Procreazione, intelligenza artificiale e diritto (umanissimo) di essere imperfetti

Dalla fecondazione assistita agli algoritmi: quando le macchine che abbiamo costruito diventano il metro con cui giudichiamo la vita umana. La riflessione di uno dei più autorevoli bioeticisti cattolici
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October 26, 2026
Procreazione, intelligenza artificiale e diritto (umanissimo) di essere imperfetti
Foto Ansa
«Non possiamo considerare l’intelligenza artificiale moralmente neutra». Questa affermazione di Leone XIV, al numero 104 dell’enciclica Magnifica humanitas, ci invita a guardare oltre le straordinarie possibilità della tecnologia. Non basta domandarci che cosa l’IA sia capace di fare. Dobbiamo chiederci quale idea di essere umano essa contribuisca a costruire. La questione diventa particolarmente delicata quando la tecnologia si confronta con l’origine stessa della vita. Nel discorso alla Fondazione Lejeune del 22 giugno scorso, il Pontefice ha richiamato l’attenzione sulla dignità della vita umana, soprattutto quando essa si presenta nella sua condizione di maggiore vulnerabilità.
Nel frattempo, l’annuncio di Aura, presentato come il primo laboratorio statunitense di fecondazione in vitro interamente robotizzato e guidato dall’IA, previsto per il 2027, apre interrogativi che vanno ben oltre la medicina riproduttiva. Il problema non è semplicemente se una macchina possa contribuire a rendere più precise determinate procedure. La domanda è più radicale: che cosa accade quando la logica con cui costruiamo e utilizziamo le macchine diventa anche la logica con cui interpretiamo, selezioniamo e valutiamo la vita umana? Per comprenderlo dobbiamo tornare molto indietro, quasi alle origini della nostra storia.
Padre Alberto Carrara
Padre Alberto Carrara
L’essere umano è, da sempre, anche un costruttore di artefatti. Immaginiamo una grotta paleolitica. Una mano raccoglie un pigmento, prepara uno strumento e traccia sulla parete la figura di un animale. In quel gesto si incontrano tecnica, arte e capacità simbolica. L’uomo non si limita a vivere nel mondo: lo interpreta, lo trasforma, gli attribuisce significati e li comunica. Ma proprio qui emerge un paradosso affascinante. Nel corso della storia abbiamo costruito strumenti per comprendere e trasformare la realtà, poi, frequentemente, abbiamo utilizzato quegli stessi strumenti come modelli per comprendere noi stessi. In che senso? Quando l’immaginario tecnico era dominato dagli ingranaggi, dagli orologi e dalle macchine meccaniche, anche il corpo umano e il rapporto tra mente e corpo venivano interpretati attraverso il movimento di parti assemblate. Nel Settecento, la macchina e i suoi meccanismi offrivano una potente metafora dell’organismo. Nel Novecento, con l’avvento dei computer, la metafora cambiò: il cervello divenne un elaboratore di informazioni, la mente un software, il corpo una sorta di hardware.
Naturalmente, queste analogie hanno prodotto conoscenze importanti. Come ha messo bene in evidenza il filosofo della scienza Evandro Agazzi, il problema nasce quando dimentichiamo che un modello della realtà non è la realtà stessa. La macchina, costruita per imitare alcune nostre funzioni, finisce allora per diventare il modello attraverso cui pretendiamo di spiegare l’intera persona. Oggi rischiamo un passaggio ulteriore, forse ancora più profondo.
Le intelligenze artificiali sono progettate per ottimizzare risultati, ridurre tempi, individuare regolarità, calcolare probabilità e migliorare prestazioni. Immediatezza, efficienza, produttività, redditività e utilità costituiscono alcune categorie dominanti dell’attuale cultura tecnologica. Sono criteri legittimi quando valutiamo uno strumento o un processo produttivo. Ma che cosa succede se iniziamo ad applicarli alle persone? Una vita lenta diventa una vita inefficiente. Una persona fragile appare poco produttiva. Una disabilità rischia di essere interpretata prevalentemente come un difetto da eliminare. La dipendenza dagli altri diventa un problema da correggere. E ciò che non può essere previsto, misurato o ottimizzato sembra perdere progressivamente valore.
È qui che la questione dell’IA applicata alla procreazione assume una portata culturale ed educativa decisiva. Non si tratta di negare il valore della ricerca scientifica o le sofferenze reali di chi desidera un figlio e incontra difficoltà, né di attribuire automaticamente a ogni applicazione dell’IA intenzioni discriminatorie. Si tratta piuttosto di riconoscere che, quando l’inizio della vita viene inserito in processi sempre più sofisticati di valutazione e selezione, diventa urgente interrogarsi sui criteri che orientano le nostre decisioni. Pensiamo a Stephen Hawking, uno dei più grandi fisici contemporanei, che avrebbe vissuto per decenni con una grave malattia neurodegenerativa. Immaginiamo, come esperimento mentale, un algoritmo capace di prevedere già nella fase embrionale quella futura condizione. Quale giudizio avrebbe formulato? Quale probabilità di successo, quale aspettativa di autonomia, quale indice di qualità della vita avrebbe attribuito a quell’esistenza? Non possiamo conoscere la risposta.
E proprio questo è il punto. Nessun calcolo probabilistico avrebbe potuto anticipare il significato complessivo di quella vita, la sua originalità, la sua capacità di contribuire alla conoscenza umana e di trasformare il nostro sguardo sull’universo. Soprattutto, il valore di quella vita non dipendeva affatto dal fatto che Hawking sarebbe diventato un grande scienziato. Sarebbe stato identico anche se non avesse mai pubblicato una sola pagina.
La dignità umana non è il premio assegnato a una prestazione riuscita. È il valore originario di qualcuno che esiste. Ecco perché la vera sfida è educativa, prima ancora che tecnologica. Dobbiamo imparare a distinguere ciò che può essere ottimizzato da ciò che merita di essere accolto. Educare significa anche sottrarre le nuove generazioni all’illusione che tutto ciò che è tecnicamente possibile sia automaticamente desiderabile e che tutto ciò che è imperfetto debba necessariamente essere eliminato. La vita umana, infatti, non è un progetto industriale. Non nasce per soddisfare parametri di rendimento. È segnata fin dall’inizio dalla dipendenza, dalla vulnerabilità, dall’imprevedibilità. Nessuno di noi ha scelto le proprie condizioni iniziali. Tutti siamo stati accolti prima di essere autonomi, amati prima di essere produttivi, sostenuti prima di poter restituire qualcosa.
La fragilità non è semplicemente un incidente della condizione umana: ne rivela una dimensione costitutiva. Siamo esseri che hanno bisogno degli altri. E proprio questo bisogno rende possibili la cura, la solidarietà, la responsabilità e l’amore. Forse, allora, di fronte a macchine sempre più efficienti, abbiamo bisogno di riscoprire un autentico elogio dell’imperfezione. Non significa esaltare la sofferenza, rinunciare alle cure o rifiutare il progresso. Significa comprendere che la perfezione tecnica e la pienezza umana non coincidono. Una macchina è migliore quando riduce i propri errori. Una persona non diventa meno degna quando manifesta i propri limiti.
Il futuro della procreazione umana non dipenderà soltanto dalla sofisticazione degli algoritmi, ma dalla cultura che sapremo costruire intorno alla vita nascente. Una cultura capace di utilizzare le tecnologie senza trasformarle in tribunali del valore umano. Perché la domanda decisiva non sarà se riusciremo a generare esseri umani sempre più conformi alle nostre aspettative, ma se saremo ancora capaci di accogliere un essere umano anche quando non corrisponde a ciò che avevamo previsto. Abbiamo costruito macchine per ampliare le possibilità dell’uomo. Non permettiamo che siano le categorie delle macchine a restringere lo splendore dell’umano.
LC, decano della Facoltà di Filosofia e direttore del Gruppo di ricerca in Neurobioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica (Iinbe)

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