Emicrania, un linguaggio che tocca la coscienza
Dal filologo Antonio Alatorre a Oliver Sacks, il dolore come esperienza che pensa e prende forma nella scrittura, attraversando corpo, coscienza e parola

«L’emicrania è una invasione poderosa e terribile, un morso rilucente, azzurro e giallo. Si muove con uno zigzag spigoloso e velocissimo, dall’alto verso il basso, e non si esaurisce mai, anzi, si riproduce alla stessa velocità, atrocemente silenziosa». In queste poche righe tratte da L’emicrania (Ventanas edizioni, pagine 104, euro 14,00) Antonio Alatorre, che fu un importante filologo e intellettuale messicano, fondatore di giornali come “Pan” (dove ha lavorato con Juan Rulfo) e “La revista mexicana de literatura”, descrive con precisione rara cosa accade quando si è colpiti da quel terribile male che è l’emicrania. Chi ci è passato lo sa (da Kant a Freud, insieme ad altri milioni di persone), forse non con parole così giuste, ma con medesime sensazioni. In questo romanzo postumo Alatorre – attraverso il vecchio professore Guillermo – racconta di una vita in seminario senza vocazione, della scoperta della letteratura. E tutto questo diventa un pretesto per parlare di scrittura e di vita. È calzante – a questo proposito – una frase dei figli di Alatorre estratta da una nota al libro, che hanno trovato il volume postumo e lo hanno portato a pubblicazione: «L’emicrania rappresenta un ponte verso una vita altra, diffranta».
Alatorre, che fu anche tra i massimi studiosi della figura di Suor Juana Inés de la Cruz, oltre che umanista ed intellettuale di grande rigore, nei suoi libri ha spesso saputo prendere la letteratura e trasferirla alla vita e viceversa, e qui non è da meno: «La mia scrittura – scriveva – è un ritratto della mia coscienza. Scrivere significa accettare la mia irrealtà, la mia morte e anche la mia realtà». Una frase che dialoga bene con una riflessione sull’emicrania e sulla sua durata, sui pensieri intrusivi di cui è capace: «Dopo un’esperienza durata settimane e perfino mesi, ormai so che l’emicrania sfocia sempre in un atroce mal di testa. Allora ciò che desidero con tutto il cuore è che il dolore arrivi presto, che quanto prima l’emicrania passi al secondo atto, alla fase successiva. Ma la durata della prima fase è molto capricciosa: possono essere dieci minuti come un’ora o anche di più. In questo arco di tempo non si può fare niente».
L’emicrania quindi non come diagnosi ma come esperienza che frantuma la linearità del vivere e apre squarci sospesi nel reale. È su questa sospensione che si apre un dialogo con il celebre Emicrania di Oliver Sacks (Adelphi), creando anche un nesso che collega corpo, cultura e anima, a partire dalla citazione del saggista inglese Robert Burton, in apertura al libro del neurologo e scrittore britannico: «Secondo Platone, Socrate non prescriveva alcun medicamento per il mal di testa di Carmide prima che egli abbia alleviato la mente dai fastidi; il corpo e l’anima debbono essere curati assieme, come la testa e gli occhi». In Alatorre «l’emicrania è piena di senso, trabocca di significato», entra nella sfera del linguaggio, non solo di quello medico: non è qualcosa che accade, ma qualcosa che determina. Anche per Sacks in un certo senso l’aura emicranica è una sospensione del tempo, una parentesi in cui il soggetto non agisce, poiché attraversato da alterazioni della percezione, del linguaggio, dell’emotività. Già nella prefazione alla prima edizione del 1970 racconta come l’incontro con i pazienti lo avesse costretto ad abbandonare ogni semplificazione: «Capii - scrive - che il mal di testa non era mai l’unica caratteristica di un’emicrania e, ancora più tardi, che non era nemmeno una caratteristica necessaria». Prosegue spiegando che l’emicrania è un’esperienza che investe la coscienza nella sua totalità: «Mi trovavo davanti a qualcosa che, in pochi minuti, poteva passare da lievissimi disturbi della percezione, del linguaggio, della sfera emotiva e del pensiero».
Una delle intuizioni più interessanti di Sacks però è che l’emicrania, pur attraversando duemila anni di storia medica, non cambia nella sua struttura profonda: «Il tormento dell’emicrania - spiega - viene descritto da almeno 2000 anni; e senza dubbio tutte le generazioni della specie umana, con la sua storia di circa 250000 anni, hanno conosciuto questa costellazione di disturbi. Tuttavia, è opinione molto diffusa, tanto fra il pubblico quanto fra i medici, che sull’emicrania si sappia poco, e che ancora meno si sia fatto». Sacks ha anche spesso parlato del tema della paura, del timore di impazzire di molti pazienti colpiti da emicrania, citando de Montaigne: «Quando questa malattia ti era ancora sconosciuta, la paura ti sgomentava». E qui risuona forte il “senso” di cui scriveva invece Alatorre: «L’emicrania è piena di senso, trabocca di significato». Un sottrarsi per cui al non sapere attribuendo un significato, un linguaggio, tanto che lo stesso Sacks scrisse: «Fui indotto a fare ulteriori indagini su una materia che sembrava ritrarsi di fronte a me. Quante più cose nuove imparavo su di essa, tanto più diveniva complessa, meno comprensibile, ribelle a ogni tentativo di delimitarla». Ecco allora un altro dei possibili compiti della scrittura, ecco uno dei mezzi che Alatorre ha trovato per abitare una condizione di dolore e sospensione, dando forma. Oltre all’elaborazione della scrittura, però, passi avanti sono stati fatti anche nel trattamento; già nel 1992 Sacks rivedendo la sua introduzione scriveva: «Negli ultimi vent’anni ci sono stati chiari e importanti progressi che ci hanno portato a una nuova comprensione dei meccanismi dell’emicrania e allo sviluppo di nuovi farmaci e di altre tecniche che possono essere d’aiuto nella cura. Oggi un paziente che soffra di emicranie forti e frequenti ha più possibilità di affrontarle con successo di quante ne avesse nel 1970». E oggi, si può aggiungere, anche con più successo rispetto al 1992, con la ricerca che ha portato a nuove strategie preventive mirate e più efficaci, ampliando le possibilità di gestione dell’emicrania per molti pazienti.
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