e regime. «Lo studioso di storia deve sempre evitare di confondere una filiazione con una spiegazione», avverte perciò Luzzatto. Sono molte, infatti le suggestioni, le idee,le azioni parafasciste che circolavano ai tempi del marchese (ad esempio anche tra la nobiltà viennese ci fu il politico antisemina Georg Ritter von Schönerer, figura accostabile a Morès e che avrebbe in seguito influenzato Hitler).
Ma la sua avventura è peculiare. La storia ci dice che, dopo il primo ritorno in Francia dalle sue peripezie all’estero, «fu il primo leader d’Occidente a a occupare la scena politica – tutt’insieme – come un populista, un antisemita e (se pure la parola ancora non esisteva) uno squadrista». Retorica incendiaria, uso strategico dell’intimidazione e della violenza lo portarono a diventare celebre a livello mondiale anche se oggi è caduto nell’oblio. Leggenda, perché - come vedremo - le gesta dell’eclettico e visionario personaggio hanno davvero un alone di mito, che iniziò quando le sue sorti iniziarono a decadere nel 1893: finisce in uno scandalo per aver contratto un prestito proprio con un banchiere ebreo e cade in disgrazia per alcuni episodi che lo fanno additare come un pericolo pubblico, un sovversivo. Ombra che si protrasse fin dentro il Novecento più oscuro. Precursore perché molte delle sue intuizioni furono poi riprese e ampliate dal fascismo storico. Si va dallo sfruttamento dello scontento della masse di fronte alla prima rivoluzione industriale, al corporativismo, alla creazione di milizie private, all’evocazione del fascio littorio.
Fu un fallito di genio, insomma, il Morès. Sì perché non gliene andò bene una e ovviamente non mancò di incolpare di ciò gli ebrei. Sposato a un’americana, Medora von Hoffmann, negli anni Ottanta dell’Ottocento lo troviamo nel Nord Dakota, dove stringe rapporti con il futuro presidente Theodore Roosevelt. Lì mette su una città a cui dà il nome della moglie e intuisce il ruolo della ferrovia per il trasporto delle carni a Chicago. Sperimenta anche l’importanza della vigilanza a servizio di agrari, allevatori e industriali. «Respirando nelle grandi pianure dell’Ovest l’aria di un acerbo movimento antiestablishment, il medesimo che di lì a poco avrebbe promosso negli Stati uniti la nascita di un Partito del popolo, Morès si oppose (invano) al cartello dei grandi uomini d’affari – alcuni dei quali ebrei – che controllavano il commercio delle carni da Chicago a New York». Le sue intuizioni sulla ferrovia Morès le trasporta nella successiva avventura in Indocina, dove tenta di costruire, anche qui senza successo, una ferrovia tra Vietnam e Cina. Tornato in Francia si butta in politica e inizia a mettere nel mirino gli ebrei, cosa che ne fa per l’autore il primo politico a incentrare il suo programma sull’antisemitismo, appreso già nell’educazione di gioventù in quanto esponente del ceto nobile e cristiano. Promotore di una campagna di stampa contro gli ebrei, additati anche come quinta colonna nell’esercito, Morès fu per Luzzatto la vera e propria “anima nera” dell’affare Dreyfus. Non solo con l’inchiostro, ma anche con il sangue. Prima che scoppiasse il caso, infatti, il nobile aveva sfidato a duello ben tre ebrei: un giornalista e deputato, un funzionario pubblico e un militare, innocente tanto quanto il collega Dreyfus.
A completare il profilo del marchese come precursore del fascismo stanno poi il suo uso spregiudicato dei media e persino della moda. Il vestiario come estetica politica. Mentre i suoi pretoriani parigini, macellai come in America, indossavano le loro divise di lavoro blu sporche di sangue, Morès per distinguersi tra i politici del tempo indossò sempre un cappello a cilindro a larghe tese che da allora divenne lo chapaeu Morès. Lo troviamo uguale - in una giustapposizione fotografica tipo “separati alla nascita” - in testa a Benito Mussolini quando va a firmare il Concordato. Abbandonato questo vestiario, Mussolini metterà l’Italia in camicia nera, nota - con Italo Calvino - Luzzatto che è autore di un fondamentale saggio su Il corpo del duce (Einaudi). Infine, il richiamo al fascio romano, che Morès evoca nel suo unico testo teorico La Francia l’Inghilterra e gli ebrei, uscito ad Algeri nel 1894. «È stato spezzato il legame: il fascio non esiste più. Prima della lotta bisogna ricostruirlo». Qui Morès riprende un’immagine già usata in ambienti repubblicani. E lo fa molto probabilmente non conoscendo i Fasci siciliani di quegli anni. Figurarsi se potesse prevederne l’uso che ne avrebbe fatto Benito Mussolini.
Ma la suggestione resta. Come suggestivo è il destino simile di due personaggi diversissimi come lui e l’amico Charles de Foucauld, l’avventuriero antisemita e il futuro santo uccisi entrambi nel Sahara dai tuareg a vent’anni di distanza.

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