Perché la legge sul suicidio assistito nella terra di san Francesco è la risposta sbagliata a chi soffre
Umbria, il presidente della Conferenza episcopale Renato Boccardo interviene sul via libera della Regione. «È triste che proprio qui, e nell’anno francescano, si compia questo strappo su “sorella vita”»

Dolore e dissenso: è il giudizio di monsignor Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Conferenza episcopale regionale, sulla legge varata il 22 ottobre che aggiunge l’Umbria alle quattro Regioni che hanno organizzato il suicidio assistito come servizio della sanità territoriale.
Che giudizio dà la Chiesa umbra della legge regionale ribattezzata “Liberi subito”?
Il nostro giudizio è stato espresso con chiarezza nella nota della Conferenza episcopale umbra. Guardiamo con profonda preoccupazione a una scelta legislativa che inserisce nell’organizzazione sanitaria una procedura finalizzata a procurare la morte. Conosciamo la gravità delle situazioni alle quali questa legge intende rispondere e abbiamo grande rispetto per il dramma umano di chi vive condizioni di sofferenza estrema. Proprio tale consapevolezza ci induce a richiamare un principio che appartiene al patrimonio morale della Chiesa: la vita umana possiede una dignità inviolabile, indipendentemente dalle condizioni nelle quali si trova.
La legge umbra sul suicidio assistito si aggiunge ad altre quattro già approvate in altrettante Regioni. Cosa pensa di questa deriva ormai consistente di istituzioni territoriali, anche di diverso orientamento politico, per organizzare a livello locale la morte volontaria con aiuto medico?
È una deriva che riguarda il modo di comprendere la persona e la responsabilità sanitaria. Quando la morte procurata entra tra le possibilità organizzate dal sistema sanitario, cambia anche il messaggio trasmesso a chi si trova in condizioni di estrema dipendenza. Mi domando se abbiamo riflettuto abbastanza sulle conseguenze di questa trasformazione e su quale forma di solidarietà intendiamo costruire attorno alle persone più vulnerabili.

La Conferenza episcopale umbra che lei guida ha espresso «amarezza e delusione». Perché avete scelto proprio queste due parole?
L’amarezza nasce dalla constatazione che si sia ritenuto necessario disciplinare la possibilità di anticipare la morte mentre rimangono bisogni assistenziali ai quali non sappiamo ancora rispondere adeguatamente. La delusione riguarda l’attesa di una risposta pubblica maggiormente orientata a rendere effettivo il diritto alle cure, specialmente quando la malattia rende difficile difendere da soli i propri diritti.
L’Umbria è la più piccola Regione tra quelle che hanno varato una loro legge, ma la sua storia di «cuore» cristiano del Paese, tra luoghi di spiritualità, radici monastiche, santi e santuari, ha un valore simbolico che non sfugge a nessuno. Questa legge spezza qualcosa in questa storia che è patrimonio di tutto il Paese?
L’Umbria custodisce un patrimonio spirituale straordinario, che ha contribuito a formare la coscienza cristiana del nostro Paese. La tradizione benedettina e quella francescana hanno lasciato un’impronta profonda nel modo di intendere l’uomo e il suo valore. Sarebbe illusorio immaginare che questa eredità possa conservarsi per semplice appartenenza geografica. Il patrimonio cristiano della nostra regione conserva la sua fecondità nella misura in cui continua a generare una coscienza capace di riconoscere il valore della vita anche nella massima fragilità.
La legge giunge pochi giorni dopo le celebrazioni per gli 800 anni della morte di san Francesco, l’uomo che abbracciando il lebbroso e condividendo la povertà estrema dei più disperati del suo tempo ha capovolto lo sguardo sulla sofferenza dell’umanità «scartata». Una coincidenza temporale forse casuale ma che colpisce molto. Anche lei?
Come è triste che anche nella terra di San Francesco, nell’anno a lui dedicato, mentre la sua festa è stata riconosciuta festa nazionale con voto bipartisan, si compia questo strappo su “sorella vita” a pochi giorni da quando abbiamo celebrato, anche con grande pompa politica, gli ottocento anni di sua “sorella morte”... Il lebbroso divenne per Francesco un fratello, una persona nella quale riconoscere una dignità che la malattia non aveva cancellato. Francesco non ha idealizzato il dolore altrui. Ha scelto di avvicinarsi e di condividere la condizione di chi soffriva. La sofferenza di un altro essere umano interpella la nostra responsabilità e ci domanda quale posto siamo disposti a riservargli nella nostra vita. Vorrei che l’ottavo centenario francescano aiutasse l’Umbria a ritrovare questa sensibilità, facendo della vicinanza alle persone più vulnerabili un criterio concreto delle scelte pubbliche.
I fautori della legge, in Umbria come altrove, affermano che in questo modo si apre una finestra di libertà a chi «non ce la fa più». Cosa pensa di questo argomento, ricorrente?
Quando una persona dice di non farcela più, le sue parole chiedono innanzitutto di essere ascoltate con grande rispetto. Alcune condizioni di malattia possono condurre a una sofferenza difficilmente immaginabile per chi non la sperimenta. La tradizione morale cristiana riconosce nella libertà una dimensione fondamentale della dignità umana, intimamente connessa alla verità sul bene della persona. Essa non coincide con un potere illimitato di disposizione sulla propria esistenza. Una decisione maturata nella solitudine, nella paura di diventare un peso o nella mancanza di un’assistenza adeguata interpella anche la società. Vorrei che la prima risposta a chi non ce la fa più fosse la garanzia di una cura competente e di una presenza umana affidabile.
