Diotallevi: «Oltre il monopolio della possibile verità»
L’epistemologia fallibilista e post-positivista del Novecento è preziosa nello svecchiare i rapporti tra la Chiesa e la ricerca scientifica e per mettere al riparo l’etica dalle pretese egemoniche del laboratorio

Prosegue la serie di riflessioni dedicate al rapporto tra scienza, società e la persona nella sua interezza per aprire uno spazio in cui interrogare il modo in cui la ricerca scientifica — compresa la cosiddetta “scienza dura” — incide sulla nostra idea di conoscenza, responsabilità, progresso, limite, cura, decisione pubblica, spiritualità. Voci autorevoli capaci di aiutare i lettori e la comunità intellettuale a comprendere perché la scienza non riguarda soltanto gli specialisti, ma il modo in cui l’uomo pensa se stesso e il suo rapporto con il mondo.
Se non fosse infestato da corposi fantasmi, da spettri dietro ai quali non pochi cercano protezione, quella in corso dagli inizi del Novecento sarebbe una fase decisamente buona per i rapporti tra fede cristiana e scienza, tra Chiesa cattolica e scienza. Buona come poche altre nel passato. L’inizio della fase in corso è segnato dalla comparsa nel campo della scienza della epistemologia fallibilista. Il rinnovamento dell’idea che la scienza ha di se stessa (epistemologia) certo non può essere ricondotto all’opera di un solo individuo, ma è impossibile ricordarlo senza fare riferimento innanzitutto a Karl R. Popper (introdotto in Italia in gran parte per merito del filosofo cattolico Dario Antiseri recentemente scomparso). A questo rinnovamento epistemologico hanno recato un importante contributo anche altri filoni di pensiero e di ricerca; certamente le vicende distinte e convergenti della filosofia analitica del linguaggio e della fenomenologia. Karl Popper ha tracciato una nuova linea di demarcazione tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è. Lo ha fatto – si badi bene – senza attribuire a priori un valore inferiore a ciò che non è scientifico, salvo che questo non provi a spacciarsi per scientifico (e viceversa). In breve: tante sono le forme di conoscenza, tutte qualificate dalla disponibilità al confronto critico. Una tra queste la conoscenza scientifica.
Così demarcato, il campo scientifico è costituito da proposizioni – qui sta il punto – formulate in termini tali da poter essere sottoposte a controllo anche a grande distanza nello spazio e nel tempo dal luogo e dal momento della loro prima formulazione. Si genera così una asimmetria decisiva. Le proposizioni scientifiche – una volta sottoposte a controllo – possono essere solo di due tipi. O sono falsificate, se non hanno superato il controllo cui sono state sottoposte. O sono corroborate; non “vere” o “verificate”, ma semplicemente corroborate: ovvero non ancora falsificate e pur sempre falsificabili. In ragione di questo rinnovamento epistemologico la scienza ha rinunciato a vantare il possesso della verità (o anche solo il monopolio della ricerca su di essa). Per la medesima ragione la continua e sempre rinnovata ricerca è stata riconosciuta come il motore permanente della scienza. Inoltre, come poi ha mostrato Feyerabend, il procedere della ricerca scientifica non è affatto necessariamente cumulativo. Al contrario, la scienza conosce salti, crisi, arretramenti, ricominciamenti, cambi secchi di paradigma mentre «la ricerca non ha fine». La scienza fallibilista è profondamente realista. Essa porta alla complessità ed alla contingenza della realtà (sociale, organica, fisica, psichica) un rispetto di cui i realisti ingenui o dogmatici non erano stati capaci.
Una volta accettata questa linea di demarcazione, il precetto di Hume si rafforza. Il passaggio tra teoria e pratica non è mai una deduzione. Esso invece comporta ogni volta una scelta e dunque un rischio, rischio del quale chi compie la scelta porta la responsabilità. Dimodoché la teoria non si manifesta altro che come una delle tante forme della prassi (Luhmann) e per questa ragione anche etica e morale sono poste al riparo da ogni pretesa egemonica da parte della scienza, ma mai dalla vigilanza critica di questa. Per ogni altra forma di conoscenza e di prassi si rivela immorale tanto il sottrarsi al vaglio della scienza quanto l’aspettarsi che sia la scienza a dettare il da farsi. (Ricordate cosa dicevano i ministri del governo Conte durante la emergenza-Covid? Dicevano: facciamo quello che ci dice la scienza. Beh, difficile immaginare un inganno ed una presa in giro più clamorosa di questa e qualcosa di più antiscientifico; non per l’appello alla scienza, ma per il tentativo becero di scaricare su di essa responsabilità pratico-politiche che la scienza non ha e non pretende più).
Per quanto il positivismo sia duro a scomparire dagli show televisivi, nel corso del Novecento la comunità scientifica se ne è liberata insieme ad ogni altra forma di scientismo. Ormai il positivismo (come ogni altro scientismo) non è che uno di quegli spettri dietro i quali qualcuno (non pochi, per la verità) cerca difesa ed ordisce inganni. Purtroppo non si tratta del solo spettro in circolazione: se indisturbato, ogni spettro sempre evoca altri spettri. Sicché anche nell’ambiente ecclesiale vediamo che è tornato a circolare lo spettro dell’antiscienza, quello al riparo del quale – tra le tante – covano le trame “no vax”. Purtroppo, come vedremo, la lista degli spettri a piede libero non finisce qui.
