Perché la “via veneta” al suicidio assistito non spiana la strada alla legge nazionale
Le clamorose divisioni nel centrodestra su una legge avversata a Roma ma approvata a Venezia grazie al sì di una larga parte della maggioranza aprono nuovi scenari politici ma difficilmente sbloccheranno il provvedimento fermo al Senato

La fuga in avanti del Veneto sul fine vita, l’apertura di una breccia anche nel centrodestra al “fai-da-te regionale” riapre una timida possibilità sulla adozione di una legge regolatrice nazionale da approvare entro questo scorcio rimanente di legislatura, dopo l’ultimo stop dello scorso giugno. Ci prova, almeno, il relatore – ormai, di fatto, ex – di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, che è tornato a chiedere a nome del suo partito che si muova anche il Parlamento e si «eviti disparità di trattamento e procedure a macchia di leopardo». Perché – ragiona l’esponente azzurro – «è chiaro che il semaforo verde del Veneto darà il via alla richiesta di altre Regioni, anche di centrodestra».
Resta oltretutto da capire se, a questo punto, il governo Meloni vorrà impugnare la legge regionale veneta, come fatto nei precedenti casi, alla luce del fatto che si tratta del primo provvedimento di questo tipo varato da un esecutivo regionale della stessa matrice politica, col rischio di aprire una profonda frattura nella coalizione. O se, invece, lascerà correre.
Sul piano di una legge nazionale Forza Italia si pone come il partito della mediazione, professando la libertà di coscienza dei suoi parlamentari con l’avvento alla guida dei deputati di Stefania Craxi, che ha offerto una proposta nuova sul coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale: che resterebbe fuori dal punto di vista procedurale, come nel vecchio testo del centrodestra, ma l’assistenza dovrebbe essere affidata alla volontarietà dei medici di famiglia.
Nei fatti, però, l’unico risultato prodotto da questa nuova proposta è il rinvio sine die della discussione che era stata calendarizzata per l’aula, portando così alla luce una linea ormai prevalente nel centrodestra (o almeno in FdI), sebbene non apertamente dichiarata, che punta a non intervenire affatto sulla materia con una legge che – sostengono alcuni giuristi – finirebbe in ogni caso per aprire un varco alla legalizzazione del suicidio.
Il punto di partenza è la sentenza 242 del 2019 con cui la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittimo l’articolo 580 del Codice penale (istigazione o aiuto al suicidio), ricavando alcuni rigidi paletti per una depenalizzazioine (non legalizzazione) dell’aiuto al suicidio. Non è punibile in base a quella sentenza chi agevola il proposito di suicidio di un paziente a determinate e rigorose condizioni, ricavate dalla normativa vigente sulle disposizioni anticipate di trattamento. E cioè: che il paziente sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; sia affetto da una patologia irreversibile; provi sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili. Deve inoltre essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Questi i criteri recepiti dall’ormai ex progetto di legge del centrodestra. E che esso sia superato lo dimostra la scomparsa dalla scena dell’altro relatore, Ignazio Zullo, di FdI, che ormai – anche se non ufficialmente – mostra di propendere per la non approvazione di una qualsiasi legge in materia.
Allo stato dell’arte, quindi, si discute se sia più opportuno porre un argine alla deriva eutanasica (anche i Radicali non a caso sono favorevoli alla non approvazione della legge) o se l’approvazione di una normativa, ancorché limitata alla depenalizzazione, non crei di fatto un primo passo verso il diritto al suicidio, a oggi escluso con chiarezza più volte da sentenze e ordinanze della Corte costituzionale in materia, a partire da quella-base del 2019 fino alle sette successive (l’ultima di fine luglio).
Terreno di confronto possibile, oltre al coinvolgimento dei medici di famiglia, è anche il ricorso alle cure palliative che, come sostiene chi nel centrodestra è favorevole alla legge, andrebbero introdotte come quinto criterio, nel senso che a ogni paziente andrebbe prima proposto un percorso di “accompagnamento” in grado di prevenire il proposito di suicidio.
Ma, allo stato, una riapertura del dialogo che possa portare all’approdo in aula sulla base di un rinnovato accordo nel centrodestra appare lontano. Si dice scettico Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia della Camera e intestatario della proposta che nella scorsa legislatura fu approvata da un solo ramo del Parlamento: «Legge delle dichiarazioni, ma uno sbocco concreto non lo vedo».
A spingere ancora per una legge è il M5s: per Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato, quello del Veneto «è un indubbio passo avanti, ottenuto anche e soprattutto grazie alle opposizioni. Al contrario – osserva – a Roma la maggioranza continua a rimandare con un obiettivo sempre più evidente: lasciare che il tema finisca su un binario morto. Ma non possiamo permetterci un altro passaggio a vuoto».
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