
Giunge alla XXI edizione il Festival Filosofi lungo l’Oglio, kermesse culturale diretta dalla filosofa Francesca Nodari, che porta lungo il fiume Oglio filosofi, studiosi e intellettuali di rilievo internazionale, protagonisti di incontri e dibattiti, quest’anno sul tema “Ascoltare”. Qui ospitiamo un testo della filosofa francese Danielle Cohen-Levinas, cui stasera sarà conferito il “Premio Internazionale di Filosofia/Filosofi lungo l’Oglio. Un libro per il presente” per la curatela di un volume di scritti inediti di Emmanuel Levinas, edito da IMEC/Grasset (2024).
Cosa significa ascoltare, così come si direbbe “essere” o “esistere”? La questione non è nuova. Già Aristotele si interrogava sul rapporto tra il suono della voce (phone) e il logos, come se tale rapporto implicasse una dimensione che non è né pura intelligibilità, né puro rumore. E come se la voce fosse carica di un surplus di significato che solo un ascolto attento sarebbe in grado di decifrare, al di là della padronanza del sapere. Il più delle volte, nella tradizione filosofica, l’ascolto scompare dal sistema filosofico, a vantaggio della visione e delle rappresentazioni. La nostra esperienza del mondo è per lo più condizionata da ciò che vediamo, raramente da ciò che ascoltiamo, cosicché il nostro udito è sottoposto alla sovranità del concetto e dell’opinione, che tendono a cancellare le dissonanze del mondo, a ridurle a una razionalità dialettica priva di scorie. Eppure, ascoltare non significa solo udire. Si tratta di un certo rapporto con l’esistenza che non consiste più nell’affermare verità universali dal valore inestimabile e perenne, ma nell’affrontare le cose umane, semplicemente umane, nella loro nudità più cruda e autentica.
Da musicista, sono sempre stata sensibile ai suoni del mondo, ai suoi timbri, alle sue variazioni di altezza, ritmo e intonazione, alle sue sfumature di affetti ed emozioni. In altre parole, sono sempre stata sensibile alla polifonia delle voci e dei volti. L’ascolto è parte integrante della mia esistenza. Allo stesso modo, nella tradizione ebraica diciamo «Shema Israel»: «Ascolta, Israele». Come se sollecitassimo un orecchio, un’esteriorità di cui non sappiamo nulla e alla quale non chiediamo i documenti o la carta d’identità. L’ascolto come accoglienza e non come cogito essendi. Non c’è bisogno di soddisfare un principio di identificazione per ascoltare la voce dell’altro, la voce di tutti gli altri. Ascoltare equivale allora a opporre resistenza a ciò che proprio viene a coprire i rumori del mondo, a cominciare dal silenzio dei vinti, delle vittime di tutte le tirannie: il silenzio di coloro che non sono autorizzati a prendere la parola o che non sono più lì per testimoniare.
Ho sempre ritenuto che il rumore nascesse dal silenzio, che ne fosse una traduzione. Ascoltare significa quindi aprire il silenzio, per lasciar emergere una dimensione sensibile, in grado di esercitare su di noi un effetto devastante, turbarci, strapparci dal nostro status quo e dal nostro torpore dogmatico, esortarci a rispondere a ciò che abbiamo ascoltato, anche se si trattasse solo di un rumore rarefatto o una sonorità impercettibile. L’ascolto è un atto di apertura che consiste nel liberare ciò che è rinchiuso, a cominciare dalla parola. La metafora non è casuale, poiché i rumori del mondo si mettono al riparo dalle minacce che il mondo stesso trama. Non c’è spazio per l’ascolto in un mondo in cui regnano la violenza, la barbarie, la persecuzione, la guerra, l’esclusione. Ci sono esistenze cancellate, infangate, umiliate, braccate, che trovano rifugio nel silenzio, l’unico luogo in cui possono conservare un’ultima dignità. L’esperienza dell’ascolto, che è anche un’esperienza poetica, va quindi intesa su un piano diverso da quello dell’ontologia fondamentale o del phainomenon. Ci si chiede se l’ascolto sia dalla parte della privazione, della mancanza, o se, al contrario, si collochi dalla parte della saturazione. L’ascolto denota la perdita o l’eccesso di segni? A quale tipo di ispirazione filosofica, poetica, o addirittura politica, si confronta l’ascolto, il nostro ascolto?
A mio avviso esiste una modernità dell’ascolto che, lungi dal mancare di qualcosa, di quella cosa chiamata rumore o frastuono, è al contrario satura di troppe cose. In altre parole, formuliamo l’ipotesi che all’ascolto non manchi nulla, se non la mancanza stessa. L’ascolto come mancanza della mancanza, e non come mancanza da colmare, da sopperire o colmare, nel senso hegeliano del termine. L’ascolto come rimedio fragile e infinitamente vulnerabile per tentare di ritrovare una strada nel cuore di un mondo disorientato, smarrito – nel senso che la bussola dell’umanità dell’uomo sarebbe rotta.
Nel loro ultimo libro, Kaos (Il Mulino, 2026), Massimo Cacciari e Roberto Esposito si preoccupano, a ragione, del disordine globalizzato e si interrogano sulla possibilità di vedere emergere un nuovo ordine dal caos. Il termine «preoccupazione» assume qui una connotazione universale. Certo, non si tratta di ascolto, ma leggendo questo bellissimo saggio a due voci, percepisco una sorta di sollecitazione al tempo stesso geopolitica e metafisica, ispirata al mito greco del Caos, che fa eco alle mie stesse preoccupazioni. Tuttavia, accanto al mito greco, pongo un altro racconto, un mito ebraico: la storia di Abramo, interpellato e chiamato ad agire, a rispondere e a mettersi in ascolto.
L’atto di ascoltare è certamente un’esperienza tragica, poiché implica tendere l’orecchio verso la condizione umana, ma è anche una promessa, un atto di resistenza, il rifiuto assoluto di lasciarsi assorbire dal caos – dalle dissonanze di un mondo in cui nessuno ascolta più nessuno, dove la voce dell’altro è imbavagliata, dove il silenzio inaugurale rimane risolutamente muto, come se nessuna parola potesse più uscirne o sfuggirvi; come se noi stessi fossimo incatenati a quel silenzio. Eppure l’ascolto non è sinonimo di tautologia, non è l’iperbole del silenzio. Se prende atto della perdita in quanto tale, è per combatterla meglio. Non lasciare l’ultima parola alla perdita, al caos, al disorientamento, al silenzio tragico: questa è la vocazione dell’ascolto che rompe e interrompe il mutismo di una coscienza che chiama se stessa, ma in cui le figure dell’alterità, il volto dell’altro, per dirla con Emmanuel Levinas, sono completamente scomparse dietro le macerie dei rumori diventati inudibili, assordanti, al punto da tapparsi le orecchie. L’ascolto come fenomeno dirompente.
In questo contesto, non posso prescindere dalla mia esperienza di musicista e filosofa fermamente legata a un pensiero etico che tiene conto della dimensione sensoriale del mondo, l’unica in grado di accogliere il mondo che sta per venire. La musica implica un ascolto che proviene da un fuori irriducibile. Tendere l’orecchio verso l’irrappresentabile, o addirittura verso ciò che non è più percepibile nell’immediatezza della coscienza. Per me, la parola «ascoltare» non indica solo una realtà fisiologica, indica innanzitutto e in via prioritaria un evento – un’apertura verso nuove narrazioni del mondo, attraverso l’udito e con esso. L’ascolto come ospitalità incondizionata e come ingiunzione etica, come imperativo categorico: «Ascolta!».
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