De Gasperi in Biblioteca Vaticana: così maturò lo statista

Vivere quel difficile momento alla luce della fede lo spinse a una visione più pacificata della realtà, ispirandogli anche una speranza più solida nel futuro
March 26, 2026
De Gasperi in Biblioteca Vaticana: così maturò lo statista
Alcide De Gasperi nella sua casa di Sella in Valsugana / Alamy
“Uno statista in esilio tra isolamento e profezia” è il titolo del convegno che oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana di Roma, nel Salone Sistino, ripercorrerà gli anni dell’intellettuale e uomo politico nell’istituzione della Santa Sede. Dai suoi quarantotto fino quasi ai suoi sessant’anni, il futuro fondatore della Democrazia Cristiana vive di fatto in esilio, o comunque molto sorvegliato dal regime fascista, ma lavora costantemente per la Biblioteca Vaticana. Nell’istituzione vaticana colui che diverrà il primo presidente del consiglio della Repubblica italiana incontra figure che lo sostengono, come l’allora direttore cardinale Giovanni Mercati e il futuro cardinale Eugène Tisserant. Dalla giornata, che sarà aperta dai saluti istituzionali del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e dell’archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, l’arcivescovo Giovanni Cesare Pagazzi, emergeranno alcuni nuovi traguardi della ricerca storica. Interverranno tra gli altri: Paolo Vian, Philippe Cheneaux, Claudia Montuschi, Alberto Lo Presti, Marialuisa Sergio, Ugo Pistoia e lo storico Agostino Giovagnoli di cui anticipiamo qui sopra uno stralcio del suo intervento. Le conclusioni saranno affidate al prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, monsignor Mauro Mantovani.
L’ex segretario del Partito popolare, Alcide De Gasperi, visse un lungo “esilio interno” e cioè fece una dura esperienza - restando nel proprio Paese – di esclusione dalla vita politica, impossibilità di partecipare ufficialmente al dibattito pubblico e emarginazione sociale. La Biblioteca Vaticana – da cui fu assunto con l’umile mansione di schedarne i volumi - costituì per lui uno spazio di libertà e di contatti che mitigò l’ “esilio interno”. Era infatti “l’unico rifugio europeo rimasto a Roma” e qui le sue “ferite recenti” cominciarono a rimarginarsi.
Piero Craveri ha scritto che, negli anni tra le due guerre De Gasperi assunse «come punto di riferimento essenziale il problema della sintonia con gli indirizzi politici della Santa Sede». È vero, ma con due importanti precisazioni. Non fu frutto di «consumato tatticismo», in attesa della caduta del fascismo, e sarebbe riduttivo ritenere “politica” questa sintonia. La parabola degasperiana di quegli anni si radica infatti nella cesura rappresentata dalla condanna, il 28 maggio 1927, a quattro anni di prigione (poi ridotti in appello). De Gasperi non se l’aspettava: non c’erano prove contro di lui e, soprattutto, la condanna arrivò quando, «abbandonata ogni milizia, mi rannicchiavo nella mia famigliola». Perché dunque colpire qualcuno che non costituiva più un pericolo? Con quella condanna, i fascisti – convinti che solo la forza conti nella storia - commisero un grave errore: De Gasperi si sentì infatti ributtato «nel vortice del mondo» e cioè spinto, suo malgrado, verso un nuovo impegno politico.
In una lettera scritta pochi giorni dopo alla moglie si chiese: «Perché il Signore mi ha lasciato colpire così? […] questo è fatto pubblico: io sono un granello rimesso dalla Sua mano potente nel vortice del mondo, un sassolino con cui impasta il Suo edificio. Quale vortice quale edificio? Non lo so, ma Dio ha un disegno imperscrutabile innanzi al quale mi inchino adorando […] Iddio non può essere ingiusto né crudele. Egli ci ama e fa di noi qualcosa che oggi non comprendiamo. Così ragionando mi sono alquanto consolato».
