Diotallevi: «Il coraggio del limite tra teologia e ricerca»
L’indagine sul rapporto tra Chiesa, scienza e modernità, evidenzia la lezione di Rosmini contro le tentazioni totalitarie e perfettiste. Fino all’Ultimo Giorno ci sarà solo l’umile sforzo dell’approssimazione

Prosegue la serie di riflessioni dedicate al rapporto tra scienza, società e la persona nella sua interezza per aprire uno spazio in cui interrogare il modo in cui la ricerca scientifica — compresa la cosiddetta “scienza dura” — incide sulla nostra idea di conoscenza, responsabilità, progresso, limite, cura, decisione pubblica, spiritualità. Voci autorevoli capaci di aiutare i lettori e la comunità intellettuale a comprendere perché la scienza non riguarda soltanto gli specialisti, ma il modo in cui l’uomo pensa se stesso e il suo rapporto con il mondo. La seconda parte del contributo del sociologo Luca Diotallevi.
Antonio Rosmini, che della tradizione che conduce al Vaticano II è personalità di prima grandezza, aveva trovato una formula sintetica per tutti quegli atteggiamenti fatti propri da credenti e causa della loro incapacità di cogliere le opportunità offerte dal moderno. Rosmini aveva chiamato perfettismo la tendenza a vantare il possesso o anche solo a ritenere di poter conseguire una conoscenza perfetta delle cose del mondo e a dar vita ad una prassi capace di realizzare nella storia un bene perfetto. Di conseguenza Rosmini aveva chiamato antiperfettismo la salutare accettazione da parte dei cristiani e della Chiesa delle tensioni e dei limiti entro cui tanto la conoscenza quanto l’agire, tanto la vita interiore quanto la vita sociale, si svolgono finché dura la condizione del secolo presente, ovvero sino all’Ultimo Giorno. Né aveva mancato di notare che spesso il perfettismo altro non è che il paravento al riparo del quale opera il suo opposto: il cinismo peggiore e il più sfrontato opportunismo dal quale purtroppo non di rado il volto della Chiesa è stato sfregiato.
Con il Vaticano II e con Paolo VI, grazie a Dio, l’anti-perfettismo è tornato a caratterizzare la autocoscienza della fede e della Chiesa. Insegna la Gaudium et spes: «Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio».
L’antiperfettismo non solo ha consentito di cogliere le nuove e più favorevoli condizioni per un dialogo tra fede e Chiesa. Esso ha agito a trecentosessantagradi ed ha ispirato anche il rinnovamento dei rapporti tra fede e Chiesa da una parte e politica, economia, diritto, famiglia, arte, religione, dall’altra. Il riconoscimento del valore del mercato (Centesimus annus) o della libertà religiosa (Dignitatis humanae) o della democrazia (Gaudium et spes) non sono altro che esempi in ambiti sociali diversi di quel medesimo antiperfettismo. Tanto la pretesa di detenere o poter conseguire una conoscenza certa e definitiva delle cose del mondo prima dell’Ultimo Giorno è l’anima di ogni totalitarismo quanto la coscienza dei limiti della conoscenza e dell’agire umani alimenta un atteggiamento di umile e strenua ricerca, aperto alla critica ed una condotta prudente ed aliena da ogni integrismo.
L’antiperfettismo ha contribuito ad un rinnovamento profondo della teologia cattolica del sociale e della spiritualità di un cristiano che finalmente riconosce ed accetta senza riserve né alibi il proprio carattere secolare come di nuovo insegna il Vaticano II (Lumen gentium).
Questo rinnovamento magisteriale, teologico e spirituale, revocando la delega in bianco in materia di sociale della quale per qualche secolo nella Chiesa aveva goduto l’aristotelismo (come ben mostrarono tra gli altri da Pino Colombo ed Enrico Chiavacci), ha prodotto almeno due effetti.
Il primo effetto è stato un ripensamento della nozione di bene comune. Se dal bene della persona (e per conseguenza necessaria dalla nozione di bene comune) non può essere esclusa la destinazione sovrannaturale della stessa, è assolutamente evidente che la realizzazione del bene comune non può darsi né deve essere promessa per prima della discesa dal Cielo della Gerusalemme Celeste. Né è ammissibile, bensì risulta intrinsecamente empio, affidare ad una qualsiasi struttura umana (allo “Stato” ad esempio) la realizzazione del bene comune nella storia. La affermazione che è compito dello Stato la realizzazione del bene comune non ha più spazio nel Magistero sociale della Chiesa. Per le stesse ragioni il bene comune deve essere continuamente ricercato e continuamente approssimato. Ciò deve avvenire riconoscendo e mobilitando tutte le istanze secolari secondo la decisiva integrazione della vecchia sussidiarietà solo verticale con la nuova ed ancor più decisiva sussidiarietà orizzontale (non faccia l’economia quello che può fare la politica e viceversa, e via dicendo per ciascuna delle sfere sociali, come insegnato da Giovanni Paolo II nella Centesimus annus). Con lo Stato scompare anche ogni spazio per i corpi intermedi e per ogni corporativismo, perché – esattamente come insegnano Dignitatis humanae e ancora una volta da Centesimus annus – rispetto al bene comune non esistono attori sociali di Serie A ed attori sociali di Serie B. Ciascuno di essi ha da dare al bene comune un contributo limitato ed indispensabile (e né lo stato né qualsiasi altra organizzazione politica hanno titoli per sottrarsi a questa loro riduzione allo stato laicale). Della res publica è un attore con una dignità né maggiore né inferiore a quella di tanti altri.
Il secondo effetto del rinnovamento di magistero, teologia e spiritualità caratterizzato anche dall’antiperfettismo, e ben evidenziato ad esempio nel n.7 della Caritas in veritate, è il riconoscimento del fatto che la carità ha due vie, non una sola. Due vie di eguale importanza, due serie di doveri cui il battezzato non può sottrarsi e che non deve confondere. Una via è quella individuale, l’altra è quella istituzionale. Amo soccorrendo l’indigente, amo costruendo un ponte che regge, amo facendo una buona legge elettorale, amo lavorando alla ricerca scientifica e così via. Il trucco di mascherare la seconda via (quella istituzionale) riducendola alla prima si mostra in maniera terribile nel caso della sostanziale indifferenza di fronte all’innocente aggredito. Ciascuno, come insegna il Magistero della Chiesa dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII al nuovo Catechismo, ricorrendo alcune condizioni, ha il diritto di non reagire ad una ingiusta aggressione se ciò significasse causare la morte dell’aggressore, e contemporaneamente ha il dovere, il «dovere» insegna la Chiesa, di difendere una altra persona ingiustamente aggredita. Evocare il «porgi l’altra guancia» quando si tratti di difende l’ingiustamente aggredito è ingiustificabile, tanto quando lo è sottrarsi ai doveri della via individuale della carità in nome dei doveri della via istituzionale alla carità.
La via individuale della carità è quella che deve orientare la mia responsabilità verso la seconda persona (“tu”/”voi”); la via istituzionale della carità è quella che deve orientare il mio esercizio della responsabilità verso la terza persona (“egli, ella”/ “loro”). Disertando la via istituzionale della carità i cristiani e la Chiesa tradiscono i loro doveri verso i diritti e la giustizia, e senza diritti e giustizia non vi è carità, ma collaborazione al crimine. Né percorrendo esclusivamente l’una via né percorrendo esclusivamente l’altra posso ambire o peggio ancora promettere la realizzazione di qualcosa di integralmente buono. Come già avevamo visto in sede di conoscenza, così anche in sede pratica vale la regola dell’antiperfettismo. Se dono ad un povero un pacco di caffè o di pomodori, con questo gesto non cancello la catena di sfruttamento che potrebbe segnare la raccolta di questi frutti della terra e magari anche i passaggi della filiera dalla quale arriva il pacco che dono. Epperò quel pacco, se posso, lo debbo donare lo stesso, perché meglio donarlo che non donarlo, a meno che così facendo io non produca uno sfruttamento ancora maggiore di quello che provo ad eliminare. Se mi batto per la democrazia o per il mercato, non posso sperare né promettere che ogni risultato elettorale o che ogni esito della competizione economica sia perfetto. Eppure lotto per la democrazia e per il mercato perché ogni altro regime è peggiore. Lotto senza avere ricette perfette da proporre. Lotto promettendo e ripromettendomi di continuare a vigilare e correggere. Meno di questo è egoismo, più di questo è inganno (maligno o ingenuo a seconda dei casi). Fino all’ultimo giorno non ci saranno né doni puri né poteri giusti, ma solo doni meno sporchi e poteri meno ingiusti. Per questo il card. J. Ratzinger ebbe a pronunciare queste parole il 4 Giugno del 2004 mentre da vescovo e da tedesco ricordava lo sbarco alleato in Normandia, inizio della fine dei regimi nazista e fascista: «se mai nella storia si è verificato un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra». Certo che la guerra è brutta e va evitata. Certo che ogni uccisione, anche dell’aggressore è un dramma da evitare finché è possibile. Tuttavia la oppressione dell’innocente è un dramma ancora peggiore e (alle quattro condizioni ricordate dal Catechismo della Chiesa cattolica), l’ingiusta aggressione va contrastata e contrastarla merita anche il sacrificio della propria vita. Per questo Paolo VI nel famoso discorso all’Onu, quello del quale si cita solo un pezzo, insegnava anche: «finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo». Per questa stessa ragione Giovanni Paolo II definiva la Chiesa non pacifista, ma pacificatrice.
Spettro tra i più spaventosi, oggi tra i cattolici si aggira quello che occulta la specificità della via istituzionale della carità nonostante e che cerca di cancellare la riscoperta che di questa via si è fatta alla luce di un antiperfettismo radicato nelle Scritture e nella Tradizione della Chiesa. Questo spettro “perfettista” è compagno fedele dell’altro spettro: la rimozione del dramma e del mistero del Peccato Originale. Redenti dal sacrificio di Cristo, non siamo resi esenti dagli effetti perduranti del Peccato Originale. Per questo (come insegna la Lumen gentium) in ognuno dei momenti che nel secolo presente che siamo chiamati a vivere le nostre scelte debbono «mantenere e perfezionare» la santità ricevuta nel battesimo e innestata sulla grazia donata a ciascuno e ciascuna al momento della propria creazione.
L’antiperfettismo del rinnovamento conciliare della fede e della Chiesa oggi – tra i tanti – subisce l’agguato combinato degli spettri che negano il mistero del Peccato Originale, vanificano e stravolgono la Redenzione, e dimezzano se non annullano la portata dell’amore cristiano cancellandone la sua dimensione istituzionale trasformandolo in collusione alla negazione dei diritti e della giustizia.
A questi spettri fa spazio il vecchio vizio cattolico (di cattolici in talare o senza) di essere iperrealisti quando si è al potere e fingersi utopisti quando si è senza potere. Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI chiesero perdono anche per questo ed invitarono le Chiese ed i cristiani a fare altrettanto con sincera contrizione. (2. fine)
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