I cento anni di Dario Fo e delle sue maschere
Un secolo fa nasceva il «giullare e pittore» premiato con un Nobel per la letteratura discusso quanto la sua stessa figura. Fu erede irripetibile di una lunga tradizione di narratori popolari

Cent’anni dalla nascita, dieci dalla morte. E poco ci è mancato che le ricorrenze non fossero addirittura tre, visto che nel 2027 cadrà il trentennale del premio Nobel per la letteratura a Dario Fo, «giullare e pittore», come lo qualifica la lapide al Cimitero Monumentale di Milano.
La prima data da registrare è quella di oggi: il 24 marzo 1926 nasce infatti a Sangiano, a un passo dal lago Maggiore, Dario Luigi Angelo Fo, primogenito di Felice e di Pina Rota. Padre capostazione, questo si sa, e anche attore filodrammatico. La vocazione teatrale di Dario e del fratello Fulvio (Bianca, la sorella, fu apprezzata autrice per l’infanzia) si sviluppa in famiglia, nutrendosi del viavai di aneddoti e di parlate che caratterizza quell’angolo di provincia. Vale la pena insistere sull’importanza delle origini perché, a ben vedere, per tutta la sua carriera Fo salirà sulla scena con il piglio spavaldo del chiacchierone da osteria o dell’imbonitore di piazza.
Né l’una né l’altra definizione va intesa in senso dispregiativo. Semmai, si sta elogiando la vitalità della lunghissima tradizione di narratori popolari alla quale Fo vistosamente si ispira. Anche il famoso grammelot – estroso impasto di dialetto, citazioni implicite e parodia dichiarata – deriva in egual misura da precedenti colti, primo fra tutti il pavano imbastardito del Ruzante, e dalla lingua franca che gli ambulanti di una volta si inventavano lì per lì, spinti dall’urgenza di farsi comprendere da una platea sempre cangiante. «Ma che aspettate a batterci le mani, / a metter le bandiere sul balcone? / Sono arrivati i re dei ciarlatani, / i veri guitti sopra un carrozzone», recitava la canzone che della compagnia Fo-Rame – poi ribattezzata La Comune– era l’inno pressoché ufficiale. Sì, non si può parlare di Dario senza parlare di Franca, compagna di vita e di scena. Si erano sposati nel 1954 a Milano, nella basilica di Sant’Ambrogio, quando il loro sodalizio artistico era appena cominciato. Da quel momento condivisero tutto: la televisione e l’allontanamento dalla televisione, la militanza politica nella sinistra extraparlamentare di Soccorso Rosso e la gloria del Nobel, la satira e le polemiche. Da ultimo, la fondazione che porta i loro nomi e che è presieduta dalla nipote Mattea Fo (fondazioneforame.org). A Franca toccò l’estremo affronto dello stupro, inflitto come rappresaglia nel 1973 e presto rielaborato in un monologo che rimane tra i documenti più memorabili della drammaturgia del Secondo Novecento italiano.
Non è facile rievocare in poche righe il clima degli anni Settanta, che sono gli anni in cui l’attività di Fo assume la consistenza che conosciamo. Il decennio è da calcolare con larghezza, va dal debutto di Mistero Buffo nel 1969 per inoltrarsi negli Ottanta con una serie di commedie che non risparmiano nulla ai potenti in servizio. Esemplare è Il Fanfani rapito del 1975, mentre un discorso a parte meriterebbe Morte accidentale di un anarchico, che nel 1970 ricostruisce il caso Pinelli. Difficile spiegarlo, ripetiamolo, ma mezzo secolo fa l’ideologia era dappertutto, nello slancio della passione civile come nell’involuzione della violenza organizzata. È il periodo in cui Fo e Rame tornano in televisione, per l’esattezza nel 1977 sulla Seconda Rete della Rai, che all’epoca è lo spazio corsaro dell’emittente pubblica. Ancora una volta oggetto del contendere – con tanto di protesta ufficiale del cardinale Ugo Poletti, vicario della Diocesi di Roma – sono i brani di Mistero Buffo nei quali la vicenda delle Scritture viene riletta in una chiave ritenuta dissacrante. Per la sensibilità di allora non poteva essere altrimenti, forse. Ma non si va troppo lontani dal vero se si osserva che il bersaglio preso di mira da Fo non era il Vangelo, ma l’istituzione ecclesiastica elevata a emblema di ogni altra istituzione.
Posizione discutibile, d’accordo, ma resta il fatto che, con uno sguardo retrospettivo, il sarcasmo di Fo sembra indirizzarsi più verso la Democrazia Cristiana (e, di rimando, verso le gerarchie vaticane) che verso il cristianesimo. Basti pensare, sempre nella tessitura di Mistero Buffo, al lamento di Maria sotto la Croce, che nell’interpretazione di Franca Rame restituisce i riflessi commoventi e corruschi di un planctus medievale. Va bene, anche l’opposizione tra Cristo e la Chiesa è un argomento dialettico che ha fatto il suo tempo, ma se per storicizzare un fenomeno è sufficiente un anniversario, figurarsi che cosa si sarebbe tenuti a fare quando gli anniversari sono quasi tre. Il prossimo 13 ottobre saranno trascorsi dieci anni dalla morte di Fo (nata nel 1929, Franca Rame era mancata nel 2013), che con l’ingresso nel nuovo millennio non aveva cambiato idea, ma di sicuro aveva cambiato atteggiamento.
Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano del 2009, La Bibbia dei villani del 2010 e più ancora Lo santu jullare Francesco, composto nel 1999 e ripreso nel 2014, sono testi che si confrontano con la fede in una prospettiva differente rispetto al passato, complice anche l’umana simpatia che Fo provava nei confronti di Giovanni Paolo II e l’entusiasmo con cui aveva accolto l’elezione di papa Francesco. Il che non significa che nel corpus di Fo non rimangano pagine ancora capaci di infastidire i credenti. Prima di emettere un giudizio, però, un autore andrebbe letto per intero, e in questo l’incorreggibile Dario non fa eccezione.
Il problema, semmai, è questo: la lettura. Magari si tratta del pregiudizio di coloro che, per motivi meramente anagrafici, hanno avuto il privilegio di vedere Fo interpretato da Fo, ma sembra pressoché impossibile scindere la lettera delle sue opere dallo spirito della sua maestria performativa. Mistero Buffo – per restare in tema – non era solo quella successione di parole, era il corpo dinoccolato di Fo, era la sua maschera allucinata e irridente. Lo stesso si potrebbe dire delle interpretazioni di Franca Rame. I continuatori non mancano, con esiti non di rado convincenti. In molti casi, però, l’ambizione di fornire una copia conforme finisce per prevalere.
Al netto di ogni altra considerazione, era questo l’interrogativo sollevato dal Nobel del 1997: sarà mai possibile separare lo scrittore Dario Fo dall’attore Dario Fo? Chi veniva premiato, in definitiva: il drammaturgo o il capocomico? La questione si è riproposta nel 2016, con il riconoscimento attribuito al minstrel Bob Dylan nel medesimo giorno, se non nel medesimo istante, in cui Fo si spegneva all’Ospedale Sacco. Da parte sua, il «giullare e pittore» (aveva studiato a Brera e non aveva mai smesso di disegnare, di dipingere), non aveva purtroppo fornito un contributo utile alla soluzione dell’enigma. Nel dicembre di ventinove anni fa, il suo intervento alla Borsa di Stoccolma aveva dato al pubblico svedese proprio quello che il pubblico svedese si aspettava: una strepitosa pantomima sul villaggio italiano sommerso dall’acqua, con il curato e gli altri maggiorenti locali a boccheggiare come pesci. Peccato che l’alternativa fosse a portata di mano, anzi: di molo. Chissà che pezzo di bravura sarebbe uscito dalla sua rivisitazione della disavventura del Vasa, il mastodontico galeone da battaglia affondato nel 1628 durante il varo nel porto di Stoccolma. Evidentemente, ci sono occasioni in cui anche i giullari preferiscono tenere a bada la loro proverbiale improntitudine. Il rilievo non vuole essere irrispettoso. Al contrario, per celebrare degnamente un contestatore è sempre opportuno provare a contestarlo, almeno quel poco che basta per evitare che sulla libertà dell’inventiva prevalga la fissità mortificante del monumento.
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