Nel nuovo clima epistemologico fallibilista e post-positivista (ricco di dibattiti, nuove ricerche, contaminazioni feconde e prospettive impreviste, insomma: sanamente vivace) non è difficile osservare quanto la scienza può dare e dà alla fede cristiana ed alla Chiesa cattolica e quanto fede e Chiesa possono dare e danno alla scienza. Pochi esempi sono sufficienti a mostrare quanto sia fecondo il loro reciproco perturbarsi senza confondersi né asservirsi. Senza il nuovo clima scientifico lo studio delle Scritture non avrebbe preso la feconda direzione che ormai ha abbracciato; il cardinale Ratzinger non avrebbe mai potuto affermare (come ha fatto nel testo della Congregazione per la Dottrina della fede, che dirigeva, dedicato alla lettura della Bibbia nella Chiesa) che tutte le prospettive esegetiche sono utili, tranne una: quella fondamentalista e letteralista; ciascuna è utile a patto che non venga assolutizzata. Nel mutato clima scientifico anche la teologia ha trovato un aiuto per liberarsi da dogmatismi e arroganti semplificazioni che per secoli l’avevano oppressa e quasi asfissiata. Anche in questo ambito il Concilio Vaticano II è stato il momento in cui tutto questo è divenuto evidente, e non casualmente molto per merito di suoi grandi periti quasi immancabilmente in precedenza inquisiti dal Sant’Uffizio proprio perché cercavano di cogliere e mettere a frutto quelle novità che poi saranno ufficialmente riconosciute per l’appunto dal Vaticano II. Il bello, come capita nei momenti più fecondi della vita della Chiesa cattolica, è che il riconoscere tra gli altri anche il segno dei tempi costituito dal rinnovamento della scienza comportò la riscoperta e non già abbandono della grande Tradizione della Chiesa (non la tradizione à la carte dei “tradizionalisti”), a cominciare dalla riscoperta delle Scritture e dei Padri. In questo nuovo clima i cattolici e la Chiesa potevano più facilmente e con maggiore chiarezza riconoscere tutta la dignità e la grandezza del modo di cercare la verità raccolto e suscitato dal Vangelo. Scrisse von Balthasar: la verità cristiana differisce da quella atea perché ha dentro il tempo, perché è come la manna del deserto: oggi è fresca e domani puzza. Tutto questo rinnovamento teologico avvenne senza che fosse necessario cedere neppure un centimetro né allo scientismo né all’antiscienza.
Ormai tutto il Magistero della Chiesa insegna (o meglio: è tornato ad insegnare) che i risultati della ricerca scientifica e le critiche mosse alla fede ed alla Chiesa dal campo scientifico potevano e dovevano essere prese in seria considerazione anche se a formularle erano dei non cattolici e dei non credenti, ed indipendentemente dalle intenzioni con le quali erano formulate. Anzi, le critiche andavano colte come una opportunità, senza paura e senza sussiego alcuno. Del pari la fede cristiana ha da dare alla scienza la testimonianza di quanto è osservabile da parte della sua specifica forma di conoscenza (essa pure per altro aperta al confronto critico). La conoscenza della fede offre così alla ricerca scientifica orizzonti, motivi, critiche e sfide. La Chiesa, anche con le sue istituzioni, forza la scienza a non regredire verso forme di fanatismo e di bigottismo scientista e ne accoglie (o ne dovrebbe ospitare) la ricerca: senza soggezione e senza pregiudizi. Anche nella ricerca scientifica, infatti, gli uomini e le donne cercano se stessi e la coscienza di sé, e nell’umano non c’è altro che la Chiesa possa apprezzare di più come insegnano da ultimo la Gaudium et spes e la Evangelii nuntiandi (in barba a quei cattolici che invece ancora denigrano la coscienza). In questo clima tramonta ogni delirio di polis (consistente nella pretesa di un primato della politica sulla società) e si afferma nuovamente la prospettiva della civitas , modello di ordine sociale nel quale sia scienza che Chiesa (e non solo esse) sono istituzioni pubbliche che si limitano e si rispettano a vicenda. Si limitano e si sfidano senz’altra regola che quella del reciproco darsi ragioni e discuterne, al riparo anche dalle ultime forme di cripto-egemonia razionalista e laica come quelle di cui è stato paladino Jürgen Habermas. Nella civitas non c’è ragione al di sopra del responsabile e libero confronto tra ragioni ed argomenti. La fede smaschera lo scientismo e la scienza fallibilista smaschera il fondamentalismo religioso, svela quel religioso che si fa mondanità come diceva Joseph Ratzinger. Ciò nonostante persiste la minaccia di spettri rifugio dei meschini.
(1. continua)

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