Perché la Chiesa, come ha ricordato più volte papa Leone, si oppone alla libertà di scegliere il momento della propria morte, quando si soffre, con suicidio assistito o eutanasia?
La vita umana è un bene affidato alla nostra responsabilità, che non possiamo considerare disponibile fino al punto di procurarci deliberatamente la morte. Da questa convinzione deriva il giudizio morale negativo sull’eutanasia e sul suicidio assistito. La Chiesa riconosce pienamente la legittimità della rinuncia a trattamenti sproporzionati, sostiene l’impiego appropriato delle terapie contro il dolore e incoraggia lo sviluppo delle cure palliative. A Lourdes, il 27 settembre scorso, Leone XIV ha ricordato agli operatori sanitari il significato della loro vocazione e ha ribadito che «ciò che è legale non è necessariamente morale».
La sofferenza fisica unita a quella interiore è purtroppo assai diffusa, più di quello che crediamo. Come va affrontata?
Il “dolore totale” ci ricorda che la malattia coinvolge tutta la persona. Accanto alla sofferenza fisica possono emergere la paura di ciò che attende, l’angoscia per la separazione dai propri cari e la dolorosa percezione di non essere più utili a nessuno. Alla competenza sanitaria deve accompagnarsi una vicinanza capace di sostenere il malato nel suo vissuto personale. La fede cristiana offre l’orizzonte della speranza, che trova nella morte e risurrezione di Cristo il proprio fondamento.
Dopo le ripetute sentenze della Corte costituzionale che hanno aperto uno spiraglio, a precise condizioni, per depenalizzare l’aiuto al suicidio ci sono stati vari casi di richiesta e di morte. Perché le Regioni non dovrebbero organizzare un servizio che attua sentenze della Corte costituzionale?
Occorre distinguere con precisione i diversi livelli della questione. La Corte ha individuato le condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile ed ha chiarito i margini entro i quali le Regioni possono intervenire con disposizioni organizzative e procedurali, nel rispetto delle competenze dello Stato. Ha inoltre ribadito che nessun medico può essere obbligato a prestarsi alla procedura. Questo quadro giuridico va riconosciuto nella sua esatta portata. Rimane aperta la questione morale. Anche quando le istituzioni agiscono nell’ambito delle proprie competenze costituzionali, resta la responsabilità di interrogarsi sul significato umano delle decisioni assunte. L’aiuto a procurare la morte non è moralmente equivalente all’assistenza dovuta a una persona che soffre.
Cosa pensa dell’ipotesi di una legge nazionale? C’è chi la ritiene inevitabile e necessaria per evitare il «federalismo della morte»...
La diversità delle discipline regionali pone una questione che coinvolge la responsabilità del Parlamento e l’unità dell’ordinamento. Una materia di tale rilevanza merita un confronto serio, capace di considerare attentamente le implicazioni costituzionali e morali. Una legge nazionale dovrà essere giudicata per il contenuto delle disposizioni che introduce e per le garanzie che assicura alle persone. Mi auguro che il dibattito parlamentare permetta di recuperare una riflessione più profonda sulla finalità della medicina e sugli obblighi di solidarietà che una comunità civile assume verso i suoi membri.
I sondaggi parlano di una crescente accettazione della «libertà di scelta» tra la gente, e anche tra i cattolici. La Chiesa deve "arrendersi" a questo trend culturale?
L’insegnamento morale della Chiesa trova il proprio fondamento nel Vangelo e nella verità della persona umana, la cui dignità non dipende dal consenso della maggioranza. Anche tra i cattolici è necessario un serio impegno di formazione della coscienza. L’appartenenza ecclesiale non comporta automaticamente la conoscenza delle ragioni dell’insegnamento cristiano. Dobbiamo saperle presentare con intelligenza e attraverso una testimonianza credibile.
La presidente della Giunta Stefania Proietti, cattolica, ha scelto di non partecipare al voto ma senza fermare la legge. Si attendeva una scelta diversa?
Prendo atto della volontà della presidente di segnare una distanza dal provvedimento. Rimane una questione importante, che riguarda la coerenza della testimonianza cristiana nell’esercizio delle responsabilità pubbliche. Non partecipare a una votazione non equivale a esprimere un voto contrario: quest’ultimo avrebbe manifestato in maniera inequivocabile il dissenso rispetto al contenuto della legge. Sono comportamenti distinti, che assumono un significato particolare quando sono in gioco principi morali fondamentali. Non spetta a me giudicare le intenzioni personali della presidente. Mi sembra legittimo osservare che, su una questione così grave, un’esplicita espressione di contrarietà avrebbe reso più riconoscibile la posizione di chi si richiama alla visione cristiana della vita. La coerenza acquista particolare valore proprio quando comporta un costo.
Cambierà qualcosa nei rapporti tra Regione e Chiesa in Umbria?
La Chiesa e le istituzioni regionali esercitano responsabilità differenti e sono chiamate a collaborare al servizio delle persone che vivono nel nostro territorio. Questa collaborazione richiede rispetto reciproco e capacità di affrontare le divergenze con chiarezza. La posizione dei vescovi umbri sulla legge approvata è stata espressa senza ambiguità e rimane ferma. Essa non impedisce di lavorare insieme negli ambiti nei quali è possibile perseguire obiettivi condivisi. Abbiamo preso atto del piano regionale di potenziamento delle cure palliative, che prevede di raggiungere entro il 2028 una copertura del 90 per cento della popolazione interessata: è un impegno del quale auspichiamo la piena attuazione, chiedendo di poterne verificare concretamente i risultati. Da parte nostra continueremo ad accompagnare le persone malate e le loro famiglie attraverso la presenza delle comunità cristiane e le opere di carità.
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