I 224 abitanti di Ventotene si sono seduti attorno a un tavolo. E hanno fatto la pace
di Igor Traboni
Nell’isola pontina antiche ruggini e divisioni politiche hanno lacerato comunità. Un gruppo di giovani ha riunito a cena gli isolani per cancellare i vecchi rancori

Un litigio che si trascina da decenni per il possesso di tre metri di terra, su un’isola che di ettari in totale ne fa appena 154. O una disputa per una finestra che guarda su una proprietà altrui, quando basta “spalancare” qualsiasi pertugio per godersi lo spettacolo di uno dei mari più belli del Mediterraneo. Succede a Ventotene, isola-perla dell’arcipelago pontino, meno di 300 residenti: vecchie ruggini, incancrenitesi anche per le contrapposizioni politiche delle amministrative, minando la convivenza di una piccola comunità che invece avrebbe bisogno di unità di persone e di intenti per uscire da isolamento e spopolamento. Una convinzione che ha mosso un gruppo di giovani, guidati da Daniele Coraggio, marittimo di terra e titolare di un ristorante sulla spiaggia, a prendere un’iniziativa senza precedenti: una cena della pace! E così ben 224 persone (praticamente tutti gli isolani o quasi) si sono ritrovate attorno ad una grande tavolata. Per mangiare sì, ma soprattutto per parlarsi. E quindi, almeno per una sera banditi anche telefonini e smartphone. «Finalmente persone che non si parlavamo da anni sono tornate a rivolgersi la parola. Alcuni hanno chiarito vecchi dissapori, semplicemente parlandosi. Certo, non abbiamo risolto tutti i problemi, ma come inizio è andata bene. Bisognerebbe organizzare una cena ogni giorno, se fosse possibile…», racconta Daniele Coraggio, che al bene della sua isola si è votato anche con l’associazione Ventotene Mia.
«Succede ancora che magari una persona non parla con un’altra solo perché i nonni hanno litigato un secolo fa. E ci si è messa anche la politica: fino a 20-25 anni fa, ogni volta che si votava per il sindaco c’era la campagna elettorale, ma dopo tutto finiva lì. Poi, invece, sono nate altre contrapposizioni che si trascinano. Nel 2027 si vota di nuovo, speriamo con un clima diverso…». A proposito di clima, il brutto tempo della sera della cena non ha consentito ad alcuni di arrivare (molti lavorano o studiano a Formia o a Roma), compreso don Viateur Safari, il sacerdote che nei fine settimana arriva per le celebrazioni (la parrocchia di Santa Candida, patrona dell’isola, è affidata a don Mario Testa, che però ha anche la cura di quella di San Giuseppe a Formia). E l’eco della cena della pace è arrivato anche a don Luigi Vari, arcivescovo di Gaeta, diocesi cui appartiene Ventotene: «L’ho incontrato l’altro giorno a Formia – riferisce Coraggio – ci ha fatto i complimenti per l’iniziativa e ha detto che la prossima volta ci sarà anche lui».
Sulle liti ventotenesi pesa anche un altro aspetto, che Daniele Coraggio affronta senza infingimenti: «L’isolano in genere per sua natura sta un po’ sulle sue, si chiude a riccio perché la vita di un’isola spesso lo porta a comportarsi così, per via dell’isolamento. Magari domani devi andare ad una visita medica o hai una questione di lavoro sulla terraferma, ma non riesci ad andare per il maltempo. E allora resti solo, mugugni, eviti di parlare pure con chi ti passa accanto, un po’ ti imbruttisci. Ma anche per questo è necessario uscire dall’isolamento, creare opportunità di lavoro per i giovani. Ad esempio, c’è il progetto di sistemazione dell’isolotto di Santo Stefano e del vecchio carcere. Finora si sono succeduti tre commissari, qualcosa si sta facendo, ma serve più concretezza. Per noi è l’ultimo treno».
Ma il treno più atteso è sicuramente quello della concordia tra le famiglie, su un’isola che ha ispirato il famoso Manifesto, che pure trasuda di pace tra i popoli. E dove ora, dopo la cena della pace, l’inverno appare comunque meno cupo, complice anche le risate della dozzina di bambini che, dai 3 ai 13 anni, sciamano verso la scuola dell’isola, un presidio che ogni anno è a rischio chiusura, Ma che i ventotenesi riescono comunque ogni volta a salvare.
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