Quel doloroso passaggio segnò per lui una sorta di nuovo inizio. Mentre era detenuto, scrisse circa 60 lettere, molte delle quali rivelatrici di una fede intensa che si nutriva della Bibbia – soprattutto i salmi, i libri sapienziali e i Vangeli – oltre che delle Confessioni di Sant’Agostino, dell’Imitatio Christi e del rosario. Alimentarono la sua riflessione anche la Divina Commedia e i Promessi Sposi. Vivere quel difficile momento alla luce della fede spinse De Gasperi verso una visione più pacificata e profonda della realtà storica, gli ispirò una speranza più solida nel futuro e gli diede uno sguardo acuto e penetrante - per certi versi, paradossalmente, anche più laico - su un presente che appariva molto oscuro.
Questa svolta investì anche il suo atteggiamento verso la Chiesa. Il pensiero di De Gasperi in quegli anni ritornava spesso, inevitabilmente, al fallimento del Partito popolare, il cui ricordo era particolarmente doloroso per gli ex popolari a motivo anche del ruolo avuto dalla Chiesa. Lo sguardo del credente spinse De Gasperi a prescindere dai suoi sentimenti personali e ad interrogarsi sulle “ragioni” della Chiesa in tale vicenda. Sviluppò così una lunga riflessione, mettendo a fuoco ciò che rappresenta, in ogni tempo, il compito prioritario della Chiesa. «Non bisogna dimenticare - ha scritto molti anni dopo – che la Chiesa nel progresso dei secoli […] si è dedicata anzitutto alla silenziosa penetrazione delle anime. Lo spirito cristiano lavora nella società come un fermento».
L’ approfondimento di questa visione lo spinse a “prendere il toro per le corna”, sostenendo «che nella storia del XIX secolo i cattolici furono favorevoli alla libertà politica». L’affermazione si contrapponeva alla tesi dell’inconciliabilità tra libertà e cattolicesimo era sostenuta da Benedetto Croce, la cui Storia d’Europa nel XIX, fu oggetto di molte critiche da parte cattolica per le posizioni anticlericali del filosofo, ma senza affrontare – sottolineò De Gasperi - la questione «principale, […] quella della libertà politica» . Il politico trentino invece criticò il famoso intellettuale perché aveva imprigionato la libertà «nel suo tempio filosofico … e dalla cattedra della sua chiesuola aveva lanciato invettive contro la Chiesa cattolica. L’umile bibliotecario della Vaticana citò una fonte non sospettabile di filo cattolicesimo, l’ “acattolico” James Bryce.
«Se noi studiamo non tanto [l’]azione diretta [della Chiesa cattolica] sui fatti della storia presente, quanto sulle idee-madri che essi contengono e che investirono il corso degli avvenimenti, non potremo contestare la sua influenza, soprattutto da due punti di vista. Essa trasfuse nella coscienza umana il concetto di una libertà spirituale che non esitò a sfidare la costrizione fisica […] Essa creò un sentimento di uguaglianza fra gli uomini e questo sentimento mise un freno all’idolatria degradante immaginata dai despoti asiatici».
Questa chiave storico-spirituale permise a De Gasperi una rilettura del cattolicesimo ottocentesco che culminava con una citazione della “famigerata” enciclica – così la definiva Croce - Rerum Novarum.
La sua non era una semplice valorizzazione del cattolicesimo sociale di fine Ottocento. De Gasperi inserì quella esperienza in una prospettiva storica di lungo periodo, la cui validità trovava nuove conferme nella società contemporanea. Per lui infatti una secolare opera di evangelizzazione capace di scendere nelle anime; il suo contribuito ad una articolazione pluralistica attraverso la valorizzazione dei corpi sociali e delle comunità locali; il progresso morale che ha portato al riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo di cui la Rivoluzione francese è stata espressione; la spinta del cristianesimo sociale a contrastare le drammatiche disuguaglianze nella moderna società industriale, costituivano tutti anelli di una catena che portava alla libertà politica nelle forme proprie dalla società di massa.
Sintonia con gli indirizzi della Santa Sede, insomma, non significò per lui appiattirsi sul consenso verso il fascismo allora prevalente negli ambienti ecclesiastici, ma al contrario far leva sugli elementi più profondi di tali indirizzi per rimettere in discussione quel consenso. Di più: per trasformare la Chiesa cattolica da ostacolo a risorsa nel difficile cammino verso la democrazia. A quest’opera De Gasperi ha dedicato molte energie tra le due guerre, di cui avrebbe raccolto i frutti nel dopoguerra guidando i cattolici all’impegno politico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Temi