Ma davvero l’aiuto a suicidarsi è una “risposta” alla sofferenza?

La Corte costituzionale ha aperto un varco di non punibilità in alcuni casi, e anche il Veneto l’ha trasformato in legge. Ma una Regione dopo l’altra questa sta diventando una soluzione normale alla malattia grave e al dolore che spesso comporta. Così si afferma un modello di società e si spegne la domanda di senso sul soffrire e il morire. Cosa ci stiamo perdendo?
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September 4, 2026
Ma davvero l’aiuto a suicidarsi è una “risposta” alla sofferenza?
Il presidio dell'Associazione Luca Coscioni, favorevole a suicidio assistito ed eutanasia, davanti alla sede del Consiglio regionale del Veneto durante il voto sul fine vita
Non è solo “una Regione in più”. Il Veneto che si è accodato a Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna nel consentire per legge sul suo territorio di procedere al suicidio medicalmente assistito apre una serie di questioni, su piani diversi. È vero, come è stato detto nel dibattito in aula, che la Regione non “introduce” la morte con aiuto medico, alla quale ha aperto un piccolo ma significativo pertugio la Corte costituzionale. Ma va ricordato che senza la legge la procedura sarebbe stata affidata a un’applicazione caso per caso, mentre tracciare un protocollo organizzativo significa fare proprio un vero e proprio modello di soluzione alla sofferenza estrema. Che è agli antipodi di quello descritto dall’articolo 32 della Costituzione.
Approvare una legge che dà esecuzione pratica alle eccezioni aperte dalla Consulta dentro il divieto penale – ancora vigente – è una scelta politica ma ancor prima etica e medica. Che messaggio manda? Cosa risponde da oggi a chi è gravemente malato e sente di non farcela più la Regione con una sanità invidiata, un reticolo associativo con pochi eguali, una cultura solidale radicatissima, un humus cattolico connaturato al territorio, una tradizione caritativa con una miriade di opere? Dice che suicidarsi è una risposta ammissibile al dolore estremo, tanto che sarà la stessa sanità pubblica ad assicurare che il desiderio di farla finita possa essere assecondato presto e bene. Il dato partitico – la prima Regione di centrodestra ad aprirsi all’aiuto a morire, la spaccatura nella maggioranza che governa a Venezia ma anche a Roma, la divisione nel partito che da anni esprime il governatore – è la corona fattuale a un dato culturale che parla ben oltre i confini veneti.
C’è da chiedersi cosa permetta oggi di parlare di “vittoria”, di “conquista” e di “risposta necessaria” a proposito di una legge che ammette la morte per suicidio delle persone che più di tutte avrebbero – viceversa – bisogno di cure, attenzioni, ascolto, affetto, terapie, sostegno. Un capovolgimento dei termini che ci si attenderebbero tenuti saldi e proposti con parole e soluzioni sempre nuove dalla società, e ancor prima da ogni comunità territoriale (quella cristiana inclusa). Il voto della legge veneta – ricordiamolo bene: a larghissima maggioranza, come se non ci fossero dubbi tra i rappresentanti dei cittadini – segna dunque un passaggio che impone di riflettere bene su cosa è andato letteralmente svanito nell’ethos collettivo. Non possiamo più contarci, se la politica è lo specchio della società.
Quella che è sempre apparsa come una tragedia – il suicidio – non può trasformarsi in una conquista di libertà di cui andare fieri senza sentire che qualcosa stride, e che abbiamo perso per strada quella capacità di abbracciare ogni sofferenza, e la solitudine alla quale troppo spesso essa condanna, che davanti ad altre tragedie (si pensi alla famiglia della piccola Bianca, a Pietralata) ci porta a commuoverci e a chiederci “cosa avremmo potuto fare”. La siringa con il farmaco letale dispensato dalla Regione per l’iniezione praticata da un medico del Servizio pubblico, invece, silenzia ogni domanda: meglio morire che vivere “così”. Dimenticando che “così” è il limite di tutti, e che la malattia e il dolore pongono una domanda di senso e di consapevolezza di noi stessi che non è appannaggio di filosofi o teologi ma ci incalza tutti.
Se il suicidio è “la risposta” allora quella domanda non ha più cittadinanza persino legale, la vita ha valore finché il corpo funziona, e la morte è umiliata a procedura. I giudici hanno ritagliato uno spazio per depenalizzare in alcuni casi l’aiuto al suicidio. Alla nostra umanità non è concesso di tagliare la corda davanti alle domande che contano. E che attendono la risposta – etica, culturale e pure politica – su cosa siamo diventati